Resistenza n° 10 - ottobre 2008

organo del partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo

 

La crisi finanziaria...del “migliore” dei mondi possibili

 

Dalla crisi dei mutui sub-prime ai fallimenti a catena delle principali banche e società finanziarie statunitensi: la crisi partita dagli USA si sta ripercuotendo su tutto il sistema finanziario mondiale e minaccia di propagarsi e sconvolgere l’attività produttiva. Milioni e milioni di lavoratori in tutto il mondo rischiano licenziamenti, riduzione dei salari, aumenti dei prezzi, maggiore precarietà, cioè la possibilità di lavorare e quindi di vivere, a causa del gioco d’azzardo di un pugno di speculatori che domina e dà il la all’attività economica del mondo intero!

Molti economisti e intellettuali borghesi paragonano le dimensione e la portata della crisi finanziaria odierna a quella del ‘29… e si sono messi a fare gli scongiuri. Scrive ad esempio Orsellino sul Corriere della Sera del 19.09.08: “dalla comparsa del Manifesto del Partito comunista di Karl Marx (1848) a oggi, il capitalismo ha attraversato una decina di crisi, le più gravi delle quali sono state quella del 1929 e la crisi odierna. A ogni crisi, i nemici del capitalismo ne hanno annunciato la fine e ne hanno attribuito la causa al mercato”. Ma, continua, siccome “il capitalismo non è crollato, mentre sono crollati, o si sono a esso convertiti, i sistemi negatori del mercato e a direzione politicamente centralizzata dell’economia”, la conclusione è che “il capitalismo e il mercato rimangono il «modo» migliore per produrre (e consumare) ricchezza”: con la stessa “logica implacabile” con cui di fronte alle difficoltà e ai fallimenti dei primi tentativi di navigare, di viaggiare su rotaia, di volare, di comunicare via cavo, ecc. qualcuno avrebbe potuto concludere che per gli uomini la cosa migliore era non navigare, non viaggiare su rotaia, non volare, non comunicare via cavo, ecc.! Alla crisi del ‘29 seguì la Seconda guerra mondiale che portò al rafforzamento dell’URSS, alla creazione di democrazie popolari e di altri paesi socialisti, alla costruzione del campo socialista che comprendeva un terzo dell’umanità, allo sviluppo del movimento comunista anche nei paesi dove la borghesia era riuscita in qualche modo a mantenere il potere, allo sviluppo dei movimenti di liberazione nazionale nei paesi coloniali e semicoloniali! Per questo Orsellino e gli altri intellettuali imbevuti della cultura e delle concezioni borghesi devono fare gli scongiuri: sono i cantori di una classe e di un sistema ormai marci e superati, di un mondo e di una classe che vanno a morire! L’unica conclusione veramente logica è che abbiamo bisogno di liberarci non solo della rete dei rapporti finanziari e speculativi ma anche dell’attività produttiva capitalista: il sistema finanziario e la speculazione sono nello stesso tempo un’escrescenza, uno sfogo necessario e una gabbia che soffoca l’attività produttiva capitalista, quindi un capitalismo senza finanza e speculazione è un assurdo... come l’acqua asciutta.

Per cercare di contenere i danni e gli effetti della crisi finanziaria il governo USA ha deciso la nazionalizzazione di alcune banche e società finanziarie e l’acquisto da parte del ministero del Tesoro (al prezzo di circa 700 miliardi di euro) dei titoli-spazzatura ancora in loro possesso. “Salvataggio di stampo socialista” è stato da varie parti definito l’intervento del governo USA: sicuramente l’intervento statale fa piazza pulita di tutte le teorie e i teorici del liberismo e del “lasciar fare” alle leggi del mercato come terapia di uscita dalla crisi. Ma la questione di fondo è che la gestione di ogni attività come una questione privata del singolo capitalista o delle singole associazioni di capitalisti fa a pugni con il fatto che quelle stesse attività sono parte di un apparato produttivo che funziona attraverso il contributo di milioni e milioni di uomini in ogni angolo del mondo, in cui l’andamento di una singola parte si ripercuote su tutte le altre, in cui ogni parte dipende per il suo funzionamento dall’attività delle altre: cioè sono collettive. La nazionalizzazione delle banche USA è la dimostrazione che occorre un ordinamento sociale fondato sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione, sul dovere di ogni individuo di dare il suo contributo al lavoro necessario, sulla gestione pubblica, cosciente, democratica, mirata e pianificata dell’attività produttiva da parte delle masse popolari organizzate. Non perché lo diciamo o ce lo siamo inventato noi comunisti, ma perché il comunismo è lo sbocco della strada che la società attuale sta percorrendo, è il filo conduttore delle trasformazioni che essa sta compiendo, è la trasformazione che proprio le condizioni create dal capitalismo stesso rendono necessario. Tanto vero che persino un feroce anticomunista come Bush va a picchiarci la testa!