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Abbiamo un mondo da conquistare!
Campagna di propaganda del socialismo
settembre 2008 - gennaio 2009
La borghesia di destra e di sinistra, con le sue TV,
i suoi giornali e ogni altro mezzo a disposizione,
ripete che non può esserci una società diversa da
quella capitalista. Dicono che dobbiamo rassegnarci
alla precarietà, allo sfruttamento, alla guerra e
alla barbarie perché “purtroppo” il mondo va così e
non c’è nulla da fare. Le cose non stanno in questo
modo, anzi: un mondo diverso è possibile e
necessario e si chiama socialismo. Invitiamo quanti
non vogliono rassegnarsi a questa società e a questo
sistema a partecipare, collaborare, sostenere questa
campagna del Partito dei CARC. Ci tengono nel
ricatto, nella precarietà e sempre più ci portano
alla miseria, ma il mondo ci appartiene,
riprendiamocelo: facciamo dell’Italia un nuovo paese
socialista!
Contro l’economicismo, fare di ogni lotta una scuola
di comunismo!
Sono numerose le situazioni in cui la resistenza
agli effetti delle crisi e al programma di
saccheggio portato avanti dalla banda Berlusconi
diventa resistenza collettiva, mobilitazione, lotta,
protesta: sicuramente molti di più di quelli a cui
in questo numero di Resistenza dedichiamo ampio
spazio. Nel mese di ottobre ci saranno due
manifestazioni nazionali e uno sciopero generale
indetto dai sindacati di base (Confederazione Cobas,
Cub e SdL), ma ovunque è un pullulare di iniziative
di lotta. Alla stragrande maggioranza di esse
partecipano come promotori, organizzatori e
sostenitori lavoratori, studenti, casalinghe,
disoccupati comunisti o che comunque sono per il
comunismo (“hanno la bandiera rossa nel cuore”), vi
partecipano singolarmente o come membri di partiti e
organizzazioni comunisti, di organismi sindacali, di
associazioni culturali, di comitati di lotta, ecc.;
vari di loro si sono allontanati dai partiti della
sinistra borghese (PRC e PdCI) o ne fanno ancora
parte, ma sono critici rispetto alla linea seguita
anche dopo il tracollo elettorale, non sono convinti
degli orientamenti e delle proposte usciti dai
congressi di quest’estate. Il problema che tutti
quanti si pongono è non solo come fare per vincere
le singole lotte, ma anche cosa fare perché quelle
lotte servano per mandare via Berlusconi e la sua
banda, per fermare la destra fascista, razzista e
clericale, per mettere fine all’inferno in cui la
borghesia sta cacciando le masse nel nostro paese e
nel mondo, per invertire il corso delle cose e
instaurare il socialismo (anche se qualcuno non lo
chiama per nome, ma “altro mondo possibile”). In
sostanza: come legare le lotte rivendicative (quelle
per i propri interessi immediati, per difendere
diritti e conquiste dalla rapina del singolo padrone
o del loro governo o del loro Stato, per strappare
qualche miglioramento delle proprie condizioni al
singolo padrone o al loro governo) con la lotta
politica (rivoluzionaria, cioè non per indurre il
governo e le autorità borghesi a fare leggi
favorevoli, o almeno non troppo sfavorevoli ai
lavoratori, a stanziare soldi per cose che servono
ai lavoratori e alle masse, ecc., ma per togliere
alla borghesia la direzione della società e
prenderla nelle mani dei lavoratori, per il “potere
operaio”).
Uno dei principali limiti che noi comunisti dobbiamo
imparare a riconoscere e a superare è
l’economicismo: la concezione secondo cui arriveremo
al socialismo facendo delle lotte rivendicative
sempre più vaste, decise, unite tra loro,
politicizzando le lotte rivendicative, trasformando
la lotta rivendicativa in lotta politica. Secondo
gli economicisti il compito principale dei comunisti
sarebbe quello di promuovere lotte rivendicative, di
diventare dei dirigenti delle lotte rivendicative
perché così poi i lavoratori li seguiranno anche
nella lotta politica. E quindi ai lavoratori parlano
solo di lotte rivendicative, mischiano lotte
rivendicative e lotta politica, confondono sindacato
e partito, propongono programmi generali fatti solo
di rivendicazioni economiche. In questo modo
rinunciano a indicare l’unica realistica via
d’uscita positiva per le masse dal marasma attuale:
la lotta per fare dell’Italia un nuovo paese
socialista, rinunciano a raccogliere forze e
organizzare intorno a questo obiettivo che è il solo
che può unire e mobilitare le masse perché indica la
via da seguire, non per ottenere questo o quello
dalla borghesia, ma per la loro riscossa, per la
loro emancipazione. In definitiva così,
contrariamente alle loro intenzioni, indeboliscono
anziché rafforzare le lotte rivendicative stesse.
