Progetto di Manifesto/Programma

del nuovo partito comunista italiano

 

della Segreteria Nazionale dei CARC

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Indice:

 

Capitolo I    La lotta di classe durante i 150 anni del movimento comunista e le condizioni attuali

        1.1. Il processo di produzione capitalista

                1.1.1. La nascita e lo sviluppo del modo di produzione capitalista

                1.1.2. La natura del modo di produzione capitalista

        1.2. Le classi e la lotta di classe

        1.3. L’imperialismo, ultima fase del capitalismo

        1.4. La prima crisi generale del capitalismo, la prima ondata della rivoluzione proletaria e il leninismo

        1.5. La ripresa del capitalismo, il revisionismo moderno, la Rivoluzione Culturale Proletaria e il maoismo

        1.6. La seconda crisi generale del capitalismo e la nuova ondata della rivoluzione proletaria

        1.7. L’esperienza storica dei paesi socialisti

                1.7.1. In cosa consiste il socialismo?

                1.7.2. Il socialismo trionfa in uno o in alcuni paesi per volta, non contemporaneamente in tutto il mondo

                1.7.3. La fasi attraversate dai paesi socialisti

                1.7.4. I passi compiuti dai paesi socialisti verso il comunismo nella prima fase della loro esistenza

                1.7.5. I passi indietro compiuti dai revisionisti moderni nella seconda fase dell'esistenza dei paesi socialisti

                1.7.6. Come è potuto avvenire che i revisionisti moderni prendessero il potere?

                1.7.7. Gli insegnamenti dei paesi socialisti

        1.8. Conclusioni

 

Capitolo II    Il ruolo del partito comunista

        2.1. Le lezioni da trarre dalla storia della rivoluzione proletaria

        2.2. Lo Stato della borghesia imperialista e il partito comunista

        2.3. Il partito nazionale e la rivoluzione mondiale

 

Capitolo III    Il movimento comunista in Italia

        3.1. Bilancio dell’esperienza della lotta di classe nel nostro paese

                3.1.1. Le origini del movimento comunista

                3.1.2. Il primo Partito comunista italiano

                3.1.3. I primi tentativi di ricostruire il partito comunista

                3.1.4. La situazione attuale e la putrefazione del regime DC

                3.1.5. La ricostruzione del partito comunista

        3.2. Analisi di classe della società italiana

                3.2.1. Borghesia imperialista

                        3.2.2.1. Proletariato

                        3.2.2.2.Classi popolari non proletarie

                3.2.3. Conclusioni all'analisi di classe

 

Capitolo IV    Programma per la fase socialista

        4.1. La dittatura del proletariato

        4.2. Struttura della società

        4.3. Sovrastruttura della società

 


 

Capitolo I

 

La lotta di classe durante i 150 anni del movimento comunista e le condizioni attuali        [successivo]

 

Su incarico della Lega dei comunisti, il primo partito comunista della storia, Marx (1818-1883) ed Engels (1820-1895) 150 anni fa, nel 1848, hanno esposto per la prima volta, nel Manifesto del partito comunista, la concezione del mondo, il metodo di azione e gli obiettivi dei comunisti.

Nel Manifesto del partito comunista e nelle loro opere successive essi usarono i più raffinati strumenti del pensiero accumulati fino allora dall’umanità per elaborare l’esperienza degli operai in lotta contro la borghesia. Essi mostrarono che gli uomini non erano stati sempre divisi in classi di oppressori e di oppressi, che la divisione in classi era sorta a un determinato grado di sviluppo delle forze produttive dell’uomo, che il capitalismo creava le condizioni che rendevano necessaria la sua scomparsa e con essa l'estinzione dello Stato. Essi mostrarono che per sua natura il capitalismo doveva sviluppare le forze produttive e con ciò le rendeva sempre più collettive e che proprio questo rendeva impossibile la sopravvivenza dei rapporti di produzione capitalisti perché essi diventavano un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive indispensabile al capitalismo stesso: questa contraddizione portava inevitabilmente al tramonto del modo di produzione capitalista e della società borghese; che la lotta della classe operaia contro la borghesia, che spontaneamente gli operai già conducevano per migliorare la propria condizione, impersonava la lotta tra il carattere collettivo delle forze produttive che il modo di produzione capitalista generava e i rapporti di produzione capitalisti stessi; che in questa lotta la classe operaia avrebbe inevitabilmente trionfato e avrebbe sostituito alla società capitalista la società comunista, la società senza più divisione in classi e senza più sfruttamento dell’uomo sull’uomo; che la transizione dalla società capitalista alla società comunista avrebbe costituito una fase, il socialismo, la cui forma politica sarebbe stata la dittatura del proletariato.

Il comunismo divenne da allora, oltre che il movimento pratico in atto di trasformazione della società, anche l’obiettivo perseguito consapevolmente dal partito comunista, la concezione del mondo e il metodo di conoscenza e di azione del partito comunista: il reparto d’avanguardia e organizzato della classe operaia, la coscienza della classe operaia in lotta per il potere, lo strumento della sua direzione sul resto del proletariato e delle masse popolari.

 

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1.1. Il processo di produzione capitalista        [successivo] 

 

1.1.1. La nascita e lo sviluppo del modo di produzione capitalista        [successivo]

La merce è comparsa al mondo quando degli uomini hanno incominciato a produrre beni o servizi non per uso personale, né per il mantenimento di persone a cui a qualsiasi titolo dovevano provvedere, né per l’uso personale del loro padrone o signore, ma da uomini liberi per scambiarli liberamente con beni e servizi prodotti da altri. La produzione di merci, la circolazione delle merci e il denaro, che ne è stato un derivato, sono comparsi fin dai tempi remoti e in vari paesi, come aspetto marginale di altri modi di produzione (schiavista, feudale, ecc.). La circolazione delle merci è stata il punto di partenza della trasformazione del denaro in capitale. L’attuale modo di produzione capitalista è nato in Europa a partire dal secolo XI. In quell’epoca, in alcune zone d’Europa, per una combinazione di circostanze la produzione mercantile aveva raggiunto uno sviluppo abbastanza ampio. Fu allora che comparve il capitalista, come personificazione del capitale commerciale: egli acquistava merci non per uso personale, ma per venderle e faceva questa attività non per ricavare da vivere, ma per aumentare il suo denaro. Il passo successivo avvenne quando il capitalista ancora commerciante passò a commissionare regolarmente la produzione di merci. Successivamente, a partire dal secolo XVI, il capitalista divenne industriale: passò a organizzare egli stesso la produzione, assumendo a lavorare, in propri locali (manifatture) e con propri mezzi di produzione e proprie materie prime, lavoratori che a loro volta erano liberi da vincoli di servitù, ma anche privi della possibilità di provvedere alla propria vita in altro modo che vendendo la propria forza-lavoro (capacità lavorativa). A quel punto era interesse del capitalista non solo far lavorare il più a lungo e il più intensamente possibile il suo lavoratore, ma anche elevare al massimo possibile la produttività del lavoro di questi. A differenza delle classi dominanti che l’avevano preceduta, la borghesia applicò allora sistematicamente il patrimonio culturale e scientifico e la ricchezza della società, concentrati nelle mani delle classi dominanti, per elevare la produttività del lavoro umano. Di conseguenza, a partire dal secolo XVIII il capitale è passato dalla manifattura alla grande industria meccanizzata, ha attuato un processo di ampia socializzazione e divisione del lavoro e ha sempre più accentuato la dipendenza tra le distinte aziende. Si è appropriato di altri settori di lavoro (miniere, trasporti, foreste, agricoltura, pesca, servizi), ne ha creati di nuovi (ricerca, comunicazione) e li ha resi tra loro dipendenti. Ha legato l'uno all'altro distinti paesi. Ha sottomesso a sé i vecchi Stati e ne ha creato di nuovi mettendoli tutti al servizio della propria valorizzazione, ha invaso e in qualche modo sottomesso tutti i paesi, non solo dell’Europa, ma anche dell’Asia, dell’Africa e delle Americhe, dividendoli tra paesi capitalisti e colonie. Il lavoro salariato è diventato la forma principale della produzione e anche gli altri rapporti di lavoro hanno in qualche modo assunto la sua forma.

I rapporti capitalisti di produzione sono stati uno stimolo potente dello sviluppo economico. La ricerca del profitto ha spinto la borghesia ad ampliare la produzione, a perfezionare i macchinari e a migliorare la tecnologia nell’industria, nell’agricoltura, nei trasporti, nei servizi, in ogni campo, a creare grandi infrastrutture, a trasformare l’ambiente. La sua illimitata ricerca di profitto ha spinto la borghesia a travolgere abitudini e consuetudini vecchie di secoli, a non arrestarsi di fronte a nessun crimine, a eliminare intere popolazioni e civiltà, a impoverire, inquinare e distruggere le risorse naturali e l'ambiente.

Le precedenti classi dominanti avevano tutte sfruttato i lavoratori per soddisfare il proprio bisogno di consumo, quindi avevano il proprio consumo come limite dello sfruttamento. Invece la borghesia, avendo come obiettivo l’aumento del proprio capitale e non il proprio mantenimento, ha spinto lo sfruttamento ben oltre quanto necessario al consumo della classe dominante. Questo fu il motivo della superiorità economica del capitalismo sui modi di produzione schiavista e feudale tra i quali si sviluppava e la base del ruolo progressivo svolto dalla borghesia nella storia dell’umanità.

Il modo di produzione capitalista si affermò definitivamente in Europa nel secolo XVI lottando contro il modo di produzione feudale, perché esso comportava rapporti di produzione (forme di proprietà, rapporti tra gli uomini nel lavoro e forme di distribuzione del prodotto) e rapporti politici e culturali incompatibili col feudalesimo. Esso prevalse su larga scala anzitutto in Inghilterra dove per una serie di circostanze poté impiegare la forza dello Stato per spazzare via la resistenza feudale fino a impadronirsi anche delle campagne che erano la base del modo di produzione feudale. Seguirono poi la Francia e via via gli altri paesi europei e le colonie di popolamento anglosassoni (l’America del Nord e l’Australia). La serie quasi ininterrotta di guerre che costituisce la storia dell’Europa nei secoli XVI, XVII, XVIII, la Rivoluzione inglese (1638-1688), la Guerra d’indipendenza americana (1776-1783), la Rivoluzione francese (1789-1815) e infine la Rivoluzione europea del 1848 sono le tappe principali della lotta con la quale la borghesia sostanzialmente eliminò in Europa occidentale il mondo feudale e affermò la propria direzione. Mentre la borghesia conduceva la sua lotta contro il feudalesimo, contro il Sacro Romano Impero Germanico e le monarchie feudali, contro l’assolutismo monarchico, contro l’oscurantismo della Chiesa romana e del Papato, nell’ambito del suo modo di produzione veniva crescendo numericamente e acquistando maturità culturale e forza politica una nuova classe, la classe operaia. La borghesia la costringeva a condizioni di lavoro e di vita peggiori di quanto mai si era fino allora visto, ma nello stesso tempo proclamava e imponeva la sua liberazione dalla servitù feudale, contro di questa inalberava le parole d’ordine di “libertà, eguaglianza e fratellanza” universali e contro la resistenza dei feudatari mobilitava la stessa classe operaia. È questa nuova classe la forza dirigente del processo di trasformazione della società capitalista in società comunista e il comunismo è, oltre che questo processo pratico di trasformazione, la concezione del mondo e il metodo di conoscenza e di azione con cui questa nuova classe conduce la sua lotta.

Già nel secolo XVIII nel paese capitalista più sviluppato, l’Inghilterra, l'antagonismo tra la borghesia e gli operai era abbastanza sviluppato e l'operaio si era abbastanza differenziato sia dal capitalista sia dall'artigiano, dal garzone di bottega e dal povero in genere, da dar luogo a ribellioni di vario genere, individuali e collettive e alle prime forme di organizzazione di classe. Gli operai parteciparono attivamente alla Rivoluzione francese ma ancora sostanzialmente al seguito della borghesia; nella Rivoluzione europea del 1848, benché fosse ancora la borghesia a cogliere i frutti della loro lotta, essi entrarono invece già come classe a se stante e nel giugno del 1848 a Parigi subirono una repressione feroce e di massa che segnò per la Francia il netto distacco tra le due classi e anche la fine della neonata repubblica borghese. Nei primi decenni del secolo XIX sempre più diffusamente gli operai si contrappongono alla borghesia, acquistano coscienza di classe e capacità di lotta, trascinano nella lotta al loro seguito il resto delle masse popolari, sono diventati nei maggiori paesi capitalisti un problema per l’ordine pubblico.

L’elaborazione delle esperienze della lotta della classe operaia contro la borghesia condusse anzitutto a una comprensione esauriente delle origini e della natura del modo di produzione capitalista, che fino allora inutilmente i più grandi teorici della borghesia avevano cercato di esporre e quindi delle condizioni materiali entro le quali si svolgeva e da cui era condizionata la lotta della classe operaia.

 

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1.1.2. La natura del modo di produzione capitalista        [successivo]

La forza-lavoro è l’insieme di condizioni fisiche e spirituali che si manifestano nella personalità vivente di un uomo e che questi mette in moto per produrre beni o servizi, prodotti di qualunque tipo. Il capitalismo nasce lì dove il possessore di mezzi di produzione e di beni di consumo, o del denaro con cui li si può acquistare essendo essi prodotti come merci, incontra nel mercato l’operaio “libero” venditore della sua forza-lavoro. Nel capitalismo la forza-lavoro assume, per l’operaio stesso, la forma di una merce che gli appartiene e la sua attività, conseguentemente, assume la forma di lavoro salariato. Il valore della forza-lavoro, come il valore di ogni merce, è determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario per la sua produzione. Pertanto il valore della forza-lavoro è il valore dei beni di consumo e dei servizi necessari per mantenere l’individuo lavoratore nel suo stato di vita e di lavoro normale nel dato paese e nella data epoca e per mantenere la sua famiglia: ossia per assicurare la riproduzione della merce forza-lavoro.

L’operaio vende per un tempo determinato la sua forza-lavoro e il capitalista diventa proprietario, per quel tempo, di questa merce e la consuma nella sua azienda, nella fabbrica. Questo uso della forza-lavoro è il processo di produzione capitalista di merci: un processo di produzione di beni o servizi che è anche un processo di creazione di valore (perché svolto nell’ambito della produzione mercantile) e un processo di valorizzazione del capitale o di estrazione del plusvalore (perché svolto nell’ambito del modo di produzione capitalista). Il capitalista prolunga il tempo di lavoro più in là del tempo necessario all’operaio per riprodurre nelle merci finali un valore equivalente a quello che riceve a compenso per la forza-lavoro che ha venduto; quindi estorce all’operaio un lavoro di cui non paga l’equivalente, si appropria di un valore aggiuntivo a quello che egli ha anticipato, il plusvalore: sfrutta l’operaio e valorizza (aumenta) il suo capitale. Da qui il suo interesse vitale sia a prolungare la durata del lavoro complessivo sia a ridurre la durata del tempo di lavoro necessario. Questa è l’essenza del modo di produzione capitalista messa in luce da K. Marx e F. Engels.

Questo processo di sfruttamento è la cellula dalla quale si è sviluppata nel corso di alcuni secoli tutta la società attuale, è la base sulla quale si innalza tutto l’edificio dell'attuale società borghese ed è la fonte dell’inconciliabile lotta di classe tra gli operai, privi di tutto meno che della loro forza-lavoro e i capitalisti, proprietari dei mezzi di produzione e dei beni di consumo.

 

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1.2. Le classi e la lotta di classe        [successivo]

 

Le classi non sono sempre esistite e non esisteranno in eterno. Lo studio della preistoria ha mostrato che nelle società più primitive non esistevano classi e ha permesso di ricostruire a grandi linee i passaggi attraverso i quali esse gradualmente si sono formate. La divisione degli uomini primitivi in classi è legata a una determinata fase storica di sviluppo della loro attività produttiva. In seno alla società primitiva sorse spontaneamente la divisione del lavoro, come misura che accresceva la forza produttiva del lavoro umano. Questa divisione implicava uomini e donne sistematicamente occupati in lavori distinti e determinati rapporti tra loro. Con la divisione sociale del lavoro e i rapporti che in quelle condizioni l’accompagnarono si sviluppò la proprietà privata dei mezzi e delle condizioni della produzione (in primo luogo la terra) che gradualmente sostituì la proprietà comune. Come risultato di ciò nacquero le classi. I rapporti tra le classi si svilupparono gradualmente al punto che alcune classi non partecipavano più alla produzione delle condizioni materiali dell’esistenza e vivevano del prodotto del lavoro delle altre. Solo la separazione degli uomini in classi dominanti e in classi oppresse poteva costringere degli uomini a produrre sistematicamente e in quantità crescente più di quanto essi stessi consumavano. Quindi la divisione degli uomini e delle donne in classi di oppressi e di oppressori si impose sul comunismo primitivo perché, in una società assillata dalla lotta contro la natura per strapparle quanto necessario alla propria sopravvivenza, creava un contesto adatto allo sviluppo di forze produttive maggiori e alla nascita di livelli superiori di civiltà. Nacquero così le società divise in classi. La storia dell’umanità da alcuni millenni a questa parte è la storia delle società divise in classi di oppressi e di oppressori, di sfruttati e di sfruttatori. Le società a comunismo primitivo da allora sono sopravvissute solo come forme di civiltà inferiore, isolate rispetto alla corrente principale e gradualmente travolte e cancellate da questa.

In tutte le società divise in classi di oppressi e di oppressori riscontriamo alcune caratteristiche. Le relazioni economiche tra le classi, i rapporti di produzione, comprendono fondamentalmente tre aspetti: il possesso dei mezzi e delle condizioni necessarie per produrre (forze produttive), le relazioni tra gli uomini nel processo lavorativo, la distribuzione e l’impiego del prodotto. Le forze produttive e i rapporti di produzione costituiscono un’unità di opposti, due termini distinti costitutivi della società tra i quali esiste un rapporto di unità e lotta, nel senso che date forze produttive hanno richiesto determinati rapporti di produzione ad esse corrispondenti e questi a loro volta hanno permesso lo sviluppo di forze produttive superiori che hanno richiesto nuovi rapporti di produzione.

L’insieme delle forze produttive e dei rapporti di produzione costituiscono la struttura della società, la base materiale, economica, della lotta tra le classi. L’esistenza e la natura di una classe, l’unità tra i suoi membri, non sono determinate dalla coscienza dei suoi membri, ma dalla situazione e dal ruolo che essi svolgono nel modo di produzione. La lotta tra le classi dominanti e le classi oppresse è la forza motrice dello sviluppo delle società divise in classi.

La lotta di classe fece sorgere fin dai tempi remoti lo Stato come strumento della classe dominante, come associazione dei suoi membri per regolare i loro affari e per tenere a bada le altre classi. Lenin ha dimostrato che “lo Stato sorge nel luogo, nel momento e nella misura in cui le contraddizioni di classe non possono oggettivamente conciliarsi”. Lo Stato divenne uno strumento di potere della classe economicamente più potente; con lo Stato questa acquisì nuovi mezzi per sottomettere e sfruttare le classi oppresse. La parte essenziale dello Stato consiste nel fatto che la classe sfruttatrice avoca a sé, come suo monopolio e diritto esclusivo, l'uso della violenza e lo vieta alle altre classi. In una società divisa in classi di sfruttati e di sfruttatori il cui contrasto è inconciliabile, è incompatibile con la costituzione economica della società che il monopolio della violenza sia esercitato da una classe diversa da quella economicamente dominante. L'uso della violenza da parte degli sfruttati non può che dar luogo alla guerra civile e la vittoria degli sfruttati consiste precisamente nel mettere fine allo sfruttamento e alla classe che deteneva sia il "diritto" di sfruttare sia il monopolio della violenza. Al di fuori della guerra civile, gli sfruttatori hanno il monopolio della violenza e gli sfruttati cercano di far limitare lo sfruttamento e la violenza della repressione tramite regole e leggi che gli sfruttatori cercano sempre di usare per intensificare lo sfruttamento o di aggirare.

Nella società borghese il monopolio della violenza si traduce in un insieme di strumenti professionali di repressione basati sulla divisione del lavoro: forze armate, polizia, magistratura, carceri, codici e leggi. Accanto a questo ruolo, la borghesia ha sviluppato al massimo grado per il suo Stato un altro ruolo e una pretesa: di essere il centro che promuove l'espressione della volontà comune della società e la attua, di organizzare e dirigere gli affari sociali con un suo corpo di pubblici funzionari di professione, quindi di far funzionare il suo Stato come organismo generale della società, suo delegato e rappresentante. Quest'ultimo ruolo fa però a pugni con l'antagonismo delle classi che la società borghese porta per natura in sé. Questa pretesa della borghesia imperialista raggiunge la sua massima realizzazione nel capitalismo monopolistico di Stato: il suo Stato diventa il centro degli affari e degli intrighi della borghesia imperialista e delle sue lotte intestine che si sviluppano però dietro la maschera della cura e della regolazione degli affari dell'intera società e di tutte le classi e dell'osservanza delle leggi pubblicamente poste. Nella società socialista, con la dittatura della classe operaia quella che per la borghesia imperialista era una pretesa economicamente irrealizzabile, diventerà invece realtà rispetto alla stragrande maggioranza della società: gli operai e gli altri lavoratori. Poi gradualmente, con la scomparsa della borghesia e l'estinzione della divisione in classi e dei rapporti e delle concezioni che ne sono derivati, si estinguerà lo Stato come monopolio della violenza e della repressione. Si svilupperà invece un sistema di organismi della libera associazione di tutti i lavoratori, incaricati di gestire gli affari dell'intera società.

Le relazioni tra le classi e le loro lotte non si limitano quindi all’ambito della vita economica. Nella relazione  tra chi dispone dei mezzi e delle condizioni della produzione e chi li usa si trova la chiave della struttura del potere politico, il motivo della sua esistenza e il suo ruolo. Perciò la lotta tra le classi antagoniste diventa lotta per il potere politico. La divisione in classi impregna però anche tutto il resto  della vita della società classista e coinvolge tutto il sistema  di relazioni sociali. Essa si manifesta quindi nel terreno della sovrastruttura, nella politica, nell’ideologia e, in generale, in tutta la vita spirituale.

L'esperienza della produzione e della lotta tra le classi, cioè l'esperienza pratica di tutti i membri della società, è in definitiva la fonte prima delle sensazioni, dei sentimenti e delle idee con cui gli uomini rappresentano a se stessi la loro vita e con cui conducono le lotte che essa comporta. La trasformazione della società è regolata da leggi oggettive proprio nel senso che l'esperienza pratica genera negli uomini e nelle donne sensazioni, sentimenti e idee con cui gli uomini e le donne risolvono le contraddizioni oggettive che determinano lo sviluppo della società e perseguono gli obiettivi che la stessa esperienza pratica pone. In questo modo gli uomini e le donne attuano le leggi oggettive dello sviluppo della società.

