Resistenza n° 10 - ottobre 2008

organo del partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo

 

Abbiamo un mondo da conquistare!

Campagna di propaganda del socialismo

settembre 2008 - gennaio 2009

 

La borghesia di destra e di sinistra, con le sue TV, i suoi giornali e ogni altro mezzo a disposizione, ripete che non può esserci una società diversa da quella capitalista. Dicono che dobbiamo rassegnarci alla precarietà, allo sfruttamento, alla guerra e alla barbarie perché “purtroppo” il mondo va così e non c’è nulla da fare. Le cose non stanno in questo modo, anzi: un mondo diverso è possibile e necessario e si chiama socialismo. Invitiamo quanti non vogliono rassegnarsi a questa società e a questo sistema a partecipare, collaborare, sostenere questa campagna del Partito dei CARC. Ci tengono nel ricatto, nella precarietà e sempre più ci portano alla miseria, ma il mondo ci appartiene, riprendiamocelo: facciamo dell’Italia un nuovo paese socialista!

 

 

Contro l’economicismo, fare di ogni lotta una scuola di comunismo!

 

Sono numerose le situazioni in cui la resistenza agli effetti delle crisi e al programma di saccheggio portato avanti dalla banda Berlusconi diventa resistenza collettiva, mobilitazione, lotta, protesta: sicuramente molti di più di quelli a cui in questo numero di Resistenza dedichiamo ampio spazio. Nel mese di ottobre ci saranno due manifestazioni nazionali e uno sciopero generale indetto dai sindacati di base (Confederazione Cobas, Cub e SdL), ma ovunque è un pullulare di iniziative di lotta. Alla stragrande maggioranza di esse partecipano come promotori, organizzatori e sostenitori lavoratori, studenti, casalinghe, disoccupati comunisti o che comunque sono per il comunismo (“hanno la bandiera rossa nel cuore”), vi partecipano singolarmente o come membri di partiti e organizzazioni comunisti, di organismi sindacali, di associazioni culturali, di comitati di lotta, ecc.; vari di loro si sono allontanati dai partiti della sinistra borghese (PRC e PdCI) o ne fanno ancora parte, ma sono critici rispetto alla linea seguita anche dopo il tracollo elettorale, non sono convinti degli orientamenti e delle proposte usciti dai congressi di quest’estate. Il problema che tutti quanti si pongono è non solo come fare per vincere le singole lotte, ma anche cosa fare perché quelle lotte servano per mandare via Berlusconi e la sua banda, per fermare la destra fascista, razzista e clericale, per mettere fine all’inferno in cui la borghesia sta cacciando le masse nel nostro paese e nel mondo, per invertire il corso delle cose e instaurare il socialismo (anche se qualcuno non lo chiama per nome, ma “altro mondo possibile”). In sostanza: come legare le lotte rivendicative (quelle per i propri interessi immediati, per difendere diritti e conquiste dalla rapina del singolo padrone o del loro governo o del loro Stato, per strappare qualche miglioramento delle proprie condizioni al singolo padrone o al loro governo) con la lotta politica (rivoluzionaria, cioè non per indurre il governo e le autorità borghesi a fare leggi favorevoli, o almeno non troppo sfavorevoli ai lavoratori, a stanziare soldi per cose che servono ai lavoratori e alle masse, ecc., ma per togliere alla borghesia la direzione della società e prenderla nelle mani dei lavoratori, per il “potere operaio”).