Facciamo un esempio. La Rete 28 Aprile, corrente di
sinistra della CGIL, di cui fanno parte molti
sindacalisti comunisti, ha pubblicato un documento
sulla crisi finanziaria intitolato “La truffa dei
prodotti derivati e le connivenze dei governi”. In
esso indica le pesanti ricadute che la crisi ha e
avrà sulle masse popolari, americane e del resto del
mondo vista l’interconnessione di tutte le economie
del mondo, denuncia che l’economia è dominata dalla
finanza, spiega che la crisi finanziaria è una
questione principalmente politica. E giustamente
tira la conclusione: “i lavoratori e le lavoratrici
debbono separare il proprio destino da quello degli
attuali padroni del mondo”. Però, chiediamo ai
compagni della Rete 28 Aprile, i lavoratori potranno
separare il proprio destino dagli attuali padroni
del mondo attraverso la lotta per “contrastare a
livello globale l’azione nefasta delle banche
centrali e dei governi liberisti che ci hanno
portato a questa drammatica situazione”, cioè
lottando per non perdere tutto, come sostenete nel
vostro documento? Oppure lottando per prendere
tutto, cioè per abbattere lo Stato borghese e fare
dell’Italia un nuovo paese socialista? I nostri
partigiani hanno vinto, hanno cacciato i fascisti e
nazisti dal nostro paese, non perché lottavano per
contrastare l’azione nefasta dei fascisti, ma per
“fare come in Russia”!
La linea che noi comunisti dobbiamo imparare a
seguire in ogni lotta rivendicativa è quella di
“fare di ogni lotta una scuola di comunismo”. Cosa
vuol dire? “Ogni lotta concreta riguarda un problema
particolare, è uno scontro su un aspetto particolare
dell’ordinamento sociale e ha come promotori e
protagonisti un determinato gruppo sociale. Ogni
lotta concreta è quindi unilaterale. Essa è comunque
già di per se stessa una scuola di comunismo per chi
vi partecipa. Insegna a organizzarsi, a stabilire e
rafforzare relazioni, a individuare i nemici, a
lottare, a scoprire e arricchire i mezzi e le forme
di lotta, alimenta la coscienza e la conoscenza.
Educa in massa i lavoratori a condurre una lotta
comune, e, a questo fine, a organizzarsi. Essa è
tanto più efficace e in senso tanto più elevato
diventa scuola di comunismo, quanto più è condotta
con metodi e criteri non unilaterali, non
corporativi; quanto più unisce i protagonisti
diretti agli altri lavoratori e li porta a
comprendere il sostegno che il loro diretto
sfruttatore riceve dalla sua classe, dallo Stato,
dal clero e dalle altre istituzioni sociali; quanto
più porta i protagonisti diretti a comprendere le
condizioni sociali della loro condizione particolare
e a unirsi agli altri lavoratori per instaurare un
nuovo e superiore ordinamento sociale; quanto più
educa e seleziona gli individui più generosi ed
energici e li avvia a diventare comunisti. L’azione
dei comunisti potenzia questo carattere, fa e deve
fare di ogni lotta una scuola di comunismo di
livello e di efficacia superiori. Scuola di
comunismo non vuol dire solo, e a volte non vuole
dire del tutto, reclutamento al Partito,
condivisione del programma e della concezione dei
comunisti, simpatia per i comunisti. Questi sono
risultati che maturano in tempi e in modi diversi a
secondo delle classi, degli ambienti e degli
individui. Scuola di comunismo vuol dire anzitutto:
1. portare un orientamento giusto sulla lotta in
corso e su ogni aspetto della vita sociale e
individuale che la lotta fa emergere;
2. in ogni scontro mobilitare la sinistra perché
unisca il centro e isoli la destra;
3. trattare, imparare e insegnare a trattare le
contraddizioni in seno al popolo in modo da unire le
masse e mobilitarle contro la borghesia
imperialista;
4. favorire i legami della lotta in corso con le
altre lotte;
5. allargare e mobilitare la solidarietà oltre la
cerchia dei protagonisti diretti della lotta in
corso;
6. sfruttare ogni appiglio e aspetto che la lotta
presenta per favorire l’elevamento della coscienza
di classe;
7. mobilitare tutti i fattori favorevoli e
neutralizzare quelli sfavorevoli alla vittoria della
lotta in corso;
8. favorire la massima partecipazione possibile a
ogni livello di ideazione, progettazione, direzione
e bilancio;
9. individuare gli elementi più avanzati e spingerli
in avanti;
10. favorire la crescita di ogni elemento avanzato
al livello massimo che ognuno può raggiungere;
11. far emergere il legame tra le varie lotte e i
vari aspetti della lotta;
12. insegnare il materialismo dialettico
nell’azione;
13. insegnare a diventare comunisti; ecc.