La sostituzione del comunismo al capitalismo è una legge oggettiva della vita sociale. Chi attua questa legge? Chi trasforma la realtà in conformità a questa legge? La classe operaia con il suo partito comunista, le sue organizzazioni di massa, le sue lotte, la sua direzione sul resto del proletariato e delle masse popolari. La sua diretta esperienza spinge la classe operaia ad assumere questo ruolo finché non l'ha adempiuto. La sostituzione del comunismo al capitalismo è quindi un evento inevitabile nel senso preciso che il capitalismo, finché non sarà scomparso, spingerà e costringerà la classe operaia ad assumere quel ruolo. Ogni volta che essa verrà meno ad esso e rinuncerà quindi al suo compito storico, il capitalismo creerà le condizioni perché nel seno della classe operaia e nel seno della società sorgano nuove schiere di comunisti che riporteranno la classe operaia alla lotta per il potere e per il comunismo. In questo senso una legge sociale è una legge oggettiva. Non nel senso caricaturale che a volte alcuni nostri avversari e alcuni nostri pericolosi amici danno alla nostra affermazione, cioè non nel senso che una legge oggettiva si attuerebbe senza l'intervento delle masse e degli uomini in genere.

Quindi lo studio dell'esperienza pratica permette anche di capire l'origine, il significato reale e il ruolo delle sensazioni, dei sentimenti e delle idee esistenti; mentre in generale è vano il tentativo di spiegare la realtà esistente cercando la sua origine nei sentimenti, nelle idee, nelle aspirazioni e nelle volontà degli individui, dei gruppi e delle classi sociali.

Nell’epoca del capitalismo, nella società si sono formate due grandi classi nemiche che si affrontano: la borghesia e la classe operaia. Al principio la lotta tra queste due classi assunse la forma di lotta economica. Era la lotta di una parte o di un gruppo di operai contro un solo capitalista, ora in una ora in un’altra fabbrica. Questa lotta non coinvolgeva ancora le basi del sistema di sfruttamento. Il suo scopo cosciente e dichiarato non era di eliminare lo sfruttamento, ma di attenuarlo, di migliorare la situazione materiale e le condizioni di lavoro. Questa prima forma di lotta svolse un ruolo importante, perché organizzò ed educò gli operai; però allo stesso tempo mise in luce il suo carattere limitato. L'intervento dello Stato a difesa dei capitalisti nella lotta economica fece comprendere agli operai che la loro lotta doveva assumere carattere politico, che dovevano strappare allo Stato nemico leggi e misure a proprio favore (riforme). Più tardi, col marxismo, gli operai raggiunsero la coscienza più piena della propria situazione sociale. La loro lotta diventò più cosciente, fino ad assumere un carattere superiore, la forma di lotta per abbattere lo Stato della borghesia, costruire un proprio Stato e, grazie al potere conquistato, eliminare lo sfruttamento e le basi storiche di questo: la divisione della società in classi. La lotta economica, la lotta politica per conquistare riforme e la lotta rivoluzionaria per il socialismo sono oggi tre campi distinti di lotta oggettivamente legati tra loro. Il partito comunista deve dirigere il movimento nei tre campi in modo da portare la lotta rivoluzionaria alla vittoria.

Di tutte le classi in contrasto con la borghesia, anche di quelle schiacciate e oppresse dalla borghesia, solo la classe operaia può assumere la direzione della lotta comune contro la borghesia e portarla alla vittoria definitiva. Essa infatti, oltre a essere, per il ruolo che svolge nella stessa società capitalista, la più cosciente e organizzata tra tutte le classi popolari, è la classe portatrice di un modo di produzione nuovo, superiore, il modo di produzione comunista. Infatti la classe operaia può migliorare stabilmente e su grande scala la propria condizione nella società solo abolendo in generale la proprietà privata dei mezzi di produzione, instaurando rapporti di produzione pienamente corrispondenti al carattere collettivo già raggiunto dalle forze produttive e mettendo così fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e a ogni divisione in classi.

La nascita delle classi è stato il risultato dello sviluppo spontaneo della società. Al contrario, la scomparsa delle classi può essere solo il risultato della lotta cosciente della classe operaia, che conduce all’instaurazione della sua dominazione politica e al socialismo, tappa di transizione necessaria sulla via della scomparsa di tutte le differenze di classe. Ma la coscienza della classe operaia è in definitiva generata dalla contraddizione fondamentale della società borghese. È per questo che la lotta per il comunismo prosegue inarrestabile e rinasce dopo ognuna delle sconfitte che accompagnano il suo sviluppo, come accompagnano lo sviluppo di ogni nuova grande conquista degli uomini.

 

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1.3. L’imperialismo, ultima fase del capitalismo        [successivo]

 

Nei decenni successivi alla Rivoluzione europea del 1848 si crearono le condizioni materiali che rendono necessaria la società comunista e in parte si crearono anche le condizioni spirituali necessarie per avviare la transizione dalla società capitalista alla società comunista, cioè per l’instaurazione di una società socialista.

Nel corso del secolo XIX, costretta prima da una serie ciclica di crisi economiche (1815, 1825, 1836, 1847, 1857, 1867) e poi dalla Grande Depressione (1873-1895), per ostacolare la caduta del tasso del profitto la borghesia europea ed americana sviluppò su grande scala le forze produttive della società ed estese il suo raggio d’azione a tutti i continenti. Questo significò accrescere fortemente il carattere collettivo dell’attività economica. La concorrenza tra molti capitalisti lasciò il posto ai monopoli di un pugno di grandi gruppi capitalisti. Il capitale bancario e il capitale produttivo si fusero nel capitale finanziario che in varie forme (depositi, assicurazioni, prestiti, ipoteche, società per azioni, obbligazioni, ecc.) assunse il controllo anche dei risparmi e delle proprietà delle altri classi. La borghesia europea e americana estese a tutto il mondo la sua rete commerciale, colonizzò e sottomise a uno spietato sfruttamento i popoli dei paesi non ancora capitalisti (la maggioranza della popolazione mondiale) e divise il mondo in paesi capitalisti e paesi arretrati e sfruttati, cercò campi di investimento e fonti di rendite in ogni angolo del mondo. Essa creò così un organismo produttivo unitario che direttamente o indirettamente e a gradi diversi di completezza inglobava gran parte della popolazione mondiale.

Verso la fine del secolo XIX l’evoluzione delle società borghesi arrivò a un punto tale da determinare nella storia dell'umanità una svolta: la divisione della società in classi e il loro antagonismo avevano cessato di essere la condizione favorevole allo sviluppo delle forze produttive degli uomini ed erano diventati un freno ad esso. Erano quindi maturate le condizioni oggettive per una superiore organizzazione sociale, il comunismo, basata sul possesso comune e sulla gestione collettiva delle forze produttive della società da parte dei lavoratori associati.

Il corso oggettivo aveva anche fatto sorgere nella classe operaia, in contrasto con l’ideologia e le abitudini proprie della condizione servile cui soggiaceva, i sentimenti, la coscienza, le abitudini, le attitudini e le capacità organizzative necessarie alla nuova società. La società aveva seguito il percorso che qualche decennio prima Marx ed Engels avevano messo in luce.

Il mondo era entrato nella fase imperialista del capitalismo, la fase della decadenza del capitalismo e della rivoluzione proletaria, nella quale ci troviamo tuttora. Questo comportava una serie di cambiamenti importanti in campo economico, politico e culturale, rispetto alla fase di ascesa del capitalismo.

Per conservare la proprietà individuale capitalista delle forze produttive la borghesia da allora dovette fare i conti con il carattere già collettivo di queste. Essa dovette in continuazione mettere in campo forme di gestione collettiva delle forze produttive, pur restando sul terreno della proprietà individuale capitalista di esse, quelle forme che Marx aveva chiamato Forme Antitetiche dell’Unità Sociale (FAUS): società per azioni, associazioni di capitalisti, cartelli internazionali di settore, banche centrali, banche internazionali, sistemi monetari fiduciari, politiche economiche statali, enti economici pubblici, contratti collettivi di lavoro, sistemi assicurativi generali, regolamenti pubblici dei rapporti economici, enti sovranazionali, fino al capitalismo monopolistico di Stato e al sistema monetario fiduciario mondiale. Le FAUS assunsero un ruolo sempre più importante nella struttura economica della società che restava però nella sua massa composta da una miriade di capitalisti individuali, di produttori individuali (piccolo-borghesi) e di venditori e compratori di merci e di forza-lavoro in concorrenza tra loro. Essa restava quindi ingovernabile. Piano del capitale, cartello capitalistico unico mondiale, governo mondiale dell’economia capitalista, ecc. restarono e restano illusioni o imbrogli. Una direzione stabile e su grande scala dell’economia capitalista da parte dello Stato o di consorzi bancari è stata spesso promessa e dichiarata, ma si è sempre rivelata precaria e velleitaria. Le FAUS restano inevitabilmente sovrastrutture fragili, precarie e di limitata efficacia. Esse tuttavia sono un indizio della necessità del comunismo, mostrano la sua praticabilità e creano alcuni strumenti materiali e alcune premesse per il comunismo. Lenin in particolare fece notare che il capitalismo monopolistico di Stato costituiva la preparazione materiale più completa per il socialismo, benché tra esso e il socialismo fosse necessario il salto costituito dalla rivoluzione socialista, cioè che il potere e la direzione della società passasse dalla borghesia imperialista alla classe operaia.

La borghesia dovette insomma creare in continuazione associazioni di capitalisti che costituissero una mediazione della proprietà individuale capitalista delle forze produttive con il loro carattere collettivo e che fossero in qualche modo e provvisoriamente atte a superare gli effetti più devastanti creati dalla sopravvivenza dei rapporti di produzione capitalisti nonostante il carattere già collettivo delle forze produttive.

Contemporaneamente la lotta contro l'avanzata del comunismo e la conservazione degli ordinamenti esistenti divennero compiti imprescindibili dell'attività della borghesia. Questo però inevitabilmente portava la borghesia anche alla difesa e al recupero delle anticaglie del passato in qualche modo sopravvissute alla rivoluzione borghese (le istituzioni feudali, le chiese, le pratiche oscurantiste, le società segrete, ecc.) e ad altre attività in contrasto con la valorizzazione del capitale. Ricupero che diventa fonte di nuove contraddizioni e crisi: rapporti di dipendenza personale, organizzazioni criminali, la sostituzione della concorrenza economica con la violenza e la corruzione, la prevalenza della discrezionalità dei governi, delle pubbliche amministrazioni e dei relativi esponenti sulle leggi, la conseguente corruzione e combinazione dei pubblici funzionari e degli uomini politici con i grandi capitalisti, l'eliminazione dei concorrenti, la guerra tra gruppi capitalisti i cui rapporti non possono più essere mediati da leggi e istituzioni a loro comuni, ecc.

Nella società si erano in una certa misura già formate anche le forze soggettive motrici della rivoluzione socialista. La Lega dei comunisti (1847-1852) aveva creato le condizioni della nascita del marxismo. La I Internazionale, l'Associazione Internazionale dei Lavoratori (1864-1876), aveva risolto vittoriosamente la lotta del marxismo contro le concezioni anarchiche e piccolo-borghesi del socialismo e aveva diffuso il marxismo tra i lavoratori avanzati e i comunisti di tutto il mondo. La prima rivoluzione proletaria, la Comune di Parigi (1871), benché selvaggiamente soffocata dalla borghesia, aveva mostrato per la prima volta la classe operaia al potere, aveva fornito grandi insegnamenti sulla necessità del partito comunista della classe operaia e aveva fatto conoscere il socialismo agli oppressi di tutto il mondo. Nei partiti socialisti e socialdemocratici della II Internazionale (1889-1914) il proletariato dei maggiori paesi capitalisti, in particolare europei, aveva in una certa misura acquistato in massa la coscienza che le conquiste delle sue lotte rivendicative potevano diventare durature solo con la trasformazione socialista della società ed aveva acquistato un’ampia egemonia sulle altre classi popolari. Esso era diventato la forza politica che incarnava e personificava l'esigenza oggettiva del passaggio al comunismo ed aveva creato istituzioni atte a formare ed esprimere la volontà della nuova classe: il proprio partito politico, i sindacati, le altre organizzazioni di massa.

La borghesia divenne per forza conservatrice e reazionaria. Era definitivamente finita l’epoca della democrazia borghese e del ruolo progressivo della borghesia. L'estensione al proletariato, alle masse dei paesi imperialisti e ai popoli delle colonie dei diritti della democrazia borghese, del riconoscimento formale dell'eguaglianza, dell'eguale diritto a determinare l'indirizzo dello Stato e a governare si scontrava infatti con la necessità, inscritta nei rapporti economici, di mantenere la dittatura della borghesia imperialista su di essi. In ogni paese borghese quanto ai rapporti economici, lo Stato deve anzitutto difendere e promuovere gli interessi della borghesia: infatti se i capitalisti non fanno buoni profitti tutta l’attività economica del paese va in rovina e con essa viene sconvolta anche la vita di tutte le altre classi. In ogni società capitalista, la dittatura politica della borghesia è economicamente necessaria, benché le forme che essa assume cambino a secondo delle circostanze concrete. Finché il proletariato era debole la borghesia era stata  rivoluzionaria, aveva lottato per la democrazia, per la libertà, per la sovranità popolare contro il feudalesimo, l’assolutismo monarchico e l’oscurantismo clericale; da quando il proletariato divenne forte e in grado di far valere effettivamente i diritti prima solo proclamati, la borghesia è diventata per forza di cose il centro di raccolta di tutte le forze reazionarie e il suo Stato si è trasformato nella controrivoluzione preventiva organizzata.

Stante la sopravvivenza della proprietà capitalista delle forze produttive, la collaborazione della massa dei proletari nell'organismo unitario della produzione sociale non poteva realizzarsi nella forma dell'universale consapevole partecipazione alla gestione degli affari sociali. Nel capitalismo il proletario è giuridicamente libero, non è legato né alla terra né ad alcun padrone: egli può andare a chiedere lavoro nell’azienda di uno o dell’altro capitalista. Però non può essere libero rispetto alla borghesia nel suo insieme. Privo dei mezzi di produzione, egli è obbligato a cercare di vendere la sua forza-lavoro e a subire perciò il giogo dello sfruttamento. La borghesia ha bisogno della libertà del venditore e del compratore di merci, ma d’altra parte deve impedire che i proletari si coalizzino e riducano il loro sfruttamento sia elevando il loro salario al di sopra del valore della loro forza-lavoro sia riducendo la differenza tra il tempo effettivo di lavoro e il tempo di lavoro necessario a produrre un valore pari  a quello della forza-lavoro. Quindi deve ostacolare la crescita della coscienza e dell'organizzazione della massa dei proletari e, vista l'impossibilità di impedirla in assoluto, deve deviare e periodicamente stroncare e ricacciare indietro le organizzazioni e la coscienza dei proletari.

Con l'ingresso nell'epoca imperialista, la borghesia nel campo culturale retrocesse in secondo piano la ricerca e la diffusione della comprensione del mondo fisico e dei processi sociali e pose in primo piano la cultura d'evasione e l'elaborazione e la diffusione di teorie che occultavano i rapporti sociali effettivi, difendevano l'ordine esistente e ne proclamavano l'eternità. Le teorie religiose e le relative chiese, contro cui la borghesia un tempo si era battuta, vennero dalla borghesia ripescate e imposte nuovamente alle masse nello sforzo di conservare la loro collaborazione e arrestarne lo sviluppo politico: esemplare per l'Italia la riforma Gentile della scuola. La borghesia assunse la religione come strumento necessario di dominio sulle classi e sui popoli oppressi. Le istituzioni e le autorità religiose che la rivoluzione borghese non aveva ancora eliminato, dal Papa al Dalai Lama, vennero rimesse a nuovo e insignite del ruolo di difensori dell'ordine costituito e di guida delle masse: in Italia il Papato venne eretto in Stato indipendente, munito di ricchezze e immunità. La borghesia atea impose nelle scuole l'istruzione religiosa e costituì le religioni in religioni di Stato.

Anche i rapporti tra i membri e i gruppi della classe dominante subirono un cambiamento qualitativo: i rapporti democratici e regolati da leggi e norme pubblicamente accettate vennero via via sostituiti dal dominio di un pugno di esponenti del capitale finanziario sul grosso della borghesia e da rapporti antagonisti tra i rappresentanti delle frazioni in cui il capitale complessivo della società è diviso. La militarizzazione dell'attività statale, la manipolazione dell'informazione e dell'opinione pubblica, la subordinazione delle istituzioni politiche e sociali sia alla corruzione del capitale finanziario sia al controllo e all'infiltrazione degli organi repressivi, le trame della diplomazia segreta e dei servizi segreti, la formazione di bande armate che si sottraggono agli ordinamenti e alle leggi ufficiali divennero pratiche correnti per la borghesia imperialista in ogni paese, le residue società segrete (massonerie, mafia, ordini cavallereschi, ecc.) si trasformarono in società finanziarie e criminali.

Da quando il capitalismo è entrato nella sua fase imperialista la transizione al comunismo diventò un percorso oggettivamente necessario, inscritto cioè nel carattere oggettivo assunto dalle forze produttive della società. Questo non nel senso che la trasformazione sarebbe stata rapida e facile, ma nel senso che era diventata l'unico possibile percorso di progresso e che, finché esso non fosse stato imboccato e percorso, l'umanità avrebbe vissuto "i travagli del parto" incompiuto, come gli avvenimenti da allora succedutisi hanno confermato. Una volta realizzate le condizioni materiali che rendono necessaria la società comunista, il fattore determinante sono diventate le condizioni soggettive: quelle cioè che rendono la classe operaia capace di dirigere le masse popolari ad abbattere il potere della classe dominante e a dare inizio alla transizione dal capitalismo al comunismo.

Allora il movimento comunista fu oggettivamente posto davanti a una svolta: come affrontare la nuova situazione? In esso si aprì uno scontro a livello mondiale tra due linee antagoniste. “La lotta tra le due tendenze principali del movimento operaio, il socialismo rivoluzionario e il socialismo opportunista, riempie tutto il periodo che va dal 1889 al 1914".

In ogni partito socialista esisteva una sinistra, ma solo nel Partito Operaio Socialdemocratico della Russia essa aveva raggiunto una comprensione sufficiente del fatto che era terminata l’epoca dello sviluppo progressivo della borghesia, della democrazia borghese, “dello sviluppo più o meno pacifico del capitalismo”. Su scala mondiale quindi nel movimento comunista prevalse la destra, costituita dall'aristocrazia operaia e da intellettuali provenienti da altre classi. Il socialismo opportunista ebbe la sua base teorica nel revisionismo di E. Bernstein (1850-1932). Questi sosteneva che era possibile una trasformazione graduale e pacifica della società capitalista in società socialista perché il capitalismo aveva di fatto imboccato una strada diversa da quella che Marx aveva indicato, aveva cioè imboccato la strada dell'attenuazione degli antagonismi di classe, dell'estensione illimitata dei diritti democratici alle masse e del governo razionale del movimento economico della società da parte dello Stato democratico. La resa dei partiti socialdemocratici alla borghesia nel 1914 segnò l’ingloriosa fine della II Internazionale e la fine di ogni pretesa scientifica del revisionismo di Bernstein. Il movimento comunista rinacque più forte da un’altra parte.

 

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1.4. La prima crisi generale del capitalismo, la prima ondata della rivoluzione proletaria e il leninismo        [successivo]

 

All'inizio del secolo XX il modo di produzione capitalista si scontrò per la prima volta col suo limite intrinseco, che Marx aveva indicato: la sovrapproduzione assoluta di capitale. Il capitale accumulato era ormai talmente grande che, nelle condizioni esistenti, l’impiego nella produzione di tutto il capitale accumulato avrebbe comportato la diminuzione della massa del profitto e, d’altra parte, per quanto fosse grande la massa del plusvalore estorto ai lavoratori, essa non era sufficiente a valorizzare l’intero capitale. Solo una parte del capitale accumulato poteva essere impiegato come capitale produttivo. Da qui la lotta tra i gruppi capitalisti perché ognuno vuole valorizzare il suo capitale. D'altra parte la sovrapproduzione di capitale significava sovrapproduzione di tutte le cose in cui il capitale si materializza: sovrapproduzione di mezzi di produzione, sovrabbondanza di materie prime, sovrapproduzione di beni di consumo, sovrabbondanza di forza-lavoro (disoccupazione, esuberi), sovrabbondanza di denaro. Quindi tutta la vita di tutte le classi ne viene sconvolta.

Esplose allora la prima crisi generale del capitalismo (1910-1945), che partendo dall’economia si trasformò necessariamente in crisi politica e culturale, in situazione rivoluzionaria di lunga durata, in guerre imperialiste e in rivoluzione proletaria. Essa ebbe fine solo grazie alle distruzioni delle forze produttive e agli sconvolgimenti degli ordinamenti, delle istituzioni e della cultura culminati nella Seconda guerra mondiale.

All’inizio della prima crisi generale il mondo era stato già tutto diviso tra i gruppi imperialisti e i loro Stati. La borghesia imperialista difendeva ferocemente, in ogni paese e a livello internazionale, gli ordinamenti esistenti (il sistema coloniale, il sistema monetario mondiale, gli ordinamenti giuridici e legislativi, ecc.) come forme del proprio potere. Ma d'altra parte il capitale in generale aveva oramai occupato tutti gli spazi di espansione che gli erano possibili nell'ambito di quegli ordinamenti e non poteva più espandersi senza sovvertirli. Ogni singolo gruppo imperialista quindi poteva allargare i suoi affari e aumentare i suoi profitti solo occupando lo spazio di un altro gruppo imperialista. Le difficoltà incontrate dall'accumulazione del capitale sconvolgevano l'intero processo di produzione e riproduzione delle condizioni materiali dell'esistenza dell'intera società, tutta la struttura economica della società e la sua sovrastruttura politica e culturale. I rapporti tra borghesia imperialista e masse popolari dispiegarono tutto il loro antagonismo. La classe dominante non poteva più regolare i rapporti tra i gruppi che la componevano né tenere a bada le masse con i vecchi sistemi, né le masse potevano accettare la disgregazione e le sofferenze cui la crisi generale le portava.

Iniziò allora una situazione rivoluzionaria di lungo periodo: il mondo doveva cambiare, interessi acquisiti e consolidati dovevano essere eliminati, la rete di relazioni commerciali e finanziarie doveva essere dissolta, un nuovo ordine doveva essere instaurato. Nessun individuo, gruppo, partito, singola classe era in grado di far uscire la società dalla crisi in cui lo sviluppo oggettivo del capitalismo l’aveva condotta: solo una mobilitazione generale delle ampie masse poteva eliminare rapporti, abitudini e prassi consolidate e stabilirne di nuovi. Costrette dalla situazione oggettiva le grandi masse si sarebbero mobilitate per instaurare una nuova società. La mobilitazione delle masse era un evento oggettivo, come in montagna il deflusso delle acque verso valle durante un temporale; era un evento le cui cause motrici non risiedevano nell’iniziativa e nella coscienza degli individui e dei partiti.