Uno dei principali limiti che noi comunisti dobbiamo imparare a riconoscere e a superare è l’economicismo: la concezione secondo cui arriveremo al socialismo facendo delle lotte rivendicative sempre più vaste, decise, unite tra loro, politicizzando le lotte rivendicative, trasformando la lotta rivendicativa in lotta politica. Secondo gli economicisti il compito principale dei comunisti sarebbe quello di promuovere lotte rivendicative, di diventare dei dirigenti delle lotte rivendicative perché così poi i lavoratori li seguiranno anche nella lotta politica. E quindi ai lavoratori parlano solo di lotte rivendicative, mischiano lotte rivendicative e lotta politica, confondono sindacato e partito, propongono programmi generali fatti solo di rivendicazioni economiche. In questo modo rinunciano a indicare l’unica realistica via d’uscita positiva per le masse dal marasma attuale: la lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista, rinunciano a raccogliere forze e organizzare intorno a questo obiettivo che è il solo che può unire e mobilitare le masse perché indica la via da seguire, non per ottenere questo o quello dalla borghesia, ma per la loro riscossa, per la loro emancipazione. In definitiva così, contrariamente alle loro intenzioni, indeboliscono anziché rafforzare le lotte rivendicative stesse. Facciamo un esempio. La Rete 28 Aprile, corrente di sinistra della CGIL, di cui fanno parte molti sindacalisti comunisti, ha pubblicato un documento sulla crisi finanziaria intitolato “La truffa dei prodotti derivati e le connivenze dei governi”. In esso indica le pesanti ricadute che la crisi ha e avrà sulle masse popolari, americane e del resto del mondo vista l’interconnessione di tutte le economie del mondo, denuncia che l’economia è dominata dalla finanza, spiega che la crisi finanziaria è una questione principalmente politica. E giustamente tira la conclusione: “i lavoratori e le lavoratrici debbono separare il proprio destino da quello degli attuali padroni del mondo”. Però, chiediamo ai compagni della Rete 28 Aprile, i lavoratori potranno separare il proprio destino dagli attuali padroni del mondo attraverso la lotta per “contrastare a livello globale l’azione nefasta delle banche centrali e dei governi liberisti che ci hanno portato a questa drammatica situazione”, cioè lottando per non perdere tutto, come sostenete nel vostro documento? Oppure lottando per prendere tutto, cioè per abbattere lo Stato borghese e fare dell’Italia un nuovo paese socialista? I nostri partigiani hanno vinto, hanno cacciato i fascisti e nazisti dal nostro paese, non perché lottavano per contrastare l’azione nefasta dei fascisti, ma per “fare come in Russia”!

La linea che noi comunisti dobbiamo imparare a seguire in ogni lotta rivendicativa è quella di “fare di ogni lotta una scuola di comunismo”. Cosa vuol dire? “Ogni lotta concreta riguarda un problema particolare, è uno scontro su un aspetto particolare dell’ordinamento sociale e ha come promotori e protagonisti un determinato gruppo sociale. Ogni lotta concreta è quindi unilaterale. Essa è comunque già di per se stessa una scuola di comunismo per chi vi partecipa. Insegna a organizzarsi, a stabilire e rafforzare relazioni, a individuare i nemici, a lottare, a scoprire e arricchire i mezzi e le forme di lotta, alimenta la coscienza e la conoscenza. Educa in massa i lavoratori a condurre una lotta comune, e, a questo fine, a organizzarsi. Essa è tanto più efficace e in senso tanto più elevato diventa scuola di comunismo, quanto più è condotta con metodi e criteri non unilaterali, non corporativi; quanto più unisce i protagonisti diretti agli altri lavoratori e li porta a comprendere il sostegno che il loro diretto sfruttatore riceve dalla sua classe, dallo Stato, dal clero e dalle altre istituzioni sociali; quanto più porta i protagonisti diretti a comprendere le condizioni sociali della loro condizione particolare e a unirsi agli altri lavoratori per instaurare un nuovo e superiore ordinamento sociale; quanto più educa e seleziona gli individui più generosi ed energici e li avvia a diventare comunisti. L’azione dei comunisti potenzia questo carattere, fa e deve fare di ogni lotta una scuola di comunismo di livello e di efficacia superiori. Scuola di comunismo non vuol dire solo, e a volte non vuole dire del tutto, reclutamento al Partito, condivisione del programma e della concezione dei comunisti, simpatia per i comunisti. Questi sono risultati che maturano in tempi e in modi diversi a secondo delle classi, degli ambienti e degli individui. Scuola di comunismo vuol dire anzitutto:

 

1. portare un orientamento giusto sulla lotta in corso e su ogni aspetto della vita sociale e individuale che la lotta fa emergere;