In ogni organizzazione di massa già esistente si
tratta di migliorare il suo orientamento, rafforzare
l’autonomia dalla borghesia del suo orientamento e
dei suoi obiettivi, mettere a tacere ed emarginare i
dirigenti corrotti e succubi della borghesia,
rafforzare l’autonomia degli altri dalla borghesia
(dal Manifesto Programma del (n)PCI, pag.
262-263, Ed. Rapporti Sociali-marzo 2008).
Volete avere un’idea di cos’è il socialismo?
Alla festa di Resistenza organizzata dalla
federazione Piemonte-Lombardia il 6 e 7 di settembre
abbiamo conosciuto una ragazza moldava di 34 anni
che da vari anni vive e lavora in Italia. Abbiamo
fatto a lei e a suo fratello (di qualche anno più
grande) alcune domande sulla Moldavia prima
dell’avvento della “democrazia” e della separazione
dalla Russia. Entrambi hanno vissuto in Moldavia
nella parte finale dell’esistenza l’URSS, quando
l’URSS, dopo quarant’anni di regime revisionista e
di restaurazione graduale del capitalismo, si stava
dissolvendo e stava per entrare nella fase della
restaurazione ad ogni costo del capitalismo diretta
dagli Eltsin e dai Putin. Dai loro ricordi, però,
emerge bene quanto, nonostante l’opera dei
revisionisti, le condizioni di vita e di lavoro
delle masse popolari e l’intero sistema economico,
politico e sociale erano ancora fortemente
influenzate dalle conquiste della fase di
costruzione del socialismo.
Come era organizzata la vita sociale?
Ogni individuo contribuiva alla collettività
principalmente svolgendo i suoi compiti con
dedizione e responsabilità. Gli studenti studiavano
e facevano attività ricreative e civiche, i
lavoratori lavoravano e potevano svolgere qualunque
attività sociale, culturale e ricreativa. Ogni
individuo viveva a stretto contatto del suo
collettivo di riferimento e questo creava un tessuto
sociale tale per cui nessuno era abbandonato a se
stesso, nessuno era lasciato in disparte, ma tutto e
tutti erano curati. Non esistevano ricchezza e
povertà, le differenze di salario erano basate solo
sulla specializzazione professionale e
sull’anzianità, chiunque era in grado di mantenere
un livello di vita più che dignitoso. Si stava bene
e, in verità, soltanto chi voleva “star male” poteva
farlo.
In che senso?
Nel senso che il lavoro era obbligatorio, valeva il
principio “chi non lavora non mangia”. Chi non aveva
voglia di lavorare e preferiva fare il furbo veniva
denunciato e condotto più volte al lavoro da parte
della polizia. Poteva comunque non lavorare per un
massimo di 6 mesi (circondato dalla diffidenza e
dalla riprovazione della gente), poi veniva messo in
una colonia di lavoro, una sorta di prigione in cui
era obbligato a lavorare. Nella colonia di lavoro
non percepiva uno stipendio mensile ma, quando
usciva, riceveva un compenso per il lavoro che aveva
svolto risultante dai giorni che aveva lavorato, ad
una paga inferiore rispetto agli operai.