In gioco e oggetto della lotta politica tra classi, partiti e individui era se la mobilitazione delle masse sarebbe stata diretta da qualche gruppo della borghesia imperialista e volta all’instaurazione di un nuovo ordine mondiale ancora capitalista tramite la distruzione di una parte del capitale accumulato e delle forze produttive che lo impersonavano (mobilitazione reazionaria delle masse) o se la mobilitazione delle masse sarebbe stata diretta dalla classe operaia tramite il suo partito comunista e volta all’instaurazione della società socialista che toglieva da subito almeno alla parte più importante delle forze produttive esistenti il carattere di capitale  (mobilitazione rivoluzionaria delle masse). La mobilitazione delle masse non è generata dal gruppo, partito o classe che la dirige, ma non c’è mobilitazione delle masse che non abbia una direzione: già fin dall’inizio al suo interno vi è lotta per la direzione tra le due classi, le due vie e le due linee e la mobilitazione delle masse realizza il suo obiettivo solo sotto la direzione di una delle due classi antagoniste.

Nel movimento comunista la comprensione più alta della trasformazione che l'umanità stava compiendo e delle forze che in essa si scontravano fu espressa da Lenin (1870-1924). Il leninismo divenne la seconda superiore tappa del pensiero comunista, il marxismo dell'epoca in cui la borghesia si avvia al tramonto e si sviluppano le prime rivoluzioni proletarie vittoriose.

Dapprima prevalse la mobilitazione reazionaria: la borghesia imperialista aveva dovunque già in mano il potere e l’azione dei revisionisti all’interno della II internazionale aveva con successo ostacolato la sinistra nell’accumulazione delle forze rivoluzionarie da parte della classe operaia. La borghesia precipitò tutti i popoli in un periodo di sconvolgimenti, di distruzioni, di sofferenze e di massacri di dimensioni fino allora inaudite che durarono più di trent'anni. L’Europa e l’Asia furono messe a ferro e a fuoco, le due Americhe, l’Africa e l’Oceania furono spremute perché contribuissero alla guerra. In ogni paese emersero gruppi borghesi che in nome della salvezza degli interessi generali della propria classe, ne presero la direzione sottomettendo ai propri interessi quelli degli altri gruppi e si misero alla testa della mobilitazione reazionaria delle masse.

La mobilitazione reazionaria delle masse assunse, e non poteva che assumere la forma della guerra tra Stati e della guerra civile: la borghesia imperialista non aveva altro modo per “decidere” quali interessi particolari dovevano essere sacrificati alla salvezza della classe e quali dovevano imporsi come nuovi interessi generali di tutta la classe, né per reprimere la rivoluzione. In ogni paese imperialista per contrastare l'instabilità del regime politico che derivava dalla crisi, lo Stato della borghesia imperialista doveva impiegare i suoi mezzi per aprire nel mondo nuovi spazi all'espansione degli affari dei gruppi capitalisti del paese. I contrasti economici tra gruppi imperialisti e tra borghesia e masse popolari erano diventati antagonisti e si trasformavano in contrasti tra Stati imperialisti e in contrasti politici all'interno di ogni paese. Il corso della società capitalista aveva posto all’ordine del giorno l’alternativa guerra o rivoluzione. La borghesia imperialista mobilitò quindi grandi masse, su scala mai vista prima, contro altre masse, straniere o dello stesso paese e la guerra assunse il carattere di guerra di sterminio di massa.

I primi anni della crisi generale furono dedicati alla preparazione politica, militare, economica e psicologica della guerra. Poi la borghesia lanciò le masse nella Prima guerra mondiale. Ma già nel corso della Prima guerra mondiale la classe operaia riuscì in una serie di paesi a trasformare la mobilitazione reazionaria in mobilitazione rivoluzionaria: masse che la borghesia imperialista aveva mobilitato  e gettato fuori dal corso tradizionale della loro vita perché dessero il loro sangue e le loro forze per far prevalere i suoi interessi, si voltarono contro chi le dirigeva e cambiarono di campo.

Solo tra tutti i partiti della II Internazionale, il Partito Operaio Socialdemocratico della Russia, guidato da Lenin, risultò preparato ad affrontare la situazione e riuscì a trasformare la guerra imperialista in rivoluzione vittoriosa, nel primo “assalto al cielo” della classe operaia e delle masse sfruttate. Nel 1917 la classe operaia diede il via alla conquista del potere politico in Russia che concluse nel 1921 con la vittoria sulle armate bianche e contro la prima aggressione imperialista e con la fondazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) nel 1924. Anche se le altre rivoluzioni proletarie scoppiate in Europa (Germania, Austria, Ungheria, Finlandia, Paesi Baltici, ecc.) vennero sconfitte e in altri paesi (Italia, Romania, Polonia, Francia, ecc.) il fermento rivoluzionario non riuscì neanche  a trasformarsi in inizio della conquista del potere, dalla vittoria della Rivoluzione d’Ottobre ebbe inizio la prima ondata della rivoluzione proletaria che ha sconvolto il mondo e ha aperto una nuova epoca per tutta l’umanità.

Da allora la mobilitazione reazionaria ebbe costantemente due direttrici guida: la guerra tra gruppi imperialisti e la repressione della rivoluzione ed essa fu indebolita ogni volta che le due direttrici entravano in conflitto e i gruppi imperialisti si dilaniavano sulla priorità tra esse.

La mobilitazione reazionaria delle masse si concretizzò nella creazione di regimi terroristici di massa come il fascismo, il nazismo e il franchismo, nell’invasione giapponese della Cina e di altri paesi asiatici (1936-1945), nello scatenamento della Seconda guerra mondiale (1939-1945).

La mobilitazione rivoluzionaria trasse nuova forza dalla vittoria conseguita in Russia. La classe operaia, tramite i suoi partiti comunisti creati nell’ambito della Internazionale Comunista (1919-1943), in vari paesi coloniali e semicoloniali prese la direzione delle lotte antimperialiste di liberazione nazionale che culminarono nella fondazione della Repubblica popolare coreana e nella conquista del potere in Cina (1949) con la fondazione della Repubblica popolare cinese (RPC); condusse con forza in molti paesi la lotta contro il fascismo, il nazismo e il franchismo; difese con successo i propri ordinamenti politici instaurati in Unione Sovietica dai ripetuti assalti delle potenze imperialiste coalizzate (1918-1921 e 1941-1945) e dai sabotaggi, dai blocchi economici, dall’aggressione furibonda della borghesia imperialista che non arretrò di fronte ad alcun delitto; riuscì a scoraggiare i progetti aggressivi dei gruppi imperialisti anglo-americani che meditavano una seconda aggressione e a impedire la loro confluenza con i gruppi imperialisti tedeschi; con la grande vittoria contro l'aggressione dei nazisti e dei loro alleati (1945) riuscì a creare nuovi paesi socialisti in Europa orientale e centrale: le democrazie popolari di Polonia, Germania, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Albania e Jugoslavia; avviò la transizione al comunismo di più di un terzo della popolazione mondiale; sviluppò le forze rivoluzionarie in tutto il mondo; acquisì una grande esperienza nel campo del tutto inesplorato della transizione dal capitalismo al comunismo, sintetizzata nelle opere di Lenin, di Stalin (1879-1953) e di Mao Tse-tung (1893-1976).

Durante la prima crisi generale del capitalismo la classe operaia non fu tuttavia ancora abbastanza cosciente ed organizzata da vincere la borghesia anche nei paesi dove questa era più forte, nei paesi imperialisti. In questi paesi la classe operaia non aveva ancora espresso una sua direzione né abbastanza consapevole dei compiti strategici né, di conseguenza, abbastanza capace di individuare e realizzare sistematicamente i compiti tattici relativi all’accumulazione delle forze della rivoluzione e alla conquista del potere.

I partiti socialisti esistenti in questi paesi all’inizio della crisi generale avevano accettato prese di posizione contro la guerra che la borghesia stava preparando (come il Manifesto del congresso internazionale di Basilea - 1912), ma le dichiarazioni rivoluzionarie mascheravano una linea politica, una tattica e un’organizzazione riformiste, tutte interne al movimento politico borghese, impregnate di illusioni nel carattere ancora democratico della borghesia. Questi partiti erano quindi del tutto impreparati ad assumere la direzione della mobilitazione delle masse e nel 1914 furono sommersi dall’opportunismo e dal socialsciovinismo.

I partiti comunisti costituiti nei paesi imperialisti nell’ambito dell'Internazionale Comunista costituirono dovunque un salto in avanti rispetto ai partiti socialisti, ma non riuscirono a mettersi all’altezza della situazione. Rimasero forti le correnti di destra, impregnate di illusione nel carattere ancora democratico della borghesia e di sfiducia nella capacità rivoluzionaria della classe operaia e delle masse popolari. La sinistra non comprese la natura della crisi generale in corso, né le caratteristiche della situazione rivoluzionaria di lungo periodo e non riuscì di conseguenza a sviluppare una linea giusta per l’accumulazione delle forze rivoluzionarie. Il fascismo, il nazismo, le guerre e in generale la mobilitazione reazionaria delle masse furono da essa in generale considerati come eccezioni ed emergenze, mentre in realtà la rivoluzione procede suscitando contro di sé una controrivoluzione potente, solo vincendo la quale le forze rivoluzionarie diventano capaci di fondare la nuova società. Invano Stalin enunciò in quegli anni la legge che la lotta di classe diventa più acuta man mano che la classe operaia avanza verso la vittoria.

Di conseguenza la destra ebbe buon gioco a imporre una linea riformista, in cui il partito comunista fungeva da ala sinistra di uno schieramento politico diretto da gruppi borghesi e la classe operaia rinunciava a cercare di prendere il potere per sé. I partiti comunisti dei paesi imperialisti diedero in generale questa interpretazione di destra alla linea del Fronte popolare antifascista, lanciata dall’Internazionale Comunista nel suo settimo congresso (luglio-agosto 1935). In alcuni di questi paesi le masse popolari, guidate dai rispettivi partiti comunisti, condussero grandi lotte e dispiegarono un grande eroismo nella lotta contro il fascismo, il nazismo e il franchismo e la reazione in generale, lotte che hanno accumulato un grande patrimonio di esperienze e che tuttora costituiscono il punto più alto finora raggiunto dalla classe operaia di quei paesi nella sua lotta per il potere. La borghesia riuscì a impedire che la prima ondata della rivoluzione proletaria avesse successo anche nei maggiori paesi imperialisti, ma dovette pagare un caro prezzo nelle riforme che le masse popolari riuscirono a strappare.

Nei paesi coloniali e neocoloniali la linea della rivoluzione di nuova democrazia, con cui la classe operaia tramite il suo partito comunista assumeva la direzione della rivoluzione democratico-borghese, fu adottata e applicata solo da alcuni dei partiti comunisti, in particolare dal Partito comunista cinese e dal Partito del lavoro coreano, con grandi successi. In altri paesi coloniali e semicoloniali prevalse la linea di lasciare la direzione della rivoluzione democratico-borghese in mano alla borghesia nazionale che la condusse al fallimento. Benché fallite, le rivoluzioni democratico-borghesi portarono tuttavia alla scomparsa del vecchio sistema coloniale e alla trasformazione delle colonie in semicolonie o in paesi relativamente indipendenti.

 

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1.5. La ripresa del capitalismo, il revisionismo moderno, la Rivoluzione Culturale Proletaria e il maoismo        [successivo]

 

La fine della Seconda guerra mondiale segnò anche la fine della prima crisi generale del capitalismo. Durante questa prima crisi generale il movimento comunista aveva raggiunto grandi successi. Proprio questi successi e la svolta intervenuta nel capitalismo ponevano ad esso compiti nuovi e maggiori sia per quanto riguardava l'avanzamento della transizione dal capitalismo al comunismo nei paesi socialisti, sia per quanto riguardava lo sviluppo della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti e della rivoluzione di nuova democrazia nei paesi coloniali e semicoloniali.

I paesi socialisti avevano difeso la propria esistenza ed avevano formato un vasto campo socialista che andava dall’Europa centrale all’Asia sudorientale e comprendeva un terzo della popolazione mondiale: ora dovevano trovare una linea per proseguire al nuovo livello la transizione verso il comunismo. La grande influenza raggiunta dal movimento comunista nei paesi imperialisti e nei paesi coloniali e semicoloniali poneva in questi paesi il compito di portare avanti la lotta per la vittoria. Il movimento comunista doveva compiere un salto di qualità. Di conseguenza nel movimento comunista internazionale si aprì nuovamente uno scontro a livello mondiale tra due linee antagoniste.

Da una parte la sinistra sosteneva la prosecuzione della lotta contro l’imperialismo sui tre fronti (paesi socialisti, paesi imperialisti, colonie e semicolonie). Essa tuttavia non aveva alcun sentore che la prima crisi generale del capitalismo era conclusa e che si apriva per il capitalismo, che nel mondo rimaneva ancora il sistema economico dominante, un periodo relativamente lungo di ripresa dell’accumulazione e di espansione dell’attività economica. Quindi non aveva una linea generale adeguata alla situazione e in generale peccava di dogmatismo.

Dall’altra la destra sosteneva la linea dell'intesa e della collaborazione con la borghesia imperialista. Essa aveva la sua base teorica nel revisionismo moderno. In contrasto con la legge dell'acutizzazione della lotta di classe, il revisionismo moderno sosteneva che la forza acquisita dalla classe operaia attenuava gli antagonismi di classe, rendeva possibile una trasformazione graduale e pacifica della società, riduceva la borghesia a più miti consigli e la rendeva propensa a concessioni e riforme. Secondo la destra il sistema capitalista non generava più crisi e guerre, come la bufera genera la grandine. Tale era la "nuova" teoria con cui si presentarono Kruscev, Togliatti e gli altri revisionisti moderni. Nei paesi socialisti la destra cercava di attenuare gli antagonismi di classe, sosteneva che non esistevano più né divisione in classi né lotta tra le classi perché oramai la vittoria del socialismo era completa e definitiva; nei rapporti internazionali sosteneva l’integrazione economica, politica e culturale dei paesi socialisti col mondo imperialista sostituendo la convivenza pacifica tra paesi a regime sociale diverso e il sostegno alla rivoluzione proletaria con la competizione economica, politica e culturale dei paesi socialisti con i paesi imperialisti. Nei paesi imperialisti la destra proponeva la via parlamentare e riformista al socialismo: riforme di struttura e ampliamento delle conquiste in campo economico, politico e culturale avrebbero gradualmente trasformato la società capitalista in società socialista. Nei paesi semicoloniali e coloniali la destra era contraria alla prosecuzione delle guerre antimperialiste di liberazione nazionale e sosteneva la direzione della borghesia burocratica e compadrora che puntava a strappare gradualmente concessioni agli imperialisti.

In queste condizioni a livello mondiale prevalse il revisionismo moderno, così come all’inizio del secolo il revisionismo promosso da Bernstein era prevalso a livello di tutto il movimento comunista. Il suo successo era favorito, oltre che dalla debolezza della sinistra e dalla novità dei compiti che la fase iniziata con la fine della prima crisi generale del capitalismo poneva ai comunisti, anche dalla circostanza oggettiva della fine, con la Seconda guerra mondiale, della prima crisi generale del capitalismo.

Gli sconvolgimenti politici ed economici e le distruzioni operati durante la prima crisi generale e in particolare dalle due guerre mondiali aprirono infatti alla borghesia lo spazio per una ripresa dell'accumulazione del capitale con la conseguente nuova espansione nel suo ambito del processo di produzione e riproduzione delle condizioni materiali dell'esistenza. In queste condizioni i contrasti economici tra gruppi imperialisti e tra borghesia imperialista e masse popolari cessarono di essere antagonisti e ciò apparentemente smentiva la legge dell'acutizzazione della lotta di classe.

Nei trent'anni (1945-1975) successivi alla Seconda guerra mondiale il modo di produzione capitalista poté espandersi nuovamente in tutto il mondo in cui la borghesia aveva mantenuto il potere.

In questa nuova situazione il proletariato e le masse lavoratrici dei paesi imperialisti, forti dell'esperienza rivoluzionaria acquisita nel periodo precedente, riuscirono a strappare una serie di miglioramenti nelle condizioni economiche, lavorative, politiche e culturali: miglioramento delle condizioni materiali dell'esistenza, politiche di pieno impiego e di stabilità del posto di lavoro, diritti di organizzazione sul posto di lavoro, diritti di intervento nell'organizzazione del lavoro, riduzione delle discriminazioni per razza, sesso ed età, scolarizzazione di massa, misure di previdenza contro l'invalidità e la vecchiaia, sistemi di assistenza sanitaria, edilizia a prezzi regolati, ecc. In tutti i paesi imperialisti si avviò di fatto in quegli anni la costruzione di un capitalismo dal volto umano, ossia di una società in cui, pur sempre nell'ambito dei rapporti di produzione capitalisti e del lavoro salariato (quindi della capacità lavorativa come merce e del lavoratore come venditore di essa), ogni membro delle classi oppresse disponesse in ogni caso dei mezzi necessari per un'esistenza normale e per il sostentamento e l'educazione delle persone a suo carico, avesse nella vita produttiva della società un ruolo in qualche misura confacente alle sue caratteristiche, progredisse ragionevolmente nel diminuire la fatica, fosse assicurato contro la miseria in caso di malattia, invalidità e vecchiaia.

Su questo terreno in tutti i paesi imperialisti si affermarono i revisionisti moderni e i riformisti. Essi in tutti i paesi imperialisti assunsero la direzione del movimento operaio quali teorici, propagandisti e promotori in seno ad esso del miglioramento nell'ambito della società borghese. Essi proclamarono che lo sviluppo della società borghese avrebbe proceduto illimitatamente di conquiste in conquiste, di riforme in riforme fino a trasformare la società borghese in società socialista. Le bandiere, gli slogans e i principi che essi inalberarono furono diversi da paese a paese a secondo delle concrete condizioni politiche e culturali ereditate dalla storia, ma eguale fu in quel periodo il loro ruolo nel movimento politico ed economico della società.

Grazie al nuovo periodo di sviluppo del capitalismo anche nella maggior parte dei paesi dipendenti dai gruppi e dagli Stati imperialisti la direzione del movimento delle masse venne presa dai sostenitori e promotori della collaborazione con gli imperialisti, portavoce della borghesia burocratica o compradora. La maggioranza di questi paesi divennero semicolonie: costituirono Stati autonomi dipendenti da uno o più gruppi imperialisti (colonialismo collettivo), alcuni residui feudali vennero in qualche misura limitati distruggendo però anche le condizioni di riproduzione di larghe masse di contadini che si riversarono come poveri nelle città, altri residui feudali vennero assunti dall'imperialismo sotto le sue ali e utilizzati per tenere in piedi il colonialismo, crebbe il capitalismo burocratico e compradore.

Nei paesi socialisti i fautori della via capitalista e i promotori della restaurazione del capitalismo trassero anch'essi grande forza dal nuovo periodo di sviluppo del capitalismo. Essi trovarono nei revisionisti moderni capeggiati da Kruscev, Breznev e Teng Hsiao-ping i loro esponenti in seno agli organismi degli Stati dei paesi socialisti, alle organizzazioni delle masse e ai partiti comunisti. Essi impedirono che fossero prese le misure economiche, politiche e culturali necessarie a portare avanti la trasformazione della società verso il comunismo, posero i loro paesi alla scuola dei capitalisti scimmiottandone le istituzioni e allacciarono stretti legami economici (commerciali, tecnologici e finanziari), politici e culturali con i capitalisti fino a trasformare i paesi socialisti in paesi economicamente e culturalmente dipendenti e politicamente deboli.

In conclusione i trenta anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale costituirono complessivamente un periodo di ripresa della borghesia. Tuttavia le forze rivoluzionarie conseguirono alcuni successi di grande significato (Cuba, Indocina) e, soprattutto, si arricchirono dell’esperienza della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria (1966-1976). In controcorrente rispetto alla maggioranza del movimento comunista mondiale, il Partito comunista cinese condusse infatti una lunga lotta contro il revisionismo moderno a livello internazionale e cercò di portare avanti la transizione verso il comunismo nella Repubblica popolare cinese. Anche se la lotta del PCC non ha potuto nell'immediato invertire il corso del movimento comunista mondiale né preservare il PCC stesso dal cadere in mano ai revisionisti, essa ha lasciato ai comunisti di tutto il mondo il maoismo come terza superiore tappa del pensiero comunista, dopo il marxismo e il leninismo, bilancio dell’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria e dell’esperienza della lotta di classe nei paesi socialisti.

Il successo del revisionismo moderno ha fatto arretrare il movimento comunista rispetto ai risultati raggiunti alla fine della prima crisi generale del capitalismo. Ma il successo dei revisionisti moderni fu per forza di cose temporaneo: per sua natura esso è un freno allo sviluppo del movimento comunista, una controtendenza rispetto alla tendenza principale e, nel peggior dei casi, riporta al capitalismo da cui per forza di cose rinasce il movimento comunista. Lo sviluppo pratico degli eventi derivati dal suo temporaneo successo ha insegnato a tutti i comunisti che il revisionismo fa gli interessi della borghesia imperialista e il collasso cui il revisionismo ha portato alla fine degli anni ‘80, paragonabile per gravità al collasso dei partiti socialdemocratici nel 1914,  ha posto le basi per una nuova più alta ripresa del movimento comunista.

 

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1.6. La seconda crisi generale del capitalismo e la nuova ondata della rivoluzione proletaria        [successivo]

 

Nei trent'anni (1945-1975) trascorsi dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale la borghesia imperialista ha infatti di nuovo esaurito i margini di accumulazione che si era creata con gli sconvolgimenti e le distruzioni delle due guerre mondiali. Dagli anni settanta il mondo capitalista è entrato in una nuova crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale. L'accumulazione del capitale non può più proseguire nell'ambito degli ordinamenti interni ed internazionali esistenti, di conseguenza il processo di produzione e riproduzione delle condizioni materiali dell'esistenza dell'intera società è sconvolto ora in un punto ora in un altro in misura via via più profonda e sempre più diffusamente.