2. in ogni scontro mobilitare la sinistra perché unisca il centro e isoli la destra;

3. trattare, imparare e insegnare a trattare le contraddizioni in seno al popolo in modo da unire le masse e mobilitarle contro la borghesia imperialista;

4. favorire i legami della lotta in corso con le altre lotte;

5. allargare e mobilitare la solidarietà oltre la cerchia dei protagonisti diretti della lotta in corso;

6. sfruttare ogni appiglio e aspetto che la lotta presenta per favorire l’elevamento della coscienza di classe;

7. mobilitare tutti i fattori favorevoli e neutralizzare quelli sfavorevoli alla vittoria della lotta in corso;

8. favorire la massima partecipazione possibile a ogni livello di ideazione, progettazione, direzione e bilancio;

9. individuare gli elementi più avanzati e spingerli in avanti;

10. favorire la crescita di ogni elemento avanzato al livello massimo che ognuno può raggiungere;

11. far emergere il legame tra le varie lotte e i vari aspetti della lotta;

12. insegnare il materialismo dialettico nell’azione;

13. insegnare a diventare comunisti; ecc.

In ogni organizzazione di massa già esistente si tratta di migliorare il suo orientamento, rafforzare l’autonomia dalla borghesia del suo orientamento e dei suoi obiettivi, mettere a tacere ed emarginare i dirigenti corrotti e succubi della borghesia, rafforzare l’autonomia degli altri dalla borghesia (dal Manifesto Programma del (n)PCI, pag. 262-263, Ed. Rapporti Sociali-marzo 2008).

 

 

 

Volete avere un’idea di cos’è il socialismo?

 

Alla festa di Resistenza organizzata dalla federazione Piemonte-Lombardia il 6 e 7 di settembre abbiamo conosciuto una ragazza moldava di 34 anni che da vari anni vive e lavora in Italia. Abbiamo fatto a lei e a suo fratello (di qualche anno più grande) alcune domande sulla Moldavia prima dell’avvento della “democrazia” e della separazione dalla Russia. Entrambi hanno vissuto in Moldavia nella parte finale dell’esistenza l’URSS, quando l’URSS, dopo quarant’anni di regime revisionista e di restaurazione graduale del capitalismo, si stava dissolvendo e stava per entrare nella fase della restaurazione ad ogni costo del capitalismo diretta dagli Eltsin e dai Putin. Dai loro ricordi, però, emerge bene quanto, nonostante l’opera dei revisionisti, le condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari e l’intero sistema economico, politico e sociale erano ancora fortemente influenzate dalle conquiste della fase di costruzione del socialismo.

 

Come era organizzata la vita sociale? Ogni individuo contribuiva alla collettività principalmente svolgendo i suoi compiti con dedizione e responsabilità. Gli studenti studiavano e facevano attività ricreative e civiche, i lavoratori lavoravano e potevano svolgere qualunque attività sociale, culturale e ricreativa. Ogni individuo viveva a stretto contatto del suo collettivo di riferimento e questo creava un tessuto sociale tale per cui nessuno era abbandonato a se stesso, nessuno era lasciato in disparte, ma tutto e tutti erano curati. Non esistevano ricchezza e povertà, le differenze di salario erano basate solo sulla specializzazione professionale e sull’anzianità, chiunque era in grado di mantenere un livello di vita più che dignitoso. Si stava bene e, in verità, soltanto chi voleva “star male” poteva farlo.

 

In che senso? Nel senso che il lavoro era obbligatorio, valeva il principio “chi non lavora non mangia”. Chi non aveva voglia di lavorare e preferiva fare il furbo veniva denunciato e condotto più volte al lavoro da parte della polizia. Poteva comunque non lavorare per un massimo di 6 mesi (circondato dalla diffidenza e dalla riprovazione della gente), poi veniva messo in una colonia di lavoro, una sorta di prigione in cui era obbligato a lavorare. Nella colonia di lavoro non percepiva uno stipendio mensile ma, quando usciva, riceveva un compenso per il lavoro che aveva svolto risultante dai giorni che aveva lavorato, ad una paga inferiore rispetto agli operai.