Quindi non esistevano le basi per il furto, non
c’era droga e non esisteva la prostituzione.
Parlaci ancora del lavoro e del sistema produttivo.
La precarietà del lavoro, l’instabilità,
l’insicurezza non esistevano. A tutti era chiaro che
dopo la scuola sarebbero andati a lavorare. Ogni
fabbrica, ospedale, comparto produttivo aveva il
dovere di curare tutti gli aspetti della vita dei
lavoratori e delle loro famiglie, fin dalla
creazione e gestione delle scuole professionali.
Ogni studente della scuola professionale era un
potenziale lavoratore di quel comparto, quindi la
fabbrica o l’ospedale provvedevano alla cura di
tutto ciò che gli era necessario: vitto (con ticket
e buoni), alloggio, tempo libero (corsi di ogni
tipo, sport, arte, ecc.), vacanze (ogni azienda
aveva complessi o alloggi turistici sparsi in tutta
l’URSS o convenzioni con alloggi e complessi
turistici gestitI da altre aziende), trasporti (ogni
azienda provvedeva al trasporto di ogni singolo
studente/lavoratore nei casi in cui era necessario
spostarsi).
Questa organizzazione partiva, come ho detto, dalla
scuola professionale e arrivava fino all’età della
pensione.
Puoi dirci qualcosa sulle condizioni di lavoro?
Io, per esempio, ho iniziato a lavorare in miniera a
18 anni e le attenzioni che c’erano per i minatori
non c’erano da nessun’altra parte del mondo. Ad
esempio il latte (bere molto latte riduce i rischi
che derivano dalle polveri) era distribuito gratis
più volte al giorno a tutti i minatori: una cosa del
genere in Germania, in Inghilterra e in tutto il
resto del mondo non esisteva. Il minatore era
considerato un lavoro usurante, quindi un anno da
minatore era considerato come tre anni di lavori non
usuranti: quindi dopo 12 anni, a 30 anni, avrei
potuto andare in pensione.
Com’erano gli stipendi?
Un lavoratore senza nessuna qualifica guadagnava lo
stipendio più basso: 180 rubli. Un kg di pane
costava 0,15 rubli, un biglietto dell’autobus 0,70 e
uno del treno 0,25 ma gli spostamenti da e per il
lavoro erano gratis, spesso le mense erano gratis e
libri, scuola e sanità pure. Ad ogni lavoratore la
fabbrica dava gratis la casa, l’arredamento, gli
elettrodomestici (i più cari a un prezzo simbolico).
Gli stipendi erano usati per comprarsi qualcosa in
più rispetto a ciò che già era un diritto
riconosciuto a beneficiare di tutte le risorse e le
ricchezze, come per esempio le sigarette, i gelati e
altri “vizi”.
I
beni di consumo in commercio erano venduti al
mercato e tutti i prezzi stabiliti dallo Stato, non
esistevano quindi speculazioni di nessun tipo. I
beni maggiormente ambiti (ad esempio alcuni tipi di
cereali) non venivano messi in commercio, ma
razionati proporzionalmente al numero dei componenti
di ogni nucleo famigliare.
Com’era la sanità?
Era completamente gratuita sia per le visite
generiche che specialistiche, a tutti i livelli, le
analisi e le cure. Chiunque avesse malattie che
richiedevano particolari trattamenti o che si
acuivano con le condizioni climatiche veniva inviato
al mare o alle terme, in montagna o in campagna per
un periodo di riabilitazione. Queste cure, insieme
alle vacanze, erano gestite dalle organizzazioni
sindacali.
E
i trasporti?
Per andare al lavoro la fabbrica metteva a
disposizione dei pulmini che andavano a prendere a
casa e riportavano a casa gli operai gratuitamente
(chi voleva dava una mancia all’autista). Per i
mezzi pubblici era necessario comprare il biglietto,
il cui costo era comunque molto basso. Le macchine
private erano poche ma non per penuria di mezzi ma
perché non erano necessarie. Quelle che esistevano
erano tutte uguali, cambiava solo il colore, ed
erano di proprietà collettiva nel senso che chi ne
aveva bisogno faceva domanda alle autorità
competenti e poteva prendere una macchina, per poi
consegnarla quando non ne aveva più bisogno. Sulla
gestione della distribuzione delle macchine
esistevano dei favoritismi, poteva succedere che i
dirigenti facessero avanzare dei loro parenti o
conoscenti nella lista di prenotazione della
macchina, ma questo era il peggio che poteva
accadere.