Apparentemente i capitalisti sono alle prese ora con l'inflazione e la stagnazione, ora con l'oscillazione violenta dei cambi tra le monete, qui con l'ingigantirsi dei debiti pubblici, là con la difficoltà di trovare mercati per le merci prodotte, un momento con la crisi e il boom delle Borse e un altro momento con 1a sofferenza dei debiti esteri e la disoccupazione di massa. Essi e i loro portavoce non possono comprendere la causa unitaria dei problemi che li assillano. Ma la sovrapproduzione di capitale produce i suoi effetti anche se i capitalisti non la riconoscono e anche se gli intellettuali che riflettono l'esperienza di quelli (sia pure alcuni proclamandosi marxisti e perfino marxisti-leninisti e marxisti-leninisti-maoisti) non ne hanno coscienza alcuna. I contrasti economici tra i gruppi imperialisti diventano nuovamente antagonisti: la torta da dividere non aumenta quanto necessario per valorizzare tutto il capitale accumulato e ogni gruppo può crescere solo eliminandone un altro.

In tutti i paesi imperialisti i contrasti economici tra la borghesia imperialista e le masse popolari stanno diventando nuovamente antagonisti. In tutti i paesi imperialisti la borghesia sta eliminando una dopo l'altra le conquiste che le masse lavoratrici avevano strappato o abrogandole (scala mobile, stabilità del posto di lavoro, ecc.) o lasciando andare in malora le istituzioni in cui esse si attuavano (scuola di massa, istituti previdenziali, sistemi sanitari, industrie pubbliche, edilizia pubblica, servizi pubblici, ecc.). Il capitalismo dal volto umano ha fatto il suo tempo. In tutti i paesi imperialisti la borghesia viene via via abolendo quei regolamenti, norme, prassi ed istituzioni che nel periodo di espansione hanno mitigato o neutralizzato gli effetti più destabilizzanti e traumatici del movimento dei singoli capitali e le punte estreme dei cicli economici. Ora, nell'ambito della crisi, ogni frazione di capitale trova che quelle istituzioni sono un impedimento inaccettabile alla libertà dei suoi movimenti per conquistarsi spazio vitale. La deregulation, la privatizzazione delle imprese economiche statali e in generale pubbliche, ecc. sono all'ordine del giorno in ogni paese imperialista. La parola d'ordine della borghesia è in ogni paese "flessibilità", cioè libertà per i capitalisti di sfruttare senza limiti i lavoratori.

Ciò rende instabile in ogni paese imperialista il regime politico, rende ogni paese meno governabile con gli ordinamenti che fino ad ieri avevano funzionato. I tentativi di sostituire pacificamente questi ordinamenti con altri, che in Italia si riassumono nella riforma della Costituzione, vanno regolarmente in fumo. In realtà non si tratta di cambiare regole, ma di decidere quali capitali vanno sacrificati perché altri possano valorizzarsi e nessun capitalista è disposto a sacrificarsi. Tra capitalisti solo la guerra può decidere. Infatti nelle relazioni tra i gruppi borghesi la parola non è più principalmente all'accordo e alla spartizione, ma è principalmente alla lotta, all'eliminazione e alle armi. Tentativi di ridurre l'espressione politica dei contrasti proprio perché questi crescono, espansione del ricorso delle classi dirigenti a procedure criminali ed a milizie extralegali e private, creazione di barriere elettorali, accrescimento delle competenze dei governi e degli apparati amministrativi a spese delle assemblee elettive, restrizione delle autonomie locali, limitazione per legge degli scioperi e delle proteste, ecc. sono all'ordine del giorno in ogni paese imperialista. Ogni Stato imperialista per ostacolare la crescita dell'instabilità del regime politico nel proprio paese deve sempre più ricorrere a misure che accrescono l'instabilità di altri Stati: dall'abolizione nel 1971 della convertibilità del dollaro in oro e del sistema monetario di Bretton Woods, alla politica degli alti tassi d'interesse e dell'espansione del debito pubblico seguita dal governo federale USA negli anni '80, alle misure protezionistiche e di incentivazione delle esportazioni commerciali sempre più spesso adottate da ogni Stato, alla guerra che si profila tra i sistemi monetari del dollaro e dell'euro. "Mondializzazione" è diventata la bandiera che copre e giustifica le brigantesche aggressioni degli Stati e dei gruppi imperialisti in ogni angolo del mondo, la nuova "politica delle cannoniere".

La crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale ha dato luogo alla seconda crisi generale del capitalismo: una crisi economica che trapassa in crisi politica e culturale. Una crisi mondiale, una crisi di lunga durata.

La maggior parte dei paesi semicoloniali è diventata dapprima un mercato dove i gruppi imperialisti hanno riversato le merci che la sovrapproduzione di capitale rendeva eccedenti; poi un campo in cui gli stessi gruppi hanno impiegato come capitale di prestito i capitali che nei paesi imperialisti non potevano essere impiegati come capitale produttivo che a un tasso di profitto decrescente o che, se impiegati come capitale produttivo, avrebbero addirittura ridotto la massa del profitto; infine un terreno che i gruppi imperialisti devono invadere direttamente per farne un nuovo campo di accumulazione di capitale. I gruppi imperialisti razziano le risorse umane e ambientali dei paesi semicoloniali, li devastano e quindi ad opera compiuta li abbandonano e si trasferiscono in altri paesi. I paesi coloniali vengono ridotti nuovamente al rango di colonie, ma ora di colonie collettive dei gruppi imperialisti sicché nessuno di questi assume alcuna responsabilità per la conservazione a lungo termine delle fonti di profitto e di rendita. L’emigrazione disordinata di masse di lavoratori e una sequela interminabile di guerre sono le inevitabili conseguenze di questa nuova coloniazzazione.

Nella maggior parte dei paesi socialisti i regimi instaurati dai revisionisti moderni si sono trovati dapprima schiacciati nella morsa della crisi economica in corso nei paesi imperialisti da cui si erano resi dipendenti commercialmente, finanziariamente e tecnologicamente, quindi sono crollati rivelando la fragilità politica dei regimi stessi. La borghesia ha dovuto prendere atto che era impossibile restaurare gradualmente e pacificamente il capitalismo e ha precipitato questi paesi in un turbine di miseria e di guerra, aprendoli alla restaurazione violenta e a qualsiasi costo. Il sistema imperialista li ha ingoiati, ma non riesce a digerirli. Anzi essi hanno accelerato il procedere della crisi generale anche nei paesi imperialisti.

Tutto ciò viene creando una nuova situazione di guerra e di rivoluzione, analoga a quella attraversata nella prima metà del secolo. Il mondo deve cambiare e inevitabilmente cambierà: gli ordinamenti attuali dei paesi imperialisti e le attuali relazioni internazionali ostacolano la prosecuzione dell'accumulazione di capitale e quindi saranno inevitabilmente sovvertiti. Saranno le grandi masse, prendendo l'una o l'altra strada, a “decidere” se il mondo cambierà ancora sotto la direzione della borghesia creando ordinamenti diversi di una società ancora capitalista o se cambierà sotto la direzione della classe operaia e nell’ambito del movimento comunista, creando una società socialista. Ogni altra soluzione è esclusa dalle condizioni oggettive esistenti: gli sforzi dei fautori di altre soluzioni in pratica faranno il gioco di una di queste due soluzioni che sono le uniche possibili. Questa è la nuova situazione rivoluzionaria di lungo periodo che si sta sviluppando e nella quale si svolgerà il lavoro dei comunisti.

La borghesia imperialista può superare l'attuale crisi per sovrapproduzione di capitale  e conquistarsi così un altro periodo di ripresa o con l'integrazione degli ex paesi socialisti nel mondo imperialista, o con la ricolonizzazione e un maggiore grado di capitalizzazione dell'economia dei paesi semicoloniali e semifeudali, o con una distruzione di capitale di dimensioni adeguate negli stessi paesi imperialisti, o con una qualche combinazione delle tre vie precedenti. Ognuna di queste soluzioni porta tuttavia anzitutto a un periodo di guerre e di sconvolgimenti, ognuna delle quali sarà ovviamente presentata alle masse nella veste più lusinghiera: di guerra per la pace, di guerra per la giustizia, di guerra per la difesa dei propri diritti e bisogni vitali, di ultima guerra. Ma l’esito di questo periodo e la direzione che prenderà la mobilitazione delle masse che in ogni caso si svilupperà, e che la stessa borghesia imperialista in ogni caso dovrà promuovere, sarà deciso dalla lotta tra le forze soggettive della rivoluzione socialista e le forze soggettive della borghesia imperialista. In definitiva il dilemma è o la rivoluzione precede la guerra o la guerra genera la rivoluzione.

La classe operaia può infatti superare l'attuale situazione rivoluzionaria prendendo la direzione della mobilitazione delle masse popolari e guidandole alla lotta contro la borghesia imperialista fino a conquistare il potere ed avviare la transizione dal capitalismo al comunismo su scala maggiore di quanto è avvenuto durante la prima crisi generale. Questa è la via della ripresa del movimento comunista già in atto nel mondo, che ha i suoi punti più alti nelle guerre popolari rivoluzionarie in corso in alcuni paesi.

 

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1.7. L’esperienza storica dei paesi socialisti        [successivo]

 

Più di un secolo fa la classe operaia costituì il primo Stato socialista, la Comune di Parigi (marzo-maggio 1871). La Comune durò solo pochi mesi e fu sempre in guerra per la propria sopravvivenza contro le forze coalizzate della reazione francese e dello Stato tedesco. Essa tuttavia ha costituito, con la sua esperienza pratica e anche per la carneficina, per quei tempi spaventosa, con cui la borghesia cercò di cancellarne perfino il ricordo, una fonte di insegnamenti preziosi a cui ha attinto tutto il movimento comunista che l’ha seguita.

Di conseguenza, come disse Marx, “Parigi operaia, con la sua Comune, sarà celebrata in eterno, come l’araldo glorioso di una nuova vita”.

È tuttavia durante la prima ondata della rivoluzione proletaria che la classe operaia forma i primi paesi socialisti.

 

1.7.1. In cosa consiste il socialismo?        [successivo]

Prima di essere una teoria, prima di esistere nella coscienza dei comunisti, il comunismo ha incominciato ad esistere come movimento pratico, come processo attraverso il quale i rapporti sociali di produzione e le altre relazioni sociali si trasformano per adeguarsi al carattere collettivo che le forze produttive hanno assunto durante il periodo del capitalismo.

Il comunismo è quindi il movimento della società mondiale che si trasforma in modo da porre alla base della sua vita economica il possesso comune e la gestione collettiva e consapevole delle sue forze produttive da parte dei lavoratori associati. La realizzazione di questo obiettivo implica anche la trasformazione non solo dei rapporti di produzione, ma anche di tutte le relazioni sociali e quindi anche dell’uomo stesso, la creazione di un “uomo nuovo” per i suoi sentimenti, per la sua coscienza, per il modo di gestire se stesso e le sue relazioni.

Secondo l’uso introdotto da Marx, chiamiamo socialismo la prima fase del comunismo, la fase di transizione dal capitalismo al comunismo.

La transizione dal capitalismo al comunismo è un movimento oggettivamente necessario e inevitabile. Il carattere collettivo delle forze produttive afferma inevitabilmente in una certa forma i suoi diritti già nella società imperialista, prima ancora che nella società socialista. Nella società imperialista questi diritti si esprimono negativamente come tentativi di sottomissione di tutto il movimento economico della società borghese, quindi di tutti i capitalisti, alle "associazioni di capitalisti" (Stato, enti economici pubblici, monopoli, società finanziarie, ecc. ) che alcuni capitalisti cercano di far esistere scontrandosi con l'impossibilità di eliminare la divisione del capitale in frazioni contrapposte, all'interno di ogni paese e a livello mondiale; come sottomissione gerarchica e amministrativa, oltre che economica, del resto della popolazione a queste associazioni di capitalisti; come repressione e soffocamento delle manifestazioni dei rapporti borghesi più contraddittorie e distruttive; come tentativo di instaurare direzione e controllo dei capitalisti sulle coscienze e sui comportamenti della massa dei proletari. In conclusione come tentativi di reprimere le manifestazioni più distruttive dei rapporti di produzione capitalisti che per loro natura non consentono né ordine né direzione.

Le Forme Antitetiche dell’Unità Sociale e in particolare il capitalismo monopolistico di Stato sono infatti la preparazione delle premesse materiali, la preparazione materiale del socialismo più completa che si possa immaginare nel capitalismo, l’anticamera del socialismo. Ma il salto dalla società capitalista più preparata per il socialismo al socialismo è costituito dalla rivoluzione socialista, dall'eliminazione dello Stato della borghesia e dall'instaurazione dello Stato della classe operaia. Il socialismo è la trasformazione dei rapporti di produzione e del resto dei rapporti sociali promossa e diretta dalla classe operaia che in essa trova la realizzazione della sua propria emancipazione. Confondere le società socialiste con le società a capitalismo monopolistico di Stato vuol dire cancellare la distinzione tra le classi, fare dell’interclassismo in campo teorico e porta al disperato tentativo di comprendere un modo di produzione superiore con le categorie dell’inferiore.

Tuttavia la transizione dal capitalismo al socialismo è un processo complesso e di lungo periodo che la conquista del potere inizia solamente. Si tratta infatti per i lavoratori di trasformarsi in massa in modo da diventare capaci di dirigere se stessi e di trovare le forme associative ed organizzative adatte a realizzare la loro direzione sul proprio processo lavorativo e su se stessi. Infatti la transizione dal capitalismo al comunismo nella società socialista si manifesta nella creazione della direzione di tutto il movimento economico della società da parte della comunità dei lavoratori. La sostanza della transizione dal capitalismo al comunismo, che si attua nella società socialista, consiste appunto nella formazione dell'associazione dei lavoratori di tutto il mondo che prende possesso delle forze produttive già sociali e ha instaurato tra i suoi membri rapporti sociali che essa stessa dirige.

Nella società borghese sono già state poste alcune premesse della formazione di questa associazione: il partito comunista e le organizzazioni di massa. Esse però riguardano una parte minima dei lavoratori e presentano ancora molti limiti rispetto all’eguaglianza reale degli individui che le compongono. Esse vengono rafforzate dalle lotte rivoluzionarie attraverso le quali il proletariato arriva alla conquista del potere. La completa costituzione di quella associazione, la sua articolazione in organismi ed istituzioni, la creazione ed il consolidamento di rapporti sociali adeguati ad essa e l'inglobamento in essa dell'intera popolazione costituiscono il risultato dell'intera epoca storica del socialismo: in ciò principalmente consiste la transizione dal capitalismo al comunismo. Quando questa associazione raggiungerà la capacità di dirigere l'intero movimento economico e spirituale della società, la sua formazione sarà compiuta. Allora non avremo più bisogno né di Stato né di partito comunista e i dirigenti saranno semplici delegati a svolgere determinate funzioni, sostituibili in ogni momento perché migliaia di altri individui sapranno svolgere quel compito altrettanto bene.

Nella società socialista il carattere collettivo delle forze produttive si esprime quindi positivamente come spinta alla trasformazione della società attuale, alla soppressione della proprietà privata e di gruppo di tutte le forze produttive compresa la forza-lavoro, all'eliminazione della divisione in classi, alla riduzione delle differenze tra città e campagna e tra paesi arretrati e paesi avanzati, alla riduzione della differenza tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, alla diffusione di massa di un alto livello culturale e delle attività organizzative, progettuali e direttive, all’instaurazione di una comunità mondiale in cui la spinta allo sviluppo della produttività del lavoro umano sono la riduzione della fatica e della durata del lavoro obbligatorio e la crescita delle libere attività creative e delle relazioni sociali di ogni individuo, finché il lavoro avrà cessato di essere una condanna e sarà diventato l’espressione principale della creatività di ogni uomo, il bisogno primario della sua esistenza sociale.

L'esperienza dell'epoca dell'imperialismo e delle rivoluzioni proletarie ha confermato quello che l'analisi marxista del modo di produzione capitalista aveva già messo in luce: il passaggio dell'umanità dal capitalismo al comunismo si realizza e si può realizzare solo con un avanzamento ad ondate successive il cui motore è la lotta tra le classi. Ad ogni nuova ondata nuovi popoli passano al socialismo e la trasformazione delle società socialiste verso il comunismo procede più avanti. All'ondata succede il riflusso: le trasformazioni vengono assimilate, diffuse, concretizzate, verificate, corrette, consolidate, scartate, bloccate o invertite. Avanzamenti ed arretramenti sono inevitabili mentre l'umanità si apre nel suo complesso la strada verso il comunismo. La borghesia e i suoi portavoce nei periodi di avanzamento lottano con selvaggia determinazione per stroncarlo e sabotarlo e ad ogni riflusso si precipitano a proclamare che il comunismo è impossibile, che il comunismo è morto. Ma il punto è che il capitalismo non risolve nessuno dei problemi che avevano spinto le classi ed i popoli oppressi verso il comunismo e quindi questi ripeteranno i tentativi finché non raggiungeranno il successo. Il proletariato e i suoi portavoce imparano anche da ogni riflusso, accumulano le forze materiali e spirituali con cui preparano il nuovo periodo di avanzamento che immancabilmente segue ogni periodo di riflusso.

 

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1.7.2. Il socialismo trionfa in uno o in alcuni paesi per volta, non contemporaneamente in tutto il mondo

I paesi socialisti hanno coinvolto una parte limitata benché considerevole dell’umanità, circa un terzo. Il movimento comunista è per sua natura mondiale, l’unità economica del mondo, creata dal capitalismo, si riflette nel carattere internazionale della situazione rivoluzionaria che permette alla classe operaia di prendere il potere e nel carattere mondiale che avrà il comunismo. Ma lo squilibrio nello sviluppo materiale e spirituale dei diversi paesi e delle diverse parti dell’economia mondiale sotto il capitalismo si riflette nel fatto che la classe operaia ha conquistato, e probabilmente anche nel futuro conquisterà il potere in tempi diversi nei singoli paesi e quindi la transizione dal capitalismo al comunismo inizierà in tempi diversi e procederà a ritmi diversi e con forme diverse nei vari paesi.

Anche il percorso della transizione sarà necessariamente diverso, perché rifletterà sia le diversità dei punti di partenza, sia la diversità dei caratteri nazionali che è lungi dall’essere scomparsa, benché il capitalismo abbia fortemente attenuato l’isolamento delle nazioni e dei paesi.

 

1.7.3. La fasi attraversate dai paesi socialisti        [successivo]

La vita dei paesi socialisti creati durante la prima ondata della rivoluzione proletaria copre un periodo relativamente breve, dal 1917 ad oggi. Nella loro vita i paesi socialisti hanno attraversato fondamentalmente tre fasi.

La prima fase inizia con la conquista del potere da parte della classe operaia ed è caratterizzata dalle trasformazioni che allontanano i paesi socialisti dal capitalismo e li portano verso il comunismo. È la fase della “costruzione del socialismo”. Questa fase per l’Unione Sovietica è durata quasi 40 anni (1917-1956), per le democrazie popolari dell’Europa orientale e centrale circa 10 anni (1945-1956), per la Repubblica popolare cinese meno di trent’anni (1950-1976).

La seconda fase inizia quando i revisionisti moderni conquistano la direzione del partito comunista e invertono la marcia della trasformazione. È la fase caratterizzata dal tentativo di restaurazione graduale e pacifica del capitalismo: non vengono più compiuti passi verso il comunismo, i germi di comunismo vengono soffocati, si dà spazio ai rapporti capitalisti ancora esistenti e si cerca di richiamare in vita quelli scomparsi, si ripercorre a ritroso il cammino percorso nella prima fase, fino alla patetica proposta della NEP fatta da Gorbaciov alla fine degli anni ottanta! È la fase del “tentativo di restaurazione pacifica e graduale del capitalismo”. Questa fase si è aperta per l’URSS e le democrazie popolari dell’Europa orientale e centrale grosso modo nel 1956 ed è durata fino alla fine degli anni ‘80, per la Repubblica popolare cinese si è aperta nel 1976 ed è ancora in corso.

La terza fase è la fase del “tentativo di restaurazione del capitalismo a qualsiasi costo”. È la fase della restaurazione su grande scala della proprietà privata dei mezzi di produzione e della integrazione a qualsiasi costo nel sistema imperialista mondiale. È la fase di un nuovo scontro violento tra le due classi e le due vie: restaurazione del capitalismo o ripresa della transizione verso il comunismo? Questa fase si è aperta per l’URSS e le democrazie popolari dell’Europa orientale e centrale grosso modo nel 1989 ed è ancora in corso.

 

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1.7.4. I passi compiuti dai paesi socialisti verso il comunismo nella prima fase della loro esistenza        [successivo]

Il socialismo è la trasformazione dei rapporti di produzione, del resto dei rapporti sociali e delle conseguenti concezioni per adeguarli al carattere collettivo delle forze produttive e il rafforzamento del carattere collettivo delle forze produttive per cui esso è ancora secondario. Quindi i passi avanti compiuti dalla classe operaia nella prima fase della vita dei paesi socialisti vanno individuati nei rapporti di produzione (proprietà delle forze produttive, rapporti tra i lavoratori nel processo lavorativo, distribuzione del prodotto), nel resto dei rapporti sociali (politica, diritto, cultura, ecc.) e nelle concezioni, nella coscienza degli uomini e delle donne.

1. Lo Stato e il potere politico

Ruolo dirigente del partito della classe operaia e creazione di un sistema di dittatura del proletariato

Mobilitazione delle masse ad assumere compiti nella pubblica amministrazione

Internazionalismo proletario e sostegno alla rivoluzione proletaria in tutto il mondo

Coesistenza pacifica tra paesi a regimi sociali diversi (contro l'aggressione degli Stati e dei gruppi imperialisti).

2. La trasformazione nei rapporti di produzione

- Proprietà dei mezzi e delle condizioni della produzione

Eliminazione della proprietà privata delle maggiori strutture produttive, eliminazione dei rapporti mercantili tra le principali unità produttive: assegnazione dei compiti produttivi e delle risorse tramite il piano, distribuzione pianificata dei prodotti.

Trasformazione delle attività individuali (contadini, artigiani, ecc.) in attività cooperative.

Obbligo universale di svolgere un lavoro socialmente utile.

Attenuazione della proprietà privata della capacità lavorativa, in particolare della capacità lavorativa qualificata.

Sviluppo su grande scala del lavoro volontario per far fronte a necessità sociali (sabati comunisti).

- Rapporti tra gli uomini nel lavoro

Misure di integrazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale (direttivo, organizzativo, progettuale, amministrativo, contabile, ecc.).

Distribuzione tra tutta la popolazione del lavoro necessario e del lavoro intellettuale (in campo culturale, ricreativo, politico, ecc.).

Misure di integrazione tra lavoro semplice (astratto) e lavoro complesso (concreto).

Integrazione di città e  campagna: urbanizzazione della campagna.

- Distribuzione del prodotto

Eliminazione dei redditi non da lavoro (profitti, rendite, interessi, diritti d’autore, ecc.).

Retribuzione secondo la quantità e la qualità del lavoro svolto.

Aumento della disponibilità libera o quasi libera di beni di consumo di prima necessità.

