|
La
crisi finanziaria...del “migliore” dei mondi
possibili
Dalla crisi dei mutui sub-prime ai fallimenti a
catena delle principali banche e società finanziarie
statunitensi: la crisi partita dagli USA si sta
ripercuotendo su tutto il sistema finanziario
mondiale e minaccia di propagarsi e sconvolgere
l’attività produttiva. Milioni e milioni di
lavoratori in tutto il mondo rischiano
licenziamenti, riduzione dei salari, aumenti dei
prezzi, maggiore precarietà, cioè la possibilità di
lavorare e quindi di vivere, a causa del gioco
d’azzardo di un pugno di speculatori che domina e dà
il la all’attività economica del mondo intero!
Molti economisti e intellettuali borghesi paragonano
le dimensione e la portata della crisi finanziaria
odierna a quella del ‘29… e si sono messi a fare gli
scongiuri. Scrive ad esempio Orsellino sul Corriere
della Sera del 19.09.08: “dalla comparsa del
Manifesto del Partito comunista di Karl Marx (1848)
a oggi, il capitalismo ha attraversato una decina di
crisi, le più gravi delle quali sono state quella
del 1929 e la crisi odierna. A ogni crisi, i nemici
del capitalismo ne hanno annunciato la fine e ne
hanno attribuito la causa al mercato”. Ma, continua,
siccome “il capitalismo non è crollato, mentre sono
crollati, o si sono a esso convertiti, i sistemi
negatori del mercato e a direzione politicamente
centralizzata dell’economia”, la conclusione è che
“il capitalismo e il mercato rimangono il «modo»
migliore per produrre (e consumare) ricchezza”: con
la stessa “logica implacabile” con cui di fronte
alle difficoltà e ai fallimenti dei primi tentativi
di navigare, di viaggiare su rotaia, di volare, di
comunicare via cavo, ecc. qualcuno avrebbe potuto
concludere che per gli uomini la cosa migliore era
non navigare, non viaggiare su rotaia, non volare,
non comunicare via cavo, ecc.! Alla crisi del ‘29
seguì la Seconda guerra mondiale che portò al
rafforzamento dell’URSS, alla creazione di
democrazie popolari e di altri paesi socialisti,
alla costruzione del campo socialista che
comprendeva un terzo dell’umanità, allo sviluppo del
movimento comunista anche nei paesi dove la
borghesia era riuscita in qualche modo a mantenere
il potere, allo sviluppo dei movimenti di
liberazione nazionale nei paesi coloniali e
semicoloniali! Per questo Orsellino e gli altri
intellettuali imbevuti della cultura e delle
concezioni borghesi devono fare gli scongiuri: sono
i cantori di una classe e di un sistema ormai marci
e superati, di un mondo e di una classe che vanno a
morire! L’unica conclusione veramente logica è che
abbiamo bisogno di liberarci non solo della rete dei
rapporti finanziari e speculativi ma anche
dell’attività produttiva capitalista: il sistema
finanziario e la speculazione sono nello stesso
tempo un’escrescenza, uno sfogo necessario e una
gabbia che soffoca l’attività produttiva
capitalista, quindi un capitalismo senza finanza e
speculazione è un assurdo... come l’acqua asciutta.
Per cercare di contenere i danni e gli effetti della
crisi finanziaria il governo USA ha deciso la
nazionalizzazione di alcune banche e società
finanziarie e l’acquisto da parte del ministero del
Tesoro (al prezzo di circa 700 miliardi di euro) dei
titoli-spazzatura ancora in loro possesso.
“Salvataggio di stampo socialista” è stato da varie
parti definito l’intervento del governo USA:
sicuramente l’intervento statale fa piazza pulita di
tutte le teorie e i teorici del liberismo e del
“lasciar fare” alle leggi del mercato come terapia
di uscita dalla crisi. Ma la questione di fondo è
che la gestione di ogni attività come una questione
privata del singolo capitalista o delle singole
associazioni di capitalisti fa a pugni con il fatto
che quelle stesse attività sono parte di un apparato
produttivo che funziona attraverso il contributo di
milioni e milioni di uomini in ogni angolo del
mondo, in cui l’andamento di una singola parte si
ripercuote su tutte le altre, in cui ogni parte
dipende per il suo funzionamento dall’attività delle
altre: cioè sono collettive. La nazionalizzazione
delle banche USA è la dimostrazione che occorre un
ordinamento sociale fondato sulla proprietà pubblica
dei mezzi di produzione, sul dovere di ogni
individuo di dare il suo contributo al lavoro
necessario, sulla gestione pubblica, cosciente,
democratica, mirata e pianificata dell’attività
produttiva da parte delle masse popolari
organizzate. Non perché lo diciamo o ce lo siamo
inventato noi comunisti, ma perché il comunismo è lo
sbocco della strada che la società attuale sta
percorrendo, è il filo conduttore delle
trasformazioni che essa sta compiendo, è la
trasformazione che proprio le condizioni create dal
capitalismo stesso rendono necessario. Tanto vero
che persino un feroce anticomunista come Bush va a
picchiarci la testa! |