Quindi non esistevano le basi per il furto, non c’era droga e non esisteva la prostituzione.

 

Parlaci ancora del lavoro e del sistema produttivo. La precarietà del lavoro, l’instabilità, l’insicurezza non esistevano. A tutti era chiaro che dopo la scuola sarebbero andati a lavorare. Ogni fabbrica, ospedale, comparto produttivo aveva il dovere di curare tutti gli aspetti della vita dei lavoratori e delle loro famiglie, fin dalla creazione e gestione delle scuole professionali. Ogni studente della scuola professionale era un potenziale lavoratore di quel comparto, quindi la fabbrica o l’ospedale provvedevano alla cura di tutto ciò che gli era necessario: vitto (con ticket e buoni), alloggio, tempo libero (corsi di ogni tipo, sport, arte, ecc.), vacanze (ogni azienda aveva complessi o alloggi turistici sparsi in tutta l’URSS o convenzioni con alloggi e complessi turistici gestitI da altre aziende), trasporti (ogni azienda provvedeva al trasporto di ogni singolo studente/lavoratore nei casi in cui era necessario spostarsi).

Questa organizzazione partiva, come ho detto, dalla scuola professionale e arrivava fino all’età della pensione.

 

Puoi dirci qualcosa sulle condizioni di lavoro? Io, per esempio, ho iniziato a lavorare in miniera a 18 anni e le attenzioni che c’erano per i minatori non c’erano da nessun’altra parte del mondo. Ad esempio il latte (bere molto latte riduce i rischi che derivano dalle polveri) era distribuito gratis più volte al giorno a tutti i minatori: una cosa del genere in Germania, in Inghilterra e in tutto il resto del mondo non esisteva. Il minatore era considerato un lavoro usurante, quindi un anno da minatore era considerato come tre anni di lavori non usuranti: quindi dopo 12 anni, a 30 anni, avrei potuto andare in pensione.

 

Com’erano gli stipendi? Un lavoratore senza nessuna qualifica guadagnava lo stipendio più basso: 180 rubli. Un kg di pane costava 0,15 rubli, un biglietto dell’autobus 0,70 e uno del treno 0,25 ma gli spostamenti da e per il lavoro erano gratis, spesso le mense erano gratis e libri, scuola e sanità pure. Ad ogni lavoratore la fabbrica dava gratis la casa, l’arredamento, gli elettrodomestici (i più cari a un prezzo simbolico).

Gli stipendi erano usati per comprarsi qualcosa in più rispetto a ciò che già era un diritto riconosciuto a beneficiare di tutte le risorse e le ricchezze, come per esempio le sigarette, i gelati e altri “vizi”.

I beni di consumo in commercio erano venduti al mercato e tutti i prezzi stabiliti dallo Stato, non esistevano quindi speculazioni di nessun tipo. I beni maggiormente ambiti (ad esempio alcuni tipi di cereali) non venivano messi in commercio, ma razionati proporzionalmente al numero dei componenti di ogni nucleo famigliare.

 

Com’era la sanità? Era completamente gratuita sia per le visite generiche che specialistiche, a tutti i livelli, le analisi e le cure. Chiunque avesse malattie che richiedevano particolari trattamenti o che si acuivano con le condizioni climatiche veniva inviato al mare o alle terme, in montagna o in campagna per un periodo di riabilitazione. Queste cure, insieme alle vacanze, erano gestite dalle organizzazioni sindacali.

 

E i trasporti? Per andare al lavoro la fabbrica metteva a disposizione dei pulmini che andavano a prendere a casa e riportavano a casa gli operai gratuitamente (chi voleva dava una mancia all’autista). Per i mezzi pubblici era necessario comprare il biglietto, il cui costo era comunque molto basso. Le macchine private erano poche ma non per penuria di mezzi ma perché non erano necessarie. Quelle che esistevano erano tutte uguali, cambiava solo il colore, ed erano di proprietà collettiva nel senso che chi ne aveva bisogno faceva domanda alle autorità competenti e poteva prendere una macchina, per poi consegnarla quando non ne aveva più bisogno. Sulla gestione della distribuzione delle macchine esistevano dei favoritismi, poteva succedere che i dirigenti facessero avanzare dei loro parenti o conoscenti nella lista di prenotazione della macchina, ma questo era il peggio che poteva accadere.