Fornitura di alcuni servizi secondo la necessità (istruzione, salute, ecc.).

Attribuzione alla funzione anziché all’individuo dei privilegi non ancora eliminabili.

3. La trasformazione nei rapporti sovrastrutturali

Costituzione delle organizzazioni di massa e affidamento ad esse della organizzazione e gestione di alcune attività dell’amministrazione pubblica (riduzione del ruolo dei funzionari pubblici professionali).

Promozione dell’accesso universale all’istruzione ad ogni livello e per ogni età.

Eliminazione delle religioni di Stato, dei privilegi delle chiese e libertà universale per tutti i culti e le religioni, libertà di non professare culti e di professare e propagandare l’ateismo.

Lotta contro le sette e le società segrete.

Diffusione e approfondimento delle autonomie locali in tutti i campi (politici, culturali, economici, dell’istruzione, giudiziari, dell’ordine pubblico, militari, ecc.): i soviet in Unione Sovietica, le comuni nella RPC.

Riconoscimento della maternità e della cura dei bambini come funzione sociale.

Emancipazione delle donne dagli uomini.

Emancipazione dei ragazzi e dei giovani dai genitori.

Lotta contro le discriminazioni nazionali e razziali.

Gli intellettuali del settore culturale al servizio dei lavoratori e diffusione delle attività culturali tra i lavoratori.

Controllo di massa sui dirigenti e sui membri del partito comunista.

Epurazione periodica dei dirigenti.

 

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1.7.5. I passi indietro compiuti dai revisionisti moderni nella seconda fase dell'esistenza dei paesi socialisti        [successivo]

I passi indietro compiuti nella seconda fase dei paesi socialisti sono individuabili con lo stesso criterio usato per individuare i passi avanti compiuti nella prima fase.

1. Lo Stato e il potere politico

Abolizione delle misure che tutelavano la natura di classe del partito ("partito di tutto il popolo") e del sistema politico ("Stato di tutto il popolo").

Fine delle campagne di mobilitazione delle masse ad assumere nuovi e più ampi compiti in campo economico, politico e culturale.

Integrazione economica, politica e culturale dei paesi socialisti nel mondo imperialista: sostituzione della convivenza pacifica tra paesi a regimi sociali diversi e del sostegno alla rivoluzione proletaria con la competizione economica, politica e culturale tra i paesi socialisti e i paesi imperialisti.

2. La trasformazione nei rapporti di produzione

- Proprietà dei mezzi e delle condizioni della produzione

Introduzione dell’autonomia finanziaria delle aziende.

Attenuazione dell’autorità del piano.

Introduzione di rapporti diretti tra le aziende per lo scambio di beni e servizi.

Ampliamento della proprietà individuale (nelle campagne, nel commercio al dettaglio, nelle prestazioni lavorative tra privati).

Abolizione dell’obbligo universale di svolgere un lavoro socialmente utile.

Attenuazione del ruolo sociale del lavoro volontario.

- Rapporti tra gli uomini nel lavoro

Attenuazioni o eliminazione delle misure di integrazione e combinazione di lavoro manuale e lavoro intellettuale (direttivo, organizzativo, progettuale, amministrativo, contabile, ecc.).

Attenuazione o eliminazione delle misure che attuavano la partecipazione di tutta la popolazione al lavoro necessario e che promuovevano la partecipazione dei lavoratori al lavoro intellettuale (in campo culturale, ricreativo, politico, ecc.): esaltazione della professionalità.

Allargamento della divisione tra lavoro semplice (astratto) e lavoro complesso (concreto).

Allentamento delle misure dirette a combinare città e campagna.

Sviluppo diseguale tra zone e quindi promozione di contraddizioni tra le masse.

- Distribuzione del prodotto

Legittimazione dei redditi non da lavoro (profitti, rendite, interessi, diritti d’autore, ecc.).

Uso degli aumenti retributivi per tacitare contraddizioni tra le masse e le autorità.

Ruolo principale attribuito agli incentivi economici individuali per aumentare la produttività del lavoro.

Diminuzione della disponibilità libera o quasi libera di beni di consumo di prima necessità.

Riduzione della fornitura di servizi secondo la necessità (istruzione, salute, ecc.), introduzione di due categorie di servizi (pubblici e privati) e deterioramento dei servizi pubblici.

Legalizzazione e legittimazione morale dell’arricchimento individuale.

3. La trasformazione nei rapporti sovrastrutturali

Trasformazione delle organizzazioni di massa in organi di controllo.

Decadimento delle autonomie locali.

Attenuazione della lotta a favore dell’emancipazione delle donne dagli uomini.

Rivalutazione del ruolo della famiglia nei confronti dei ragazzi e dei giovani.

Concessioni di privilegi alle chiese e al clero in cambio di collaborazione e lealtà al potere politico.

Aumento del ruolo dei funzionari professionali nello svolgimento delle funzioni sociali.

Autonomia degli intellettuali  dai lavoratori.

Abolizione del controllo di massa sui dirigenti e sui membri del partito comunista.

Abolizione dell’epurazione periodica dei dirigenti.

 

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1.7.6. Come è potuto avvenire che i revisionisti moderni prendessero il potere?        [successivo]

La possibilità di ritorno all’indietro è insita nella natura dei paesi socialisti. Negare questa possibilità equivale a negare che la lotta di classe continua anche dopo che la classe operaia ha conquistato il potere.

In generale i paesi socialisti nella prima fase della loro esistenza hanno fatto grandi passi nella trasformazione della proprietà dei mezzi di produzione, il primo dei tre aspetti dei rapporti di produzione. “La trasformazione socialista della proprietà è da noi per l’essenziale compiuta”, diceva Mao negli anni ‘60. Ma la proprietà individuale sussisteva ancora in piccola misura e la proprietà di gruppo era ancora presente su larga scala (colcos, comuni, cooperative). Inoltre era ancora in larga misura irrisolto il problema dell'eliminazione della proprietà privata della propria forza-lavoro, in particolare della forza-lavoro più qualificata: tecnici, intellettuali, scienziati, ecc. Questo per quanto riguarda il primo aspetto dei rapporti di produzione.

Nei paesi socialisti al termine della prima fase la massa dei lavoratori era ancora lontana dal potersi dirigere direttamente, era ancora lontana da quella condizione, per dirla con Lenin in cui “anche una cuoca può dirigere gli affari di Stato”, anche se avevano fatto passi avanti in questa direzione e se le premesse materiali per realizzare questa condizione sono state, sul piano storico, pienamente poste dal capitalismo stesso. Finché le masse sono lontane da questa condizione, chi dirige non è un semplice delegato a svolgere una data funzione, sostituibile in ogni momento con migliaia di altri altrettanto capaci. Egli dispone di un potere personale che la grande maggioranza degli altri individui non è in grado di esercitare e che tuttavia è socialmente necessario: non può essere semplicemente soppresso. Questo per quanto riguarda il secondo aspetto dei rapporti di produzione e i rapporti sovrastrutturali.

I paesi socialisti al termine della prima fase erano ancora lontani dal poter realizzare una distribuzione dei prodotti basata sul principio “a ognuno secondo i suoi bisogni”, anche se avevano fatto alcuni passi avanti in questa direzione e se le premesse materiali per realizzare questa condizione sono state, sul piano storico, pienamente poste dal capitalismo stesso. Nella misura in cui questa condizione non è realizzata, chi dirige per assolvere i suoi compiti dispone di condizioni di vita e di lavoro di cui la grande maggioranza degli altri individui non dispone. La distribuzione “a ognuno secondo il suo lavoro” crea di per se stessa grandi disparità tra gli individui, tende a ristabilire rapporti di sfruttamento e apre inoltre mille spiragli a violazioni del principio "a ognuno secondo la quantità e la qualità del lavoro svolto". Questo per quanto riguarda il terzo aspetto dei rapporti di produzione e i rapporti sovrastrutturali.

Nei paesi socialisti nella prima fase della loro vita erano stati fatti grandi passi avanti nel mettere la cultura, l’arte e la scienza al servizio dei lavoratori, in modo che il patrimonio culturale, artistico e scientifico servisse ai lavoratori per comprendere e risolvere i problemi dello loro vita spirituale e materiale. Tuttavia la cultura, l’arte e la scienza costituivano ancora in larga misura settori in cui predominava la concezione borghese. Intellettuali, artisti e scienziati si consideravano persone speciali e vivevano per molti aspetti una vita appartata e privilegiata. La massa della popolazione usufruiva ancora limitatamente del patrimonio culturale, artistico e scientifico della società.

Risulta quindi chiaramente che nei paesi socialisti esisteva ancora lotta tra borghesia e classe operaia e che nei paesi socialisti la borghesia è costituita per l'essenziale da quella parte dei dirigenti della nuova società che si oppongono alla trasformazione e seguono la via del capitalismo. La loro presenza alimenta tendenze e sogni di restaurazione. Tendenze e sogni di restaurazione portano inevitabilmente a tentativi di restaurazione. Questo è un dato oggettivo, che sarà presente in tutta l’epoca socialista, in tutti i paesi socialisti.

Cosa è che trasforma questa possibilità in realtà? Gli errori della sinistra. Sono gli errori che accumulandosi e non essendo corretti diventarono sistematici fino a costituire una linea di restaurazione del capitalismo e di soffocamento dei germi di comunismo e a permettere che la direzione fosse assunta dai promotori e partigiani della restaurazione.

L’errore è insito in ogni esperienza nuova, che non ha precedenti. Lo studio approfondito dell’esperienza dei paesi socialisti e la collaborazione fraterna con i comunisti dei primi paesi socialisti forniranno ai comunisti la possibilità di evitare di commettere gli errori già commessi nei primi paesi socialisti e in genere di commettere meno errori. La lotta tra le due linee, la consapevolezza della lotta di classe, la pratica della critica e dell’autocritica e in generale gli insegnamenti circa la lotta di classe in seno alla società socialista compendiati nel maoismo permetteranno ai futuri paesi socialisti di procedere più lontano.

Il motivo principale del crollo dei regimi revisionisti alla fine degli anni ottanta è la crisi generale del mondo capitalista. Essa non permetteva più di continuare la lenta e graduale erosione del socialismo. La borghesia che governava i paesi socialisti non era più in grado di far fronte ai debiti contratti con le banche e le istituzioni finanziarie internazionali, non era in grado di mobilitare le masse dei paesi socialisti per far fronte alle conseguenze di un annullamento dei debiti esteri e si era ridotta a svendere merci e risorse dei paesi socialisti sul mercato imperialista, facendo precipitare così la crisi economica interna che si trasformò in crisi politica. La borghesia dei paesi imperialisti aveva bisogno di nuovi campi di investimento, di nuove rendite e di nuovi mercati; inoltre faceva fronte con crescente difficoltà all'azione di disturbo che i paesi socialisti portavano nelle sue relazioni con le masse e con le semicolonie e nelle relazioni tra i gruppi imperialisti stessi. La borghesia ha dovuto quindi giocare il tutto per tutto: una partita dolorosa per le masse, ma molto rischiosa per la borghesia. Essa ha gettato la maschera e la lotta tra le due classi e le due vie ora è di nuovo aperta in tutti i paesi socialisti.

 

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1.7.7. Gli insegnamenti dei paesi socialisti        [successivo]

Nella loro breve esistenza i paesi socialisti

- hanno dimostrato che per instaurare il socialismo la classe operaia deve possedere un partito comunista e hanno fornito grandi e vasti insegnamenti sulla natura di questo partito;

- hanno insegnato che per instaurare il socialismo la classe operaia deve prendere la direzione del resto del proletariato e delle masse popolari (fronte);

- hanno dimostrato che per instaurare il socialismo la classe operaia deve costruire proprie forze armate, che deve distruggere il vecchio Stato e la vecchia amministrazione pubblica della borghesia, che deve instaurare la propria dittatura;

- hanno dimostrato che la classe operaia deve mantenere la propria dittatura per un tempo indeterminato;

- hanno dimostrato che la classe operaia deve mobilitare le masse, organizzarle e formarle ad assumere compiti sempre più vasti nell’amministrazione pubblica, nell’economia e nella sovrastruttura;

- hanno fornito una dimostrazione su grande scala che il comunismo è possibile: nella prima fase della loro esistenza hanno dato una risposta affermativa pratica e su grande scala alla questione a cui Marx ed Engels avevano dato per forza di cose una risposta solo teorica;

- hanno mostrato di quali grandi imprese siano capaci le masse popolari guidate dalla classe operaia;

- hanno fornito una massa enorme di esperienze concrete su come organizzare la vita e trasformare i rapporti sociali in ogni campo dell’attività economica, culturale, artistica, scientifica, ecc.;

- hanno dimostrato che una volta costituiti i paesi socialisti non possono essere vinti da alcuna aggressione esterna (la Repubblica dei consigli ungherese del 1918 fu soffocata nei primi mesi);

- hanno mostrato che la lotta di classe continua anche dopo la conquista del potere e anche dopo aver per l’essenziale trasformato i rapporti di proprietà dei mezzi di produzione (lavoro morto);

- hanno mostrato che la cultura e in genere le attività sovrastrutturali sono il campo in cui la resistenza della borghesia è più tenace e più dura da vincere;

- hanno mostrato che nei paesi socialisti la borghesia da cui possono venire tentativi di restaurazione è costituita per l'essenziale dai dirigenti del partito, dello Stato, della pubblica amministrazione, delle organizzazioni di massa;

- hanno mostrato che l’involuzione (il ritorno all’indietro) è un processo possibile, ma difficile e lento e tanto più difficile quanto più è progredita la trasformazione verso il comunismo e quanto più le masse sono state attivamente protagoniste del processo di trasformazione.

La storia della terza fase dei paesi socialisti conferma che la restaurazione del capitalismo non è possibile, se non come processo di sconvolgimento e decadenza generale della società che prenderà un periodo non sappiamo quanto lungo. È impossibile riportare pacificamente gli uomini e le donne formati dal socialismo a vivere in un sistema inferiore: occorre deformarli, storpiarli e violentarli in una misura che finora non riusciamo a immaginare. A dieci anni dalla “rivoluzione democratica” i paesi socialisti restano ancora l’anello debole dell’imperialismo, i paesi dove la sorte della borghesia è più pericolante.

Come la Comune di Parigi fu di guida ai comunisti per svolgere il loro compito nella prima ondata della rivoluzione proletaria, l’esperienza dell’Unione Sovietica, della Repubblica popolare cinese, degli altri paesi socialisti e della Rivoluzione Culturale Proletaria saranno di guida ai comunisti nell’assolvimento del loro compito nella seconda ondata della rivoluzione proletaria.

 

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1.8. Conclusioni        [successivo]

 

L’esperienza della lotta di classe che abbiamo riassunto ci insegna che il comunismo è diventato economicamente necessario oltre che possibile, è cioè economicamente possibile e necessario che la classe operaia prenda il potere; che il movimento politico delle società borghesi, per cause economiche che la borghesia non può eliminare, è tale che periodicamente si presentano lunghi periodi di crisi e di instabilità politica (situazioni rivoluzionarie di lungo periodo); che per l’avvio della transizione occorre che la classe operaia risolva i problemi politici e culturali della sua trasformazione in classe dirigente, in sostanza che si doti un “vero” partito comunista, onde approfittare di quelle situazioni rivoluzionarie per accumulare forze fino a prendere il potere.

Rispetto ai comunisti che svolsero il loro compito nella prima ondata della rivoluzione proletaria, cosa abbiamo di cambiato?

1. Abbiamo a nostro favore l’esperienza della prima crisi generale e della prima ondata della rivoluzione proletaria e l’esperienza dei primi paesi socialisti. Queste esperienze sono sintetizzate nel maoismo, fase superiore del pensiero comunista, dopo il marxismo e il leninismo.

2. Il fallimento del revisionismo moderno come politica proletaria è oggi manifesto a tutto il mondo: ogni sua pretesa di verità e di scientificità è stata smascherata dalla pratica.

Nei paesi socialisti i revisionisti moderni hanno per un lungo periodo cercato di restaurare pacificamente il capitalismo corrodendo e corrompendo passo dopo passo le istituzioni e le strutture della società socialista, rendendone impossibile il funzionamento, facendo marcire e incancrenire le contraddizioni, ridando spazio in campo economico, politico e culturale a tutti gli elementi e a tutte le pratiche arretrati ereditati dalla vecchia società borghese o feudale. Il progetto di restaurazione pacifica del capitalismo è però fallito grazie alla resistenza delle masse. I revisionisti moderni sono solo riusciti a precipitare i paesi socialisti nel caos e a condurre la situazione ad un punto tale che un nuovo scontro aperto si è reso inevitabile. I revisionisti moderni sono andati a gambe all'aria, il loro posto viene preso dai fautori aperti della restaurazione decisi a realizzarla a prezzo di ogni violenza e coercizione, a prezzo di qualsiasi sacrificio e sofferenza per le masse. La delimitazione dei fronti tra i fautori della ripresa dell'avanzata verso il comunismo e i fautori della restaurazione del capitalismo, le nuove "guardie bianche" e lo schieramento delle rispettive forze compongono il processo in corso nelle scaramucce di questi giorni.

Nei paesi imperialisti i revisionisti moderni hanno potuto sorgere ed affermarsi grazie alla fase di espansione e sviluppo economici avutasi nei trent'anni successivi alla Seconda guerra mondiale. Essi sono stati gli organizzatori e gestori delle istituzioni e delle pratiche in cui il progetto di costruire un capitalismo dal volto umano si è concretizzato e sono stati i predicatori dell'illusione che esso potesse durare ed espandersi indefinitamente. Da quando c'è stata la svolta e la borghesia ha iniziato a smantellare una dopo l'altra le istituzioni e le pratiche del capitalismo dal volto umano, è venuto meno il terreno su cui i revisionisti moderni poggiavano, è iniziato il loro inarrestabile declino. Il riformismo ha perso la base reale (le conquiste economiche, politiche e culturali) che gli dava forza, è diventato e diventa ogni giorno di più riformismo senza riforme, velleità, avventurismo, discorso vuoto da cui le masse rifuggono. La forza dei gruppi e dei partiti riformisti e delle loro vecchie organizzazioni di massa (sindacati, ecc.) proviene proporzionalmente sempre meno dal sostegno delle masse e sempre più dai favori della borghesia. Ma la borghesia potrà sempre meno fare affidamento sui riformisti per governare le masse e quindi sempre meno elargisce ad essi i suoi favori, benché essi rimangano la sua risorsa estrema per dividere le masse in misura sufficiente per reprimerle con successo: essi aprono infatti la strada alla mobilitazione reazionaria delle masse.

Nei paesi semicoloniali la conciliazione con l'imperialismo ha mantenuto la maggior parte dei paesi semicoloniali in uno stato di arretratezza economica e culturale e di dipendenza e fragilità politica. Chiamati nel linguaggio degli imperialisti "paesi in via di sviluppo", la crescita economica e culturale è rimasta per la maggior parte di essi un miraggio. Lo sviluppo della crisi generale strappa giorno dopo giorno inesorabilmente il sipario dei "miracoli economici" e mette a nudo lo sfruttamento, la miseria, la fame e i crimini che la borghesia imperialista celava con esso. La dominazione dell'imperialismo e dei gruppi indigeni feudali e capitalisti-burocratici o compradori ha distrutto le condizioni sia pur primitive di sopravvivenza di larghe masse, ha gettato la maggior parte della popolazione mondiale (che abita in questi paesi) in uno stato di emarginazione e di sottoalimentazione cronica che la spinge sempre più all'emigrazione nei paesi imperialisti. In quasi tutti i paesi semicoloniali però sono cresciuti il proletariato e le forze rivoluzionarie. L'avidità e la rapacità dei banchieri imperialisti e dei loro servi locali fanno della rivoluzione di nuova democrazia l'unica via di sopravvivenza per le ampie masse.

3. La contraddizione tra il carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione capitalisti è diventata più aperta e più acuta.

Il processo produttivo delle società attuali è diventato ancora più profondamente e diffusamente opera collettiva di un organismo mondiale; ogni parte di questo può funzionare solo se funzionano anche le altre e grazie al funzionamento di tutte le altre. Nei cinquant'anni trascorsi dalla conclusione della Seconda guerra mondiale sono stati ulteriormente ridotti gli ambiti dei sistemi autonomi individuali o locali di produzione. Sul piano economico il mondo è diventato in senso più stretto un organismo unico, anche se sempre più lacerato da contraddizioni proprio a causa del carattere capitalista dei rapporti tra le parti che lo costituiscono. L’unità del mondo creata dal capitalismo diventa più profonda, ma proprio per questo le forme borghesi di questa unità diventano sempre più una fonte di malessere, di sopraffazione, di ribellione, di guerre e di rivoluzione. I capitalisti e i loro seguaci pretendono infatti di basare ancora il funzionamento di un organismo del genere sul possesso individuale delle forze produttive e sul furto di tempo di lavoro altrui, come ai tempi in cui il funzionamento e il risultato delle forze produttive dipendeva principalmente dalle risorse e dall'energia del singolo individuo o gruppo che ne disponeva. È impossibile eliminare questa contraddizione se non si elimina il capitalismo: i contrasti che lacerano le singole società imperialiste e la società mondiale (ivi compresa in particolare la distruzione dell'ambiente che negli ultimi cinquant'anni è diventata una contraddizione universale) in definitiva derivano da questo contrasto fondamentale, anche se derivano da esso attraverso una serie di passaggi intermedi che a volte danno alle manifestazioni concrete apparenze del tutto diverse. La realtà è che quelli che hanno i  soldi e quindi possono avere iniziativa economica, vogliono e devono guadagnare subito e tanto, il massimo e le masse devono sprecare le proprie energie per loro, distruggendo se stesse e le condizioni della propria vita.

4. La borghesia non ha alcuna possibilità di porre direttamente fine all’attuale crisi; può solo travolgere nuovamente il mondo in un lungo periodo di guerre e rivoluzioni di dimensioni che oggi non immaginiamo ancora.

Le strutture che dirigono il processo produttivo delle società attuali (il capitalismo monopolistico di Stato, il capitale finanziario, i monopoli) sono sovrastrutture, escrescenze del capitalismo vecchio stile fatto di capitalisti produttori, commercianti e banchieri, speculatori e profittatori, produttori e venditori di merci che costituiscono ancora il grosso delle società borghesi. Quelle strutture poggiano sulla larga base della produzione mercantile capitalista e della proprietà individuale capitalista delle forze produttive. Ogni associazione di capitalisti e ogni accordo tra capitalisti è quindi temporaneo, funzionale al profitto dei capitali individuali e minato dall'interno dalla contraddizione tra le frazioni individuali di capitale. La vantata capacità degli Stati e delle associazioni nazionali e internazionali di capitalisti di pianificare il movimento economico della società, di dirigerlo secondo un piano preventivamente tracciato, di controllare e dirigere il movimento economico, politico e culturale della società, insomma la pretesa di essere entrati in un nuovo modo di produzione, il neocapitalismo, che avrebbe superato i punti deboli del vecchio capitalismo, si rivela sotto i nostri occhi un'illusione di alcuni, una menzogna interessata di altri, un incubo allucinato di altri ancora. Il piano del capitale è esistito solo come vanteria delle teste d'uovo del capitale e come speculazione degli "operaisti' e dei loro maestri della "scuola di Francoforte".