C’era libertà di culto?
In maggioranza i moldavi erano atei, ma la religione
non era vietata. Chi voleva poteva andare in chiesa,
seguire il culto che voleva e celebrare le feste
religiose. Semplicemente incorreva nell’ironia della
gente che, in generale, non festeggiava né Natale né
Pasqua. Le feste erano politiche, civili o
patriottiche (primo maggio, 8 marzo, 1 gennaio, 15
aprile, 23 febbraio). In occasione delle feste le
scuole e le fabbriche non chiudevano, ma le mense
servivano il menù di festa e venivano organizzate
specifiche attività: gite, parate, gare sportive,
manifestazioni culturali, ecc.
Com’era organizzata la scuola?
Ognuno aveva la possibilità di scegliere e
determinare il proprio percorso di studi perchè
tutte le spese erano a carico dello Stato, quindi
per gli studenti e le loro famiglie l’istruzione non
rappresentava un costo. Dopo l’asilo (3/6 anni)
iniziava un ciclo di studi “base” di 9 anni. Chi
voleva continuare a studiare poteva farlo
liberamente, perchè l’università era gratuita, ma
anche a chi intendeva specializzarsi erano
assicurati studi, vitto, alloggio e servizi gratis.
In generale tutto il sistema funzionava sulla
meritocrazia, ma non come la intendete voi: 1. i
risultati dello studio erano intesi come lo sviluppo
e la crescita di un collettivo e non per fini
carrieristici; 2. non esistevano le “borse di
studio” con cui la borghesia rappresenta la sua
meritocrazia, ma tutti avevano il diritto e il
dovere di studiare a costo zero.
C’erano organizzazioni giovanili?
Prima dei 13 anni i bambini e i ragazzi entravano o
negli ottobrini (dai 6 ai 9 anni) o nei pionieri
(dai 9 ai 13 anni). Non era obbligatorio, ma tutti i
bambini volevano parteciparvi, soprattutto perchè
tutti i ragazzi aspiravano sopra a ogni casa a
entrare nel Komsomol. Le organizzazioni giovanili
organizzavano attività sociali (volontariato, aiuto
ai contadini per il raccolto o agli anziani,
campagne per la pulizia dell’ambiente),
organizzavano le loro feste e promuovevano le
proprie attività ricreative e culturali: ci
sentivamo importanti e utili! Il Komsomol era la
Gioventù comunista e per entrarvi era necessario
superare un esame di storia (ci venivano chieste
cose come la data di nascita di Lenin, quando era
stata fondata l’URSS e altre cose del genere).
L’ingresso nel Komsomol era per tutti i giovani una
cosa importante, rappresentava il riconoscimento
sociale del passaggio alla maturità. Il non farne
parte equivaleva a un castigo. Pensate che per
riprendere un ragazzo per un atteggiamento
sconveniente o sbagliato, non si faceva leva sulle
questioni personali, ma al contrario sul ruolo che
lui ricopriva nella società: “che razza di
komsomolista sei?”.
Tutto questo avveniva nella fase di decadenza dei
primi paesi socialisti, dall’intervista emergono
vari indizi: i favoritismi, le mance, l’esame per
entrare nel Komsomol basato su date e nozioni, il
fatto che la gente non era mobilitata ed educata a
prendere sempre più nelle proprie mani la direzione
della propria vita e della propria attività, ecc.
Però lascia intravedere cosa sono stati i primi
paesi socialisti quando la loro direzione di marcia
era quella della costruzione del comunismo! E cosa
potrà essere l’Italia quando diventerà un paese
socialista: un paese che riprenda e sviluppi a un
livello superiore quello che è descritto in questa
intervista. E’ questo il paese che i comunisti
aspirano a costruire, che il nostro Partito
contribuisce a costruire, che ogni lavoratore può
contribuire a costruire. |