C’era libertà di culto? In maggioranza i moldavi erano atei, ma la religione non era vietata. Chi voleva poteva andare in chiesa, seguire il culto che voleva e celebrare le feste religiose. Semplicemente incorreva nell’ironia della gente che, in generale, non festeggiava né Natale né Pasqua. Le feste erano politiche, civili o patriottiche (primo maggio, 8 marzo, 1 gennaio, 15 aprile, 23 febbraio). In occasione delle feste le scuole e le fabbriche non chiudevano, ma le mense servivano il menù di festa e venivano organizzate specifiche attività: gite, parate, gare sportive, manifestazioni culturali, ecc.

 

Com’era organizzata la scuola? Ognuno aveva la possibilità di scegliere e determinare il proprio percorso di studi perchè tutte le spese erano a carico dello Stato, quindi per gli studenti e le loro famiglie l’istruzione non rappresentava un costo. Dopo l’asilo (3/6 anni) iniziava un ciclo di studi “base” di 9 anni. Chi voleva continuare a studiare poteva farlo liberamente, perchè l’università era gratuita, ma anche a chi intendeva specializzarsi erano assicurati studi, vitto, alloggio e servizi gratis.

In generale tutto il sistema funzionava sulla meritocrazia, ma non come la intendete voi: 1. i risultati dello studio erano intesi come lo sviluppo e la crescita di un collettivo e non per fini carrieristici; 2. non esistevano le “borse di studio” con cui la borghesia rappresenta la sua meritocrazia, ma tutti avevano il diritto e il dovere di studiare a costo zero.

C’erano organizzazioni giovanili? Prima dei 13 anni i bambini e i ragazzi entravano o negli ottobrini (dai 6 ai 9 anni) o nei pionieri (dai 9 ai 13 anni). Non era obbligatorio, ma tutti i bambini volevano parteciparvi, soprattutto perchè tutti i ragazzi aspiravano sopra a ogni casa a entrare nel Komsomol. Le organizzazioni giovanili organizzavano attività sociali (volontariato, aiuto ai contadini per il raccolto o agli anziani, campagne per la pulizia dell’ambiente), organizzavano le loro feste e promuovevano le proprie attività ricreative e culturali: ci sentivamo importanti e utili! Il Komsomol era la Gioventù comunista e per entrarvi era necessario superare un esame di storia (ci venivano chieste cose come la data di nascita di Lenin, quando era stata fondata l’URSS e altre cose del genere). L’ingresso nel Komsomol era per tutti i giovani una cosa importante, rappresentava il riconoscimento sociale del passaggio alla maturità. Il non farne parte equivaleva a un castigo. Pensate che per riprendere un ragazzo per un atteggiamento sconveniente o sbagliato, non si faceva leva sulle questioni personali, ma al contrario sul ruolo che lui ricopriva nella società: “che razza di komsomolista sei?”.

 

Tutto questo avveniva nella fase di decadenza dei primi paesi socialisti, dall’intervista emergono vari indizi: i favoritismi, le mance, l’esame per entrare nel Komsomol basato su date e nozioni, il fatto che la gente non era mobilitata ed educata a prendere sempre più nelle proprie mani la direzione della propria vita e della propria attività, ecc. Però lascia intravedere cosa sono stati i primi paesi socialisti quando la loro direzione di marcia era quella della costruzione del comunismo! E cosa potrà essere l’Italia quando diventerà un paese socialista: un paese che riprenda e sviluppi a un livello superiore quello che è descritto in questa intervista. E’ questo il paese che i comunisti aspirano a costruire, che il nostro Partito contribuisce a costruire, che ogni lavoratore può contribuire a costruire.