5. La classe operaia è più numerosa e più diffusa nel mondo e la proletarizzazione è cresciuta. Vaste masse hanno avuto un’esperienza recente, pratica e diretta del socialismo.

 

La nuova crisi generale ha generato e genera una nuova situazione rivoluzionaria di lungo periodo. Le masse popolari sono spinte dalla condizione oggettiva a mobilitarsi e anche la classe dominante dovrà favorire la loro mobilitazione per far fronte ai propri problemi. Essa cercherà di mantenere la propria direzione su di esse sviluppando la mobilitazione reazionaria. Non ha altre strade. Compito dei comunisti nei prossimi anni è far prevalere la direzione della classe operaia nella mobilitazione delle masse, trasformandola così in mobilitazione rivoluzionaria, in lotta per il socialismo.

Come possiamo raggiungere questo obiettivo?

Le masse popolari si mobilitano per resistere al procedere della seconda crisi del capitalismo. Lo sconvolgimento materiale e spirituale oggi in corso tra le masse è il modo in cui esse cercano di far fronte alle situazioni di fronte alle quali li pone il procedere della crisi.

La resistenza delle masse al procedere della crisi comprende sia la difesa delle conquiste strappate (aspetto difensivo) sia la lotta contro il regime che le elimina (aspetto offensivo).

Questa è l’impresa che le masse devono compiere e su questo terreno si scontrano le due classi antagoniste, la borghesia imperialista per conservare il potere e la direzione sulle masse popolari e la classe operaia per conquistarli. Ciò definisce la linea generale del partito comunista nei prossimi anni:

Unirsi strettamente e senza riserve alla resistenza che le masse oppongono ed opporranno al procedere della crisi generale del capitalismo, comprendere ed applicare le leggi secondo cui questa resistenza si sviluppa, appoggiarla, promuoverla, organizzarla e far prevalere in essa la direzione della classe operaia fino a trasformarla in lotta per il socialismo, adottando come metodo principale di lavoro e di direzione la linea di massa.

L’applicazione conseguente di questa linea generale porterà il partito comunista a definire sulla base del bilancio dell’esperienza le linee particolari da applicare in ogni paese e fase per fase, le forme di lotta e le forme conseguenti di organizzazione (la via alla rivoluzione proletaria nel proprio paese).

 

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Capitolo II

 

Il ruolo del partito comunista

 

2.1. Le lezioni da trarre dalla storia della rivoluzione proletaria        [successivo]    

Una situazione rivoluzionaria di lungo periodo sta davanti a noi e il comunismo è il nostro futuro. L'inizio della transizione dal capitalismo al comunismo, il primo passo nel socialismo è la conquista del potere politico da parte della classe operaia nel corso di un movimento rivoluzionario: la rivoluzione socialista e la dittatura del proletariato sono inevitabili.

Nella società moderna creata dal capitale solo due classi hanno un ruolo che consente loro di prendere in mano le attività economiche principali e farle funzionare: quindi solo due classi sono in grado di gestire il processo di produzione e riproduzione delle condizioni materiali dell'esistenza:

- la borghesia nell'ambito del rapporto di capitale sulla base della proprietà capitalista delle forze produttive e di rapporti mercantili,

- la classe operaia sulla base del possesso collettivo delle forze produttive da parte dei lavoratori associati e di una gestione unitaria e pianificata delle principali attività economiche.

Di conseguenza nella società moderna sono economicamente possibili solo il potere della borghesia imperialista e il potere della classe operaia. Solo queste due classi possono detenere il potere politico. Nella società moderna, salvo circostanze eccezionali e di breve durata, qualsiasi forma di Stato e di governo, qualsiasi regime politico si fonda su una di queste due classi.  Nella società moderna lo Stato o è monopolio della borghesia imperialista (quindi dittatura della borghesia) o è monopolio della classe operaia (quindi dittatura della classe operaia). Questo è vero pur nella varietà delle forme con cui la classe dirigente è organizzata, le istituzioni attraverso cui elabora la sua linea di condotta, prende le sue decisioni e le mette in pratica, quali che siano le forme in cui organizza i suoi rapporti con le altre classi. Queste forme dipendono dalle situazioni concrete. Ovviamente quelle della borghesia imperialista, classe sfruttatrice e reazionaria contrapposta alla stragrande maggioranza della popolazione, sono profondamente diverse da quelle della classe operaia, classe che per la sua propria emancipazione deve lottare per il comunismo, per porre fine alla divisione in classi, per l’estinzione dello stesso Stato e per l’autogoverno delle masse popolari organizzate, cioè per un potere pubblico costruito dalle masse stesse.

L'esperienza dei paesi socialisti ha dimostrato che il proletariato deve mantenere la propria dittatura per un tempo indeterminato. L'indebolimento della dittatura del proletariato in nome dello "Stato di tutto il popolo" è stata una delle linee su cui ha fatto leva la borghesia per sabotare i paesi socialisti fino alla loro rovina. Lo Stato della dittatura del proletariato è la repressione della vecchia borghesia e dei suoi tentativi di restaurazione dall'interno e dall'esterno, è la lotta per la mobilitazione, l'organizzazione e la trasformazione in massa degli operai in classe dirigente, è la lotta contro il consolidamento in nuove classi dominanti degli strati dirigenti e privilegiati che permangono per molto tempo anche nel socialismo e che per ragioni oggettive saranno eliminati solo gradualmente, è la lotta per la mobilitazione e l’organizzazione di tutte le masse popolari perché assumano sempre più la direzione della propria vita e diventino protagoniste della società socialista, è la lotta per la trasformazione a tappe di ogni forma di proprietà privata delle forze produttive in proprietà collettiva di tutti i lavoratori associati, è la lotta contro tutte le diseguaglianze sociali, contro i privilegi materiali e culturali, contro i vecchi rapporti sociali e le concezioni che riflettono i vecchi rapporti di classe, è il sostegno alle forze rivoluzionarie proletarie di tutto il mondo; insomma è la lotta per l'adeguamento dei rapporti di produzione, del resto dei rapporti sociali e delle concezioni al carattere collettivo delle forze produttive e per lo sviluppo del carattere collettivo delle forze produttive che ancora non sono collettive. La dittatura del proletariato scomparirà solo con la scomparsa della divisione in classi e dello Stato stesso. Allora scomparirà anche il partito comunista.

La classe operaia è costituita dai collettivi delle unità produttive capitaliste e si è formata soggettivamente prima nelle lotte rivendicative, economiche e politiche, in cui si è opposta alla borghesia, poi nella lotta per il potere. Essa completerà la sua formazione come classe dirigente nell’esercizio del potere stesso.

L'esperienza di tutte le rivoluzioni proletarie (iniziate nel 1871 con la Comune di Parigi) ci insegna che nessun movimento rivoluzionario della classe operaia può svilupparsi oltre un livello elementare né può quindi raggiungere la vittoria se non è diretto da un partito comunista. La classe operaia si costituisce come classe dirigente costituendo il partito comunista.

Il partito comunista:

- è la parte d’avanguardia e organizzata della classe operaia, incarna la coscienza della classe operaia in lotta per il potere ed è lo strumento della sua direzione sul resto del proletariato e delle masse popolari;

- è il partito della classe operaia, nel senso che lotta per instaurare il potere della classe operaia e per il comunismo;

- è il reparto d’avanguardia della classe operaia nel senso che è la coscienza della classe operaia in lotta per il potere, è l’interprete cosciente di un processo in gran parte spontaneo, conosce le leggi della rivoluzione senza di che non sarebbe in grado di dirigere la lotta della classe operaia;

- è una parte della classe operaia, nel senso che nel partito vi sono gli elementi migliori della classe operaia, i più devoti alla causa del comunismo, i più combattivi, i più ricchi d’esperienza di lotta e d’iniziativa, i più influenti e disciplinati: nel partito possono esserci e in generale ci sono anche elementi di altre classi i quali hanno fatto propria la causa del comunismo, ma gli operai ne sono la componente indispensabile;

- è reparto organizzato nel senso che è un insieme disciplinato di organizzazioni che fanno tutte capo a un centro di cui seguono le direttive con assoluta disciplina, a cui sono legate secondo i principi del centralismo democratico;

- è la forma più alta di organizzazione della classe operaia nel senso che promuove e dirige tutte le altre organizzazioni della classe stessa ed è lo strumento della sua direzione sul resto del proletariato e delle masse popolari, promotore e dirigente delle più svariate organizzazioni delle masse che raccoglie e indirizza verso il comune obiettivo raccogliendole in fronte;

- è lo strumento della dittatura della classe operaia: per conquistare la dittatura della classe operaia prima e poi per consolidarla ed ampliarla e fare in modo che sviluppi la transizione verso il comunismo.

Tra questi caratteri del partito comunista, stante le tradizioni del nostro paese, l’esperienza del primo Partito comunista italiano e la situazione in cui si forma il nuovo partito, dobbiamo dare risalto particolare al fatto che il partito è coscienza della classe operaia in lotta per il potere, interprete cosciente di un processo spontaneo.

Per dirigere la rivoluzione alla vittoria il partito comunista deve aver assimilato il materialismo dialettico come concezione del mondo e come metodo di pensiero e d’azione, espresso nel marxismo-leninismo-maoismo e sapere applicarlo all’esame concreto della concreta situazione della rivoluzione socialista nel nostro paese per ricavarne la linea generale, le linee particolari, i metodi e le misure della sua attività. Il partito deve possedere una buona comprensione del movimento economico e politico della società, delle tendenze oggettive in azione, delle classi in cui la società è divisa, delle forze motrici della trasformazione della società, degli esiti possibili dei singoli passaggi di cui si compone la trasformazione in corso. Il movimento rivoluzionario per vincere deve essere diretto da un partito comunista che applichi creativamente il bilancio dell'esperienza passata (il marxismo-leninismo-maoismo) all'esperienza concreta del movimento di rivoluzionamento del nostro paese. La storia del movimento comunista del nostro paese è ricca di episodi di lotta in cui le masse popolari e singoli militanti hanno profuso eroismo e iniziativa rivoluzionari, ma non hanno conseguito la vittoria a causa della mancanza di una direzione basata su una giusta teoria della rivoluzione socialista nel nostro paese. È quindi una questione di responsabilità oggi per noi comunisti occuparci di trarre dall'esperienza questa teoria. Se il partito ha una linea giusta, esso conquisterà tutto quello che ancora non ha e supererà ogni difficoltà. Solo se il partito ha una teoria rivoluzionaria, esso può dirigere un movimento rivoluzionario che inevitabilmente in gran parte è spontaneo e privo di coscienza, date le condizioni in cui l’attuale classe dominante confina le masse popolari. Solo con una giusta direzione del partito il movimento rivoluzionario può quindi svilupparsi e arrivare alla vittoria.

La rivoluzione socialista è fatta dalla classe operaia, dal proletariato e dalle masse popolari: il partito comunista è la direzione, lo stato maggiore di questa lotta. È un partito di quadri che dirige una lotta di massa, quindi è parte delle masse e profondamente legato alle masse onde essere in grado di comprenderne le tendenze e sviluppare le tendenze positive.

Il partito conduce la sua opera di agitazione e di propaganda e il suo lavoro di organizzazione tra le masse sulla base della sua linea politica e indirizza il movimento delle masse in modo da sviluppare le forze della rivoluzione, rafforzarle e raccoglierle sotto la direzione della classe operaia. Il suo obiettivo non è quello di cercare consensi, né di far accettare alle masse le proprie concezioni, ma quello di dirigere il movimento delle masse nella lotta contro la borghesia imperialista per l’instaurazione della dittatura della classe operaia. Nelle lotte rivendicative delle masse popolari, del proletariato e della classe operaia il partito persegue sempre l’obiettivo di raccogliere e accumulare forze rivoluzionarie. Nella difesa delle conquiste delle masse, il partito prepara le condizioni per l’attacco.

Il partito conduce l'agitazione tra le masse, ma si distingue nettamente dagli avventurieri e dai mestatori e dagli individui che usano l'agitazione delle masse come merce di scambio per la loro scalata nelle gerarchie del regime: essi "agitano le masse" senza avere idea di dove andare, senza preoccuparsi di assimilare l'esperienza del passato, senza porsi il problema di individuare e superare i limiti per i quali il proletariato nel nostro paese nel periodo 1914-1945 non riuscì a conquistare il potere. Oggi questi movimentisti e profittatori delle lotte delle masse confluiscono con quei vecchi opportunisti che di fronte al crollo dei revisionisti moderni si propongono come "conservatori del comunismo" e il cui ruolo effettivo è quello di paralizzare nel pantano di una politica sterile di risultati rivoluzionari ma ammantata di frasario comunista, le energie che il crollo delle organizzazioni revisioniste libera.

Il partito comunista si mette alla scuola delle masse, impara a dirigere la lotta che le masse stanno conducendo contro la borghesia imperialista nell'ambito della seconda crisi generale del capitalismo.

Il partito si mette alla scuola delle masse non nel senso di confondersi con le masse o di "agitare le masse" al modo dei soggettivisti e degli economicisti, ma nel senso di imparare

- dall'esperienza del primo "assalto al cielo": la Rivoluzione d’Ottobre, la costruzione del socialismo, l'Internazionale Comunista, la lotta contro il fascismo e la Resistenza, le rivoluzioni antimperialiste, la Rivoluzione Culturale Proletaria;

- dall'esperienza negativa dei regimi dei revisionisti moderni: per avanzare dobbiamo imparare anche dagli errori che la borghesia e i suoi portavoce cercano invece di usare contro di noi;

- dall'esperienza del movimento di massa e rivoluzionario del nostro paese, dalla lotta della classe operaia e dalla resistenza che le masse popolari oppongono al procedere della crisi generale del capitalismo.

Il partito ricava da questa esperienza una concezione del mondo, una teoria della rivoluzione, un programma, una linea politica e una linea organizzativa sulla base dei quali tesse nell'ambito della classe operaia, del proletariato, delle masse popolari e dell'intera società i conseguenti rapporti organizzativi, di direzione e d'influenza. Per un comunista oggi il nodo principale del problema non è quanto le masse "sono in agitazione", perché stante la situazione rivoluzionaria in sviluppo le masse presentano e inevitabilmente presenteranno sempre più un terreno favorevole all'azione dei comunisti, ma quanto il partito ha imparato ad assolvere i compiti che lo rendono capace di dirigere il movimento delle masse fino alla vittoria della rivoluzione socialista.

Il ruolo specifico dell'iniziativa del partito in ogni situazione data, sta nel riunire e mobilitare le forze motrici di una delle soluzioni possibili in contrapposizione alle altre. Ma è il movimento economico della società che nel suo corso genera in ogni situazione concreta sia gli obiettivi possibili dell'attività politica dei comunisti che le forze con cui perseguirli. Procurarsi le condizioni materiali dell'esistenza è l'occupazione principale e la forza motrice dell'attività della stragrande maggioranza degli uomini: l'intreccio delle attività a ciò dirette è l'ambito entro cui si svolge la vita di tutti gli individui e il divenire dell'intera società. Le tendenze soggettiviste, proprie dell'aristocrazia proletaria dei paesi imperialisti che porta nelle masse l'influenza della borghesia, hanno fatto spesso dimenticare anche ai comunisti queste tesi fondamentali della concezione materialista della storia. La conseguenza è stata ed è il pullulare di concezioni, linee ed obiettivi politici arbitrari e quindi perdenti.

È il movimento pratico, organizzato e spontaneo, delle masse che trasforma la società. Una teoria diventa una forza trasformatrice della società solo se si incarna in un movimento pratico, come orientamento per la sua azione; una teoria sorge solo come sintesi dell'esperienza di un movimento pratico. Il partito quindi riconosce e afferma il primato del movimento pratico come fonte della conoscenza, come operatore della trasformazione della società e come metro d'ultima istanza della verità di ogni teoria della rivoluzione. Il partito non si presenta alle masse dottrinariamente proclamando una nuova verità che chiede di accettare, né chiede di unirsi ad esso a professare una nuova teoria. Il partito cerca di ricavare dall'esperienza comune del movimento delle masse la ragione che sta negli avvenimenti che la compongono. Quindi non dice mai alle masse: smettete di lottare, quello che state facendo è inutile, dovete prima farvi una coscienza e darvi una teoria. Al contrario cerca di comprendere qual è il vero motivo per cui le masse combattono e qual è la fonte vera della loro forza e di ricavare da ciò una linea per andare verso la vittoria. La linea è una cosa che per procedere le masse devono far propria e attuare.

Mille iniziative, mille organismi e rapporti organizzativi, mille lotte rivendicative, proteste, ribellioni, rivolte compongono il movimento pratico: il partito deve cercare di capire le ragioni fondamentali ed unitarie di essi, di acquisire quella coscienza che permette a chi la fa propria di lavorare in modo sistematico per svilupparli e potenziarli, liberarli dagli inciampi e dai limiti prodotti dall'influenza che ha in essi il vecchio mondo dei rapporti e della cultura della classe dominante, unirli in una forza vittoriosa capace di eliminare il vecchio mondo della borghesia e avviare la costruzione del nuovo mondo comunista. Quindi quella coscienza su cui si basa l’unità del partito e grazie alla quale il partito riesce a dirigere il movimento delle masse alla vittoria della rivoluzione socialista.

Il partito deve essere unito sulla linea politica e sulla concezione del mondo e il metodo del proletariato, il materialismo dialettico, che permettono di ricavare la linea giusta dall’analisi dell’esperienza della lotta concreta che conduce e della situazione concreta.

Su questa base crea e rafforza i propri legami con le masse, rafforza la propria organizzazione e cementa la propria unità.

L’unità del partito si consolida con l’applicazione rigorosa del centralismo democratico, la verifica delle idee nella pratica, l’unità con le masse, la pratica della critica e dell’autocritica, la formazione dei quadri, la lotta tra le due linee, l’epurazione. Il partito comunista è il partito della classe operaia, ma in esso esercita la sua influenza anche la borghesia. La vita del partito è inevitabilmente influenzata dalla contraddizioni di classe (lotta tra le due linee), dalla contraddizione tra il nuovo e il vecchio, dalla contraddizione tra il giusto e lo sbagliato. Questo è un fatto oggettivo: solo se lo riconosciamo, possiamo comprenderlo e farvi fronte efficacemente.

Il metodo principale che il partito impiega per assolvere il suo compito di dirigere la classe operaia, il resto del proletariato e delle masse popolari è la linea di massa.

 

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2.2. Lo Stato della borghesia imperialista e il partito comunista        [successivo]

 

Il partito deve combattere tra i suoi membri ogni concezione e tendenza a fondare la sua esistenza e la sua azione sulle libertà (di pensiero, di propaganda, di agitazione, di organizzazione, di manifestazione, di riunione, di sciopero, di protesta, ecc.) che con la vittoria della Resistenza sono state in qualche misura introdotte nel nostro paese e che in parte sopravvivono ancora alla eliminazione delle conquiste strappate dalla classe operaia e dalle masse popolari che la borghesia imperialista sta sistematicamente operando dalla metà degli anni '70 a questa parte. Nello stesso tempo deve accompagnare le masse a trarre un giusto bilancio dall’esperienza che giorno dopo giorno stanno facendo dei limiti in cui la classe dominante ha sempre contenuto queste libertà e delle restrizioni che viene ponendo per effetto del progredire della crisi generale del capitalismo.

Con l’inizio della fase imperialista la borghesia ha cessato di lottare per la democrazia sia pure borghese, cioè per tutti a parole ma limitata alle classi possidenti nei fatti. "L'imperialismo tende a sostituire la democrazia in genere con l'oligarchia", "l'imperialismo contraddice ... a tutto il complesso della democrazia politica". "L'imperialismo non frena l'estensione del capitalismo e il rafforzamento delle tendenze democratiche tra le masse della popolazione, ma acuisce l'antagonismo tra queste aspirazioni democratiche e le tendenze antidemocratiche dei monopooli".

Tutte le volte che la classe operaia ha basato la sua lotta sulla democrazia borghese, la borghesia imperialista ha ricordato che il potere le appartiene ricorrendo a massacri e repressioni di massa, colpi di Stato, provocazioni e scissioni contro le organizzazioni della classe operaia e ha imposto il suo potere: dalla Spagna, all’Indonesia al Cile. Ha confermato ciò che Engels aveva già indicato nel 1895: la borghesia di fronte alla maturazione politica della classe operaia avrebbe violato essa stessa per prima la propria legalità. L’accumulazione delle forze rivoluzionarie non può più avvenire nell’ambito delle procedure e delle libertà scritte nelle costituzioni della borghesia. Queste valgono solo nei limiti in cui sono utili alla borghesia per mantenere il suo potere. Non sono norme comuni che regolano la lotta di tutte le classi, ma misure per tenere sottoposte la classe operaia e le altre classi sfruttate e oppresse. La borghesia poteva restare democratica solo finché la classe operaia era lontana dall’esercitare nella pratica i diritti che le erano riconosciuti sulla carta. La realtà ha smentito le illusioni che continuasse l’epoca in cui la borghesia aveva svolto un ruolo progressivo, che il fascismo fosse una parentesi o una deviazione nel corso della vita della società borghese, che dopo il fascismo la borghesia potesse ritornare alle vecchie forme di potere, alla democrazia borghese. I revisionisti moderni di tutto il mondo hanno propagandate queste illusioni e hanno condotto le masse nel vicolo cieco del parlamentarismo, della partecipazione, delle riforme di struttura e di altre chiacchiere che sono rimaste tali. Queste illusioni hanno pesato negativamente sulla lotta della classe operaia e sulla capacità di direzione del suo partito, esse esistono ancora e continueranno ad esistere per un certo tempo. Su grande scala solo l’esperienza pratica le spazzerà via.

Il procedere della crisi generale del capitalismo costringe la borghesia ad accentuare il carattere repressivo, militaresco, segreto del suo regime, nei rapporti con le masse popolari e nei rapporti tra gli stessi gruppi imperialisti. La disinformazione, la provocazione, il controllo, l’infiltrazione, l’intimidazione, il ricatto, l'eliminazione e la repressione sono correntemente pratica di lotta politica da parte della classe dominante e lo diventeranno ancora più di quanto lo sono stati nei cinquant’anni passati.

Con l’inizio dell’epoca imperialista e ancora più con la prima crisi generale del capitalismo lo Stato della borghesia imperialista è diventato uno Stato poliziesco e militarista, profondamente reazionario. Esso ha cessato di essere lo Stato della democrazia borghese ed è diventato lo Stato della controrivoluzione preventiva organizzata, strumento per la repressione e la guerra della borghesia imperialista contro la classe operaia e la masse popolari.

L’esperienza della prima crisi generale del capitalismo ha dimostrato che la lotta tra la borghesia imperialista e le masse popolari con il procedere della crisi diventa inevitabilmente guerra civile o guerra tra Stati. Ovunque la classe operaia non ha saputo porsi alla testa della mobilitazione delle masse popolari, la mobilitazione delle masse popolari è diventata mobilitazione reazionaria, la classe operaia ha subito la guerra imposta dalla borghesia e tutte le masse popolari ne hanno pagato le conseguenze.

Il partito deve costruirsi tenendo conto di questi aspetti e nello stesso tempo tenendo conto della debolezza e dell'instabilità del regime della borghesia imperialista, corroso dall’opposizione crescente delle masse popolari, dalla crescita delle contraddizioni tra i gruppi imperialisti e dallo sviluppo della mobilitazione rivoluzionaria e reazionaria delle masse.

Sulla base dell'analisi della situazione concreta e dei compiti che esso deve assolvere per condurre la classe operaia alla conquista del potere, il nuovo partito comunista definisce la sua natura e le sue caratteristiche.

 

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2.3. Il partito nazionale e la rivoluzione mondiale        [successivo]

 

Benché sopravvivano ancora le nazioni ed esistano ancora tanti singoli Stati, il capitalismo ha già unificato il mondo intero sul piano economico. Quindi il socialismo non può affermarsi definitivamente che come sistema mondiale. Il ritorno stabile e a tempo indeterminato a un mondo spezzettato in varie isole autosufficienti è un obiettivo non solo reazionario, ma irrealizzabile.

Le crisi generali del capitalismo sono crisi mondiali e mondiale è anche la situazione rivoluzionaria che ne deriva. Tuttavia la rivoluzione proletaria (rivoluzione socialista o rivoluzione di nuova democrazia) può vincere in alcuni paesi e non svilupparsi o essere sconfitta in altri. Il suo successo dipende da fattori particolari specifici di ogni paese.

Il primo passo della rivoluzione socialista è la distruzione dello Stato esistente e la creazione un nuovo Stato. In ogni paese la borghesia imperialista oggi ha il suo Stato ed è quello che dobbiamo abbattere.

Tutto questo conferma sia la necessità della formazione di partiti comunisti specifici di ogni paese, sia la necessità della loro collaborazione internazionalista. Dove vi sono paesi plurinazionali, il partito comunista deve inoltre e con forza particolare promuovere la lotta contro l’oppressione nazionale e lo sciovinismo nazionalista, sostenere il diritto di ogni nazione a disporre di se stessa fino alla secessione e unire i lavoratori e le masse popolari di tutte le nazionalità nella lotta comune contro la borghesia imperialista e il suo Stato.

Per vincere i loro rispettivi nemici i vari "reparti nazionali" della classe operaia devono imparare l'uno dall'altro, collaborare tra di loro e sostenersi reciprocamente. È quanto abbiamo visto succedere nel corso dei 150 anni del movimento comunista, in forme più o meno sviluppate a seconda delle varie fasi: in forma organizzata nella Lega dei comunisti (1847-1852), nella I Internazionale (1864-1876), nella II Internazionale (1889-1914), nell'Internazionale Comunista (1919-1943), nel Cominform (1947-1956), in modo informale negli altri periodi.

La borghesia realizza l'unità economica del mondo nell'ambito del rapporto di produzione capitalista e di rapporti borghesi. Quindi questa unità ha la forma del mercato mondiale e dell'esportazione di capitali, della concorrenza, dello sviluppo ineguale, dell'oppressione e dello sfruttamento dei paesi più deboli da parte dei paesi più forti, della formazione di aristocrazie operaia in alcuni paesi e della estinzione della classe operaia in altri paesi, della divisione del mondo intero tra pochi gruppi imperialisti, della sopraffazione dei gruppi imperialisti più deboli da parte dei più forti, dello sterminio delle popolazioni che non sanno resistere all'invadenza dei capitalisti, della feroce dominazione imperialista, delle guerre mondiali, della sovrappopolazione mondiale che condanna intere popolazioni all'estinzione, della lotta tra nazioni per la sopravvivenza, lo "spazio vitale", il "posto al sole".

Di contro, man mano che la rivoluzione proletaria avanza, l'unità economica del mondo viene trovando gradualmente, per salti, con passi avanti e passi indietro, la sua forma adeguata a livello sovrastrutturale nella formazione dei partiti comunisti in ogni paese, nella loro collaborazione più o meno stretta e più o meno organizzata, nella creazione del campo socialista. Nel futuro assumerà altre forme più avanzate.

La classe operaia di ogni paese impara da quella degli altri paesi ed è di insegnamento a quelle di altri paesi, lo sviluppo della sua lotta dipende dall'andamento dell'economia mondiale, dal sistema delle relazioni internazionali, ecc. La classe dominante di un paese collabora con quella di altri o si scontra con esse. Sono tutti altrettanti aspetti del carattere internazionalista del movimento comunista di un paese. Un carattere oggettivo, che esiste indipendentemente dal livello della comprensione di esso da parte di ogni singolo movimento comunista nazionale e dall'attività consapevole che ogni singolo movimento comunista nazionale esercita in questo campo attraverso il suo partito comunista e le sue organizzazioni di massa. Il partito comunista deve avere coscienza di questo legame internazionale, svilupparlo e farlo valere.

Il partito comunista di ogni paese ha il dovere di portare al successo la rivoluzione nel proprio paese e di contribuire così al successo della rivoluzione a livello mondiale.

 

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Capitolo III

 

Il movimento comunista in Italia

 

3.1. Bilancio dell’esperienza della lotta di classe nel nostro paese        [successivo]

 

3.1.1. Le origini del movimento comunista        [successivo]

È in Italia che il modo di produzione capitalista incominciò ad affermarsi, facendo leva sulla piccola produzione mercantile che viveva ai margini e nelle pieghe del mondo feudale. Già nel secolo XI Amalfi ed altri comuni della penisola avevano sviluppato ad un livello relativamente alto un’economia capitalista in cui la forma principale del capitale era il capitale commerciale. Lo sviluppo del modo di produzione capitalista proseguì in varie parti della penisola nei secoli successivi. In campo politico lo sviluppo del capitalismo è alla base delle guerre che imperversarono nella penisola nei secoli XI-XVI; in campo culturale è alla base della rigogliosa cultura del periodo e dell'influenza che per la seconda volta nella sua storia l'Italia ebbe in Europa e in tutto il mondo. La ragione alla base dei contrasti politici e culturali dei secoli XI-XVI è la lotta tra il nascente modo di produzione capitalista e il mondo feudale che, con alla testa il Papato di Roma, opponeva una resistenza tanto più accanita perché trovava sostegno e alimento nel resto d'Europa più arretrato. È solo alla luce di questa lotta che i vari episodi della vita politica e culturale dell’epoca cessano di essere una successione e una combinazione di eventi causali e arbitrari e si mostra il nesso dialettico che li unisce.

La lotta tra il nascente modo di produzione capitalista e il vecchio mondo feudale ebbe una svolta nel secolo XVI quando lo sviluppo dei rapporti di produzione borghesi venne arrestato dalle forze feudali guidate dal Papato (Controriforma). Per alcuni secoli lo sviluppo delle forze produttive fu lento, con periodi di ristagno e di arretramento e in alcuni casi di tipo coloniale. Da allora l’Italia subì a lungo anche la dominazione straniera, aperta o dissimulata, conseguenza proprio del contrasto non risolto tra una borghesia che non aveva la forza di spazzar via il mondo feudale e un mondo feudale che non poteva ritornare al passato. Da allora iniziò la decadenza del nostro paese che non ha mai più riacquistato il ruolo che per ben due volte aveva avuto nella storia europea e mondiale. Il nostro paese costituisce quindi un grande esempio storico di come, quando un paese ha sviluppato un modo di produzione superiore, se la lotta tra le classi che sono portatrici del vecchio e del nuovo modo di produzione non si conclude con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società, essa si conclude con la comune rovina delle due classi.

L’unità e l’indipendenza del nostro paese sono state conquistate solo nel secolo scorso, tra il 1848 e il 1870, dopo più di tre secoli di blocco dello sviluppo borghese, come conseguenza della Rivoluzione europea del 1848 che diede il via all’unità e all’indipendenza dell’Italia e della Germania, i paesi sedi delle due istituzioni più tipiche del mondo feudale in Europa: il Papato e il Sacro Romano Impero Germanico. Nel frattempo il modo di produzione capitalista si era pienamente sviluppato in Inghilterra, in Francia e altrove, aveva creato l'attività industriale come settore economico autonomo dall’agricoltura e ne aveva fatto il centro della produzione e riproduzione delle condizioni materiali dell’esistenza, aveva conquistato in larga misura l’agricoltura stessa e iniziava già ad entrare nell’epoca imperialista. Era oramai troppo tardi perché la rivoluzione democratico-borghese in Italia si sviluppasse come mobilitazione in massa dei contadini a distruggere i rapporti feudali. Ma era ancora troppo presto perché la classe operaia assumesse il ruolo dirigente nel movimento di liberazione e di unificazione nazionali in una rivoluzione di nuova democrazia. L’antagonismo di classe tra proletariato e borghesia era già troppo sviluppato perché la borghesia osasse portare a fondo la rivoluzione antifeudale mobilitando i contadini a distruggere i rapporti feudali e ad eliminare le forme di possesso feudali. Ma d’altra parte la classe operaia non era ancora abbastanza sviluppata per assumere il ruolo dirigente nella rivoluzione. La classe operaia fu la forza principale della rivoluzione del 18 marzo 1848 a Milano, fece le barricate e pagò di persona, ma fu la borghesia a raccogliere i frutti di quella rivoluzione. La borghesia inglese aveva giustiziato il suo re Carlo I già nel 1649, la borghesia francese aveva fatto fare la stessa fine al suo re Luigi XVI nel 1793. La borghesia italiana invece scese a patti con i re e si accontentò di un compromesso con le residue forze feudali (il Papato, la chiesa cattolica, la monarchia, i grandi agrari latifondisti e le restanti istituzioni, sette, ordini, congregazioni e società segrete del mondo feudale) e della loro trasformazione attraverso l’integrazione graduale nel mondo capitalista.

Questa rivoluzione borghese monca è la causa della nascita della “questione meridionale” e delle caratteristiche specifiche della borghesia italiana. Le vecchie forme feudali col loro localismo sono state mantenute ed assorbite nella nuova società borghese e quindi è stata conservata la diversità sociale delle varie regioni che permane nonostante la grande migrazione avvenuta dopo la Seconda guerra mondiale. Qui sta anche il motivo per cui in Italia i contrasti tra classi e i contrasti tra settori produttivi diventano facilmente contrasti territoriali e mettono in pericolo l’unità dello Stato (movimenti federalisti e secessionisti). La questione della grande industria è principalmente la questione della Lombardia, del Piemonte e della Liguria; la questione della piccola e media impresa è principalmente la questione del Veneto e dell'Emilia-Romagna; la questione della piccola produzione col suo variopinto mondo di padroncini, lavoratori autonomi e dipendenti, del semiproletariato e del pubblico impiego è principalmente la questione delle regioni meridionali; ecc.

Dopo l'unificazione del paese, la lotta della classe operaia per il socialismo si è svolta nell’ambito di un paese imperialista. Tappe riassuntive di questa lotta sono state la fondazione del Partito socialista italiano nel 1891 e la fondazione del primo Partito comunista italiano nel 1921.

Nel nostro paese la lotta tra le classi è stata molto acuta, con grande partecipazione delle masse popolari. Durante la prima crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale (1910-1945) e la connessa lunga situazione rivoluzionaria, dapprima vi fu un diffuso movimento rivoluzionario delle masse nel corso e dopo la Prima guerra mondiale (Biennio rosso). Esso però mancava di direzione, il PSI non cercò nemmeno di assumerne la direzione. La borghesia imperialista ne venne a capo ricorrendo essa stessa alla mobilitazione reazionaria delle masse e creando per prima al mondo un regime fascista.

Il fascismo, regime terroristico della borghesia imperialista, ha portato a compimento le tendenze negative della borghesia italiana negandone le conquiste positive.

1. Il fascismo ha dato (con il Concordato e i Trattati Lateranensi firmati l’11 febbraio 1929) forma compiuta al compromesso con il Papato costituendo nel Vaticano il gruppo imperialista più potente operante in Italia, probabilmente non secondo a nessuno dei numerosi gruppi politico-religioso-finanziari che in varie parti del mondo si sono costituiti nella fase imperialista del capitalismo. Esso iniziò la sua vita ricco dell'esperienza organizzativa e delle relazioni diplomatiche ed ecclesiastiche ereditate dal vecchio Stato pontificio, delle donazioni finanziarie e immobiliari concesse dallo Stato italiano, delle prerogative dell’indipendenza statale e delle immunità per le sue attività in Italia, delle relazioni privilegiate con larga parte della popolazione italiana saldamente organizzata nelle strutture delle curie, delle parrocchie, delle associazioni, delle scuole, delle strutture ospedaliere e delle opere pie, delle sue relazioni e diramazioni internazionali. Combinando la forza finanziaria e l’influenza morale, il Vaticano ha da allora tenuto in pugno la borghesia italiana, sostenendola nella sua lotta contro la classe operaia, il proletariato e le masse popolari. Da allora il Vaticano è diventato il centro di una combinazione di forze economiche, finanziarie, politiche, culturali e morali che ne hanno fatto il baluardo più forte di tutte le forze reazionarie e il capofila della reazione, dell'arretratezza, dello sfruttamento, della miseria e della illegalità dominante nel paese, un centro che governa il paese senza avere la responsabilità, l'impopolarità e gli altri inconvenienti del governo diretto di un gruppo di oppressori e sfruttatori. Un'istituzione tale che chi vuole aprire una via di progresso al paese, in Italia deve eliminare il Vaticano.

2. Il fascismo ha portato alla negazione l’opera compiuta nel secolo scorso dalla borghesia per la costruzione di un proprio Stato e la conquista di un ruolo indipendente tra gli Stati borghesi. Ha portato prima alla soggezione alla Germania e si è concluso poi con la soggezione agli USA. Da allora la borghesia imperialista italiana fa affari barcamenandosi nei margini creati dai contrasti tra i gruppi imperialisti USA e quelli delle altre grandi potenze. In Italia la libertà d’azione dei gruppi imperialisti stranieri e delle rispettive bande spionistiche e d’azione si combinano con l’azione autonoma dei gruppi imperialisti italiani e dei singoli brandelli del loro Stato. Vaticano, Stato USA, gruppi imperialisti italiani sono, nell’ordine, le forze che dirigono lo Stato italiano.

D’altra parte il fascismo ha introdotto gran parte delle innovazioni sul piano strutturale di cui è vissuto anche il regime DC: banca centrale, industria di Stato, grandi lavori pubblici, strutture per la ricerca, consorzi agrari, enti previdenziali, ecc. Insomma le innovazioni e gli istituti che si riassumono nella creazione di un sistema di capitalismo monopolistico di Stato.

 

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3.1.2. Il primo Partito comunista italiano        [successivo]

Il Partito comunista italiano, creato dalla Internazionale Comunista, ha avuto in Antonio Gramsci (1891-1937) il suo primo e unico grande dirigente che ha cercato di fare di esso il partito rivoluzionario della classe operaia. Nella lotta contro il regime fascista, che il PCI diresse nel quadro dell’Internazionale Comunista, il partito fece raggiungere alle masse popolari e alla classe operaia un livello di forza quale non avevano mai avuto prima, culminato nella guerra partigiana (Resistenza) degli anni 1943-1945. Tuttavia il PCI non riuscì a sviluppare realmente una linea specifica per la rivoluzione socialista nel nostro paese e non riuscì quindi a portare la classe operaia al potere. Perché?

A partire dalla sua fondazione il partito raccolse indubbiamente la parte più avanzata della classe operaia italiana. Esso tuttavia non riuscì a realizzare il compito della bolscevizzazione, come trasformazione di un partito che riuniva già la parte migliore della classe operaia in un partito rivoluzionario. In cosa consiste il carattere rivoluzionario del partito comunista? Anzitutto nella teoria rivoluzionaria che lo guida, cioè nella concezione materialista dialettica del mondo e nel metodo materialista dialettico di conoscenza e d'azione dei suoi membri e delle sue organizzazioni; in secondo luogo nel suo statuto da stato maggiore della classe operaia che organizza la sua attività, definisce le sue organizzazioni e il loro funzionamento, la selezione, la formazione e le relazioni dei suoi membri e dei suoi dirigenti in funzione della conquista del potere da parte della classe operaia.

L'obiettivo della bolscevizzazione del partito era stato chiaramente posto dall'Internazionale Comunista già negli anni ‘20; il PCI stesso aveva dichiarato la bolscevizzazione il compito fondamentale del partito. Le Tesi di Lione del Partito comunista italiano avevano dichiarato chiaramente che “non esiste in Italia la possibilità di una rivoluzione che non sia la rivoluzione socialista. Ma nella pratica il partito non riuscì a combinare la lotta per la rivoluzione socialista con la lotta contro il fascismo e cadde nella deviazione di destra consistente nel porsi come l’ala sinistra della coalizione di tutte le forze che cospiravano all’abbattimento del fascismo.

I limiti del Partito comunista italiano nella sua comprensione delle leggi della rivoluzione socialista in Italia si manifestarono nel fatto che esso fu sorpreso dalla svolta repressiva del regime fascista nel 1926 (incarcerazione della direzione del partito), nel fatto che nel 1943 fu sorpreso dagli eventi del 25 luglio e dell'8 settembre, nel fatto che sostanzialmente non si era preparato alla guerra quale sbocco inevitabile della mobilitazione reazionaria delle masse e della crisi generale, nel fatto che condusse la guerra partigiana più come una campagna militare che come strumento per la creazione di un nuovo potere popolare.

A causa di questi limiti ed errori del suo partito, la classe operaia non conquistò il potere nonostante la borghesia con il fascismo si fosse cacciata in una situazione estremamente difficile che le tolse da allora in avanti ogni velleità di indipendenza politica. Il potere rimase alla borghesia imperialista che creò un suo regime politico imperniato sul Vaticano e sulla chiesa cattolica sotto la supervisione USA: il regime DC che ha governato da allora il paese e lo governa tuttora.

Questo regime si consolidò grazie al lungo periodo (1945-1975) di ripresa e di sviluppo dell’accumulazione capitalista e di espansione dell’apparato produttivo che il capitalismo ebbe in tutto il mondo. Le masse popolari e la classe operaia in quegli anni riuscirono a strappare con lotte puramente rivendicative grandi miglioramenti in campo economico, politico e culturale. Il PCI divenne l’interprete organico di questa fase dei rapporti della classe operaia e delle masse popolari del nostro paese con la borghesia imperialista. Per questo il PCI in quegli anni fu contemporaneamente sia il partito della classe operaia italiana nel senso preciso che praticamente tutti gli operai attivi nell’organizzazione della propria classe facevano parte del PCI, sia uno dei partiti della corrente revisionista moderna guidata dal PCUS. Il periodo 1945-1975 fu, anche nel nostro paese, il periodo del “capitalismo dal volto umano”, tanto più sviluppato quanto più forte era stato nel nostro paese il movimento comunista, a conferma del fatto che le riforme sono il sottoprodotto, il lascito delle rivoluzioni mancate.

Nell’ottavo congresso (dicembre 1956) la destra del PCI, al riparo del successo riportato dal gruppo revisionista di Kruscev nel ventesimo congresso del Partito comunista dell'Unione Sovietica (febbraio 1956), liquidò quanto restava delle basi programmatiche comuniste. Fino allora la deviazione di destra, secondo cui il partito comunista era l’ala sinistra di uno schieramento progressista diretto dalla borghesia che lottava per modernizzare il paese, eliminare i residui feudali e allargare alle masse i diritti democratici, si era presentata nel partito come linea tattica, una linea provvisoria da praticare in attesa di tempi migliori. Da allora essa invece venne posta come linea strategica, coerentemente con la concezione del revisionismo moderno secondo cui la forza raggiunta dalla classe operaia rendeva oramai inutile la rivoluzione socialista e possibile un passaggio graduale e pacifico al socialismo. La via pacifica, democratica, parlamentare al socialismo tramite le riforme di struttura e l’allargamento continuo dei diritti democratici alle masse, venne proclamata la via italiana al socialismo e proposta addirittura in sede internazionale come modello (eurocomunismo).

 

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3.1.3. I primi tentativi di ricostruire il partito comunista        [successivo]

Nel nostro paese la lotta contro il revisionismo moderno riprese e continuò la lotta contro la deviazione di destra che aveva accompagnato tutta la vita del partito. Dopo l’ottavo congresso questa lotta spontanea, istintiva e diffusa riprese vigore. Essa fece un salto di qualità nella seconda metà degli anni ‘60, nell’ambito della lotta lanciata a livello internazionale dal Partito del lavoro d’Albania e soprattutto dal Partito comunista cinese. Nacque allora il Movimento marxista-leninista e poi nel 1966 il Partito comunista d’Italia (Nuova Unità) che si sciolse agli inizi degli anni ‘90 per rifluire in Rifondazione comunista. La causa della debolezza del PCd’I e di tutto il movimento marxista-leninista fu la stessa che aveva portato la sinistra del PCI alla sconfitta rispetto alla destra: l’insufficiente autonomia ideologica e teorica dalla borghesia e la conseguente mancanza di una strategia per la conquista del potere. Il movimento marxista-leninista fu per alcuni versi costantemente inficiato di dogmatismo: prova ne è il fatto che non riconobbe mai che esisteva una terza superiore tappa del pensiero comunista, il maoismo né mai comprese i limiti e gli errori della sinistra del PCI. Per altri versi quello stesso movimento marxista-leninista si confuse con le varie deviazioni “di sinistra” (bordighiste, anarcosindacaliste, ecc.) che erano una vecchia malattia del movimento comunista italiano con cui il PCI non aveva mai regolato veramente i conti.

Alla fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ‘70 in Italia come in altri paesi vi fu una grande stagione di lotte (il ‘68 e l’Autunno caldo). La lotta per le riforme all’interno del capitalismo raggiunse il suo culmine e toccò il suo limite: per andare oltre doveva trasformarsi in lotta per la conquista del potere e l’instaurazione del socialismo. La lotta contro il revisionismo moderno raggiunse un grande sviluppo in campo politico negli anni ‘70 quando le lotte rivendicative della classe operaia e delle masse popolari generarono un diffuso movimento di lotta armata, impersonato principalmente dalle Brigate rosse. Esso raccoglieva e dava espressione politica alla necessità di conquistare il potere e di trasformare la società che le stesse lotte rivendicative alimentavano nella classe operaia e nelle masse popolari. Da qui il sostegno, l'adesione e il favore delle masse popolari nei confronti delle Brigate rosse, testimoniati dal loro radicamento in fabbriche importanti (FIAT, Alfaromeo, ecc.), ma più ancora dalle misure che la borghesia dovette adottare nel tentativo di contrastarne l'influenza e isolarle dalle masse.

Con la loro iniziativa pratica le Brigate rosse ruppero con la concezione della forma della rivoluzione socialista che aveva predominato tra i partiti comunisti dei paesi imperialisti nel corso della lunga situazione rivoluzionaria 1910-1945. A differenza del Partito comunista d'Italia (Nuova Unità), le Brigate rosse iniziarono a fare i conti con gli errori e i limiti che avevano impedito ai partiti comunisti dei paesi imperialisti di condurre a conclusione vittoriosa la situazione rivoluzionaria generata dalla prima crisi generale del capitalismo. Da qui la ricchezza di insegnamenti che si possono ricavare dalla loro attività politica.

Esse tuttavia non riuscirono a liberarsi dall'influenza della cultura borghese di sinistra (in particolare nella versione datane dalla Scuola di Francoforte) che il revisionismo moderno aveva reso cultura corrente e pressoché incontrastata. Di conseguenza

- non riuscirono a correggere gli errori di analisi della fase che avevano in quella cultura il loro fondamento. Quanto ai rapporti tra le masse popolari e la borghesia imperialista, scambiarono la fase culminante della lotta delle masse per strappare conquiste nell'ambito della società borghese con l'inizio della rivoluzione. Quanto ai rapporti tra gruppi e Stati imperialisti, scambiarono l'attenuazione delle contraddizioni conseguente al periodo 1945-1975 di ripresa e sviluppo del capitalismo con la scomparsa definitiva dell'antagonismo.

- Non riuscirono ad appropriarsi consapevolmente del metodo della linea di massa onde restare all'avanguardia del movimento delle masse anche nella nuova fase che questo imboccava a seguito dell'inizio, alla metà degli anni '70, della nuova crisi generale.

In conseguenza di questi errori, il legame con le masse smise di crescere e cominciò anzi ad affievolirsi e le Brigate rosse si diedero ad imprecare contro l'arretratezza delle masse, favorendo in questa maniera l'attacco della borghesia che era centrato sullo sfruttare i loro errori e limiti per isolarle dalle masse.

È a causa di questi passi avanti non compiuti, di questa autocritica non portata a termine che il loro legame con le masse popolari, anziché svilupparsi, si indebolì e le Brigate rosse vennero travolte dall'offensiva della borghesia, cui i revisionisti moderni parteciparono come a impresa per loro vitale.

Il PCd’I e le BR costituiscono i due maggiori tentativi di ricostruzione del partito comunista. Ambedue cercarono di dare una risposta a questa necessità della classe operaia e delle masse popolari del nostro paese. Ma né l’uno né l’altro raggiunsero il loro obiettivo. Per raccogliere quanto di positivo hanno prodotto e trarre insegnamenti della loro esperienza, è indispensabile comprendere il motivo dell’insuccesso. La storia del movimento comunista è ricca di successi e di sconfitte. Gli uni e le altre ci mostrano che la contraddizione tra teoria e pratica si manifesta nelle contraddizioni tra teoria rivoluzionaria e costruzione dell’organizzazione rivoluzionaria, tra partito rivoluzionario e direzione del movimento delle masse e in altre ancora. Qual è il giusto rapporto tra i due termini di ognuna di queste contraddizioni? La storia del movimento comunista ci insegna:

1. l’unità dei due termini: uno può procedere nel suo sviluppo oltre un certo limite solo se l’altro si sviluppa anch’esso in misura adeguata;

2. che nella lotta della classe operaia per il potere in generale la priorità spetta al primo termine, benché in assoluto, cioè considerando le cose in un orizzonte più vasto, la priorità spetti al secondo, infatti in termini generali la teoria del movimento comunista è il riflesso nella nostra mente, è l’elaborazione dell’esperienza pratica della lotta della classe operaia e delle masse popolari. Marx ed Engels hanno prodotto una teoria rivoluzionaria e grazie a questa il movimento comunista ha creato le Internazionali e i partiti socialisti prima e comunisti dopo. Lenin ha riassunto la lotta che condusse nei primi anni del nostro secolo dicendo: “Senza teoria rivoluzionaria, non ci può essere movimento rivoluzionario”. Mao Tse-tung nel 1940 ha fatto il bilancio della rivoluzione cinese dicendo: “Per quasi vent’anni noi abbiamo fatto la rivoluzione senza avere una concezione chiara e giusta della rivoluzione, agivamo alla cieca: da qui le sconfitte che abbiamo subito”.

In ogni organismo e in ogni partito comunista la sinistra riflette la posizione della classe operaia e la destra riflette la posizione della borghesia. La borghesia è al potere da secoli e ha ereditato molto dalle precedenti classi sfruttatrici. La classe operaia lotta per il potere solo da 150 anni e lo ha esercitato solo per brevi periodi e solo in alcuni paesi dove il capitalismo era relativamente poco sviluppato. Quindi la borghesia oggi ha ancora un’esperienza di potere incomparabilmente più vasta di quella che ha la classe operaia. Nel campo sovrastrutturale la borghesia ha un sistema completo di concezioni, linee e metodi; la sua concezione del mondo si è consolidata in abitudini e pregiudizi, ha acquistato la forza, l’evidenza e l’ovvietà del luogo comune. Ne segue che nei partiti comunisti la destra ha la vita più facile della sinistra. La destra si appoggia su quello che esiste già, è evidente, è ovvio, è abitudine, “si è sempre fatto così”, “tutti la pensano così”. La sinistra deve elaborare, scoprire, inoltrarsi nel nuovo, rischiare di commettere errori e correggere la rotta fino a trovare la strada alla vittoria. Alla destra non occorre una teoria rivoluzionaria; la sinistra non può procedere senza e deve crearla. La destra si può fare forte degli errori della sinistra e della confusione della contraddizione teoria e pratica con le contraddizioni teoria giusta e teoria sbagliata, nuovo e vecchio. La destra ostacola la creazione di una teoria rivoluzionaria, la sinistra la promuove e senza teoria rivoluzionaria non può dirigere. Gli errori del partito nel comprendere la situazione giovano alla destra, sono deleteri alla sinistra.

La sinistra del PCI non riuscì ad elaborare una teoria della rivoluzione socialista nel nostro paese nel corso della prima crisi generale del capitalismo, benché il partito si fosse proposto di guidare la rivoluzione socialista. Per questo la destra riuscì a prevalere nel partito. Mao ci ha insegnato che se un partito non applica una linea giusta ne applica una sbagliata, che se non applica coscientemente una politica, ne applica una alla cieca.

Il Partito comunista d’Italia e le Brigate rosse non compresero che per avanzare occorreva un bilancio dell’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria e della costruzione del socialismo che era sintetizzata al suo livello più alto nel maoismo; non compresero che il revisionismo moderno non consisteva solo nel rinnegamento della rivoluzione come mezzo per instaurare il socialismo, ma che coinvolgeva tutta la concezione del mondo e il metodo di direzione e di lavoro dei comunisti; infine non compresero che il capitalismo anche nel nostro paese era al culmine di un periodo di sviluppo e che la seconda crisi generale del capitalismo si annunziava appena. Per questo i loro tentativi di ricostruire il partito comunista furono sconfitti.

 

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3.1.4. La situazione attuale e la putrefazione del regime DC        [successivo]

Fu solo nel corso degli anni ‘70 che il sistema capitalista mondiale passò dal periodo di ripresa e sviluppo dell’accumulazione di capitale iniziato dopo la fine della Seconda guerra mondiale alla seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale. Anche nel nostro paese ciò comportò che la classe operaia e le masse popolari non poterono più conquistare con le lotte rivendicative vittorie progressive, durature e su larga scala. L’accordo Confindustria-sindacati per il punto unico di contingenza che aumentò i salari inferiori e accorciò le differenze salariali fu l’ultima conquista della serie che aveva scandito il periodo del capitalismo dal volto umano. La classe dominante incominciò a cancellare gradualmente, una ad una, le conquiste fino allora strappate. Il processo è proseguito regolarmente fino al 1992. Da allora, con la crisi del regime DC e l’inizio della fase della sua putrefazione, il processo di eliminazione è stato fortemente accelerato.

Di conseguenza iniziò anche la crisi inarrestabile dei revisionisti moderni: la nuova fase del movimento economico non permetteva più di combinare soggezione politica alla borghesia imperialista e miglioramenti economici per le masse. Il PCI si sciolse nel 1991. Contrariamente a quanto proclamano i nostalgici della pratica revisionista di rivestire la collaborazione con la borghesia di sacri principi e di un frasario comunista (da Cossutta a Rossanda, da Ingrao a Bertinotti), Occhetto che sciolse il PCI nel 1991 fu l'esecutore testamentario del fallimento del progetto di conciliazione tra le classi e di subordinazione della classe operaia alla borghesia imperialista portato avanti prima da Togliatti e poi da Longo e da Berlinguer.

Nei suoi cinquant'anni di vita, il regime DC ha ulteriormente sviluppato una particolarità della società italiana. Essa consiste nel fatto che le attività (finanziarie e politiche) che si svolgono al di fuori e contro la legge ufficialmente vigente, la violenza parastatale e privata, i complotti e gli intrighi che sono diventati strumenti dell’attività economica, commerciale e finanziaria dei gruppi imperialisti in ogni paese imperialista (e da qui tracimano, vengono esportati nei paesi dipendenti), queste caratteristiche moderne e d’avanguardia della borghesia imperialista, in Italia si sono rigogliosamente sviluppate combinandosi con le vecchie società segrete, con le vecchie associazioni criminali, con le sette, con le chiese, con gli ordini religiosi e cavallereschi, in particolare con le organizzazioni della chiesa cattolica (congregazioni ecclesiastiche e laiche, conventi, diocesi, parrocchie, opere pie, confraternite e la massima di esse - il Papato trasformato in Vaticano con il Concordato concesso dal fascismo nel 1929 e rinnovato dal governo Craxi nel 1984). La sintesi di questa particolarità è l'esistenza di un governo di fatto, il Vaticano, che non coincide col governo ufficiale.

Tutte queste eredità della vecchia società feudale erano sopravvissute fino all’inizio del secolo scorso. La borghesia, quando nel corso delle guerre napoleoniche e poi del Risorgimento, impose il suo potere, le conservò e le combinò nel nuovo regime. Finché la nuova classe conservò una certa forza (ossia finché la classe operaia restò relativamente debole), esse hanno avuto un ruolo politico limitato. Divennero invece via via più attive e si rafforzarono in nuove vesti a partire dall’inizio del secolo (regime giolittiano, Patto Gentiloni), man mano che la classe operaia si rafforzava. La borghesia imperialista le chiamò a collaborare con le autorità ufficiali e con la pubblica amministrazione per conservare l’ordine e gestire la società. Esse quindi si combinarono con le associazioni private e segrete della borghesia stessa.

Il fascismo fu l’ultimo tentativo della borghesia di assorbire nell’amministrazione pubblica e di gestire nell’ambito di un regime pubblico, necessariamente esso stesso terroristico ed extralegale, le varie forme e i vari aspetti della repressione (dalla beneficenza all’intimidazione e alla eliminazione dei comunisti e di altri oppositori). Il fascismo si concluse nel modo più fallimentare possibile per la borghesia che l’aveva promosso: una classe operaia forte, il suo Stato e le sue forze armate dissolte, il paese occupato. Essa si salvò solo grazie ai limiti del PCI, all’occupazione americana e al Vaticano.

Il carattere moderno del regime DC consistette in questo: la borghesia prese atto che è impossibile gestire la repressione della classe operaia e delle masse popolari nell’ambito della pubblica amministrazione e di un’attività codificata in leggi e sviluppò su grande scala le più svariate forme di repressione extralegali: private e criminali, aperte e occulte. Il regime DC combinò magistralmente, con l'appoggio determinante dei revisionisti moderni, la creazione di sindacati gialli con lo squadrismo fascista e con l'intimidazione e l’agguato mafiosi. In ciò le fu maestra la borghesia imperialista USA. Le vecchie associazioni feudali (fa testo per tutte la mafia siciliana) si svilupparono rigogliosamente e assunsero forme modernissime, divennero le vesti attuali, d’avanguardia della borghesia imperialista, nella sua marcia trionfale verso il baratro. Liggio andò a scuola da Agnelli, lo superò e diede vita alla nuova multinazionale finanziaria, mondiale e globale. Dopo il fascismo, l’Italia regalò a tutto il mondo un altro nome: mafia.

Il regime DC ha mostrato su grande scala quale capacità di distruzione fisica e morale, sugli uomini e sull'ambiente, sul patrimonio artistico e sull'eredità storica il capitalismo ha raggiunto. Il periodo di grande sviluppo economico mondiale che ha coinciso con la prima fase del regime (1945-1975) ha messo in piena luce questo carattere. Lo sfascio materiale e morale prodotto da cinquant'anni di regime DC non ha precedenti nella storia moderna italiana.

Il regime DC è entrato in crisi quando, a causa della crisi generale, divenne impossibile per la borghesia imperialista proseguire a dare risposta alle aspirazioni delle masse, quando queste si esprimevano con forza, con la politica clientelare e l’uso della pubblica amministrazione e del settore economico statale e pubblico in generale. Quando l'IRI non potè più, a causa della crisi generale, assorbire e mantenere in vita le aziende private in fallimento e chiuse essa stessa le sue aziende. A questa causa si aggiunge che, a causa della crisi generale, i contrasti tra i gruppi della borghesia imperialista stessa, italiani e stranieri, si acuirono quando i gruppi imperialisti tedeschi lanciarono nuovamente su grande scala la loro offensiva per crearsi uno "spazio vitale" in Europa, da usare nella competizione internazionale. L'Unione Europea è infatti il tentativo dei gruppi imperialisti tedeschi di coalizzare sotto la loro direzione tutti i capitalisti europei e i rispettivi paesi per una nuova spartizione del mondo contro il predominio dei gruppi imperialisti USA e per meglio assicurare la permanenza del dominio della borghesia imperialista sulle masse popolari europee nonostante lo sviluppo della crisi generale.

Il regime DC è in crisi, ma la borghesia imperialista non ha un regime di ricambio. Da qui la lenta e dolorosa putrefazione del regime DC che come un cadavere appesta il paese dal 1992.

Il regime DC fino al 1992 aveva proclamato di essere in grado di risolvere il problema del lavoro e in generale della vita delle masse. In questo senso aveva accettato la "sfida del comunismo", nella veste in cui la ponevano i revisionisti moderni. La rinuncia, dal 1992 praticata e dichiarata, della pubblica amministrazione ad assicurare un lavoro a tutti e a risolvere i problemi della sopravvivenza delle masse popolari, è la dichiarazione di fallimento della borghesia imperialista di fronte al vicolo cieco in cui essa ha condotto il paese: la nuova crisi generale. Equivale alla fuga del re nel 1943 di fronte al vicolo cieco in cui si era cacciato con il fascismo.

La dichiarata abdicazione della pubblica amministrazione della borghesia imperialista, del suo Stato a "creare lavoro" e in generale a risolvere i problemi della vita delle masse, mascherata appena con la reintroduzione del famigerato "elenco dei poveri" cui promette qualche elemosina, è tanto più grave

- perché essa arriva in un contesto economico in cui è impossibile che la stragrande maggioranza della popolazione possa risolvere individualmente questi problemi. Il carattere collettivo raggiunto dalle forze produttive toglie, oggi ancora più di 50 anni fa, la possibilità che i singoli individui risolvano su larga scala individualmente i problemi della loro vita. La borghesia che rigetta come assistenzialismo il compito di occuparsi con i pubblici poteri della soluzione dei problemi della vita delle masse, le condanna a morte come esuberi, perché l'iniziativa privata dei capitalisti non vi provvede a causa della crisi generale.

- Perché questa abdicazione arriva mentre in tutta Europa la borghesia imperialista adotta la stessa attitudine, costrettavi dalla concorrenza con i gruppi imperialisti USA che, nella lotta generata dalla crisi generale, oltre a sconvolgere la stessa società americana, gettano tutto il peso dell'egemonia mondiale che hanno ereditato, del loro ruolo di fornitori di moneta fiduciaria per tutto il mondo, della rete dei loro interessi che come una piovra schiaccia e succhia quasi tutti i paesi, benché sempre più spesso per farsi valere debbano riesumare la politica delle cannoniere che segnò la fine dell'impero britannico.

 

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3.1.5. La ricostruzione del partito comunista        [successivo]

La classe operaia col suo nuovo partito comunista raccoglie la sfida: le masse popolari possono trovare la loro strada e risolvere tutti i problemi della loro vita e progredire ben oltre; la classe operaia può dirigerle in questa impresa, in modo che dalla loro esperienza pratica imparino a organizzarsi e a risolvere i propri problemi immediati e a prendere in mano la propria vita. L’ostacolo principale perché le masse possano risolvere i loro problemi è proprio la direzione della borghesia imperialista. Eliminare la direzione della borghesia imperialista e instaurare la direzione della classe operaia è il compito storico che si pone al partito comunista per i prossimi anni.

La crisi politica e culturale della borghesia imperialista spinge le masse alla mobilitazione. La difesa delle conquiste strappate nei trent’anni di capitalismo dal volto umano e la ribellione contro l’attuale regime fino alla sua eliminazione sono le due componenti (difesa e attacco) della resistenza delle masse al procedere della crisi.

La pubblica amministrazione  della borghesia imperialista si ritira, abdica al compito di provvedere a creare lavoro e in generale di provvedere alla soluzione dei problemi della vita delle masse popolari. Contro questo ripiegamento della borghesia imperialista dettato dalla crisi generale (gli squilibri finanziari tra le parti che la compongono, la concorrenza e la lotta a coltello tra gruppi imperialisti, ecc.), il partito comunista deve guidare la mobilitazione delle larghe masse in ogni campo, ad ogni livello e con ogni mezzo.

Il partito deve dirigere e promuovere la mobilitazione delle masse a difesa di ogni conquista che la borghesia imperialista cerca di eliminare; deve appoggiare ogni gruppo di lavoratori (grande o piccolo che esso sia) che difende una sua conquista (quale che essa sia) dalla borghesia imperialista che vuole eliminarla: dalla libertà di sciopero, al posto di lavoro, alla sicurezza sul lavoro, alle pensioni, alla tutela dell'ambiente, alla casa, all'istruzione, alla sanità, ai servizi. Nelle lotte di difesa le masse imparano per loro esperienza diretta che ogni sacrificio che la borghesia riesce ad imporre chiama altri sacrifici, che per vincere bisogna allargare la lotta e trasformarla in un problema di ordine pubblico, in un problema politico, che le difficoltà che nascono all’interno della singola azienda, della singola istituzione, possono essere risolti solo a livello politico, insomma che la proprietà e l’iniziativa privata su cui si fonda il capitalismo è in contrasto con la realtà delle cose e porta le masse in difficoltà inestricabili e le sottomette a sofferenze crescenti.

Il partito deve dirigere e promuovere la mobilitazione delle masse a provvedere direttamente alla soluzione dei problemi della propria vita, ad aggregarsi e a costruire le proprie istituzioni e a difenderle, a sviluppare la produzione per soddisfare i propri bisogni, a dare una svolta rivoluzionaria anche alle iniziative oggi dette del "terzo settore", al "no-profit", al volontariato, ai Centri Sociali, ecc. battendo le tendenze borghesi a farne dei ghetti, a farne aziende per sfruttare lavoro precario, sottopagato e in nero, a farne uno strumento per la corruzione e la formazione di nuovi dirigenti borghesi, a farne una valvola di sfogo alla disperazione.

Il partito deve dirigere e promuovere la mobilitazione delle masse a prendere e a farsi dare dalla borghesia imperialista le risorse necessarie per provvedere direttamente alla soluzione dei problemi della propria vita (denaro, edifici, mezzi di produzione, mezzi di trasporto, ecc.), risorse che la borghesia imperialista spreca su grande scala.

Il partito deve ricavare e generalizzare gli insegnamenti delle lotte di difesa, imparare e generalizzare le leggi secondo cui si svolgono. Una vittoria su grande scala e duratura della difesa è impossibile stante la crisi, ma in ogni caso singolo è possibile vincere, impedire, ritardare o ridurre l’attacco della borghesia imperialista. In ogni lotta di difesa il partito deve favorire l’organizzazione delle masse, riconoscere la sinistra, rafforzarla e organizzarla perché impari a conquistare il centro e a isolare la destra.

Tutto questo è strettamente legato alla lotta per il potere. Solo la lotta per il potere può dare continuità, portare all'espansione e assicurare il successo a questa lotta delle masse popolari per la difesa delle proprie conquiste e per la sopravvivenza, per porre fine alla condizione di esubero in cui la borghesia imperialista relega una parte crescente delle masse, per sviluppare le proprie energie e soddisfare i propri bisogni.

In ogni lotta di difesa il partito deve raccogliere le forze per l’attacco. Se non si sviluppa l’attacco, è impossibile sviluppare la difesa su grande scala e migliorare le possibilità di vittoria. La mancanza dell’attacco frena le masse anche nella difesa.

Raccogliere le forze per l’attacco vuol dire comprendere e far emergere le ragioni delle vittorie e delle sconfitte, generalizzare i metodi che portano alla vittoria e combattere quelli che portano alla sconfitta, elevare con ogni mezzo la combattività delle masse e la loro fiducia in se stesse, guidare la parte più combattiva a realizzare una maggiore mobilitazione del resto, reclutare alle organizzazioni di massa e al partito, rafforzare l’organizzazione del partito, promuovere l’aggregazione e l’organizzazione delle masse, riunirle in un fronte diretto dal partito e impiegare le forze disponibili nei compiti tattici dell’attacco, onde fare esperienza e sviluppare una linea vincente di raccolta e di accumulazione delle forze rivoluzionarie.

Tutti quelli che sono disposti a lottare contro l’attuale regime, devono trovare nel partito comunista la direzione più sicura e più lungimirante, quali che siano le ragioni dichiarate della loro lotta. La classe operaia deve diventare il centro della mobilitazione delle masse, la guida della loro resistenza al procedere della crisi generale del capitalismo.

Il nuovo partito comunista riprende in mano la tesi enunciata dal primo partito comunista nel suo Congresso di Lione (gennaio 1926): l’Italia è un paese imperialista e non esiste possibilità di una rivoluzione che non sia la rivoluzione socialista. Non c’è altra via di avanzamento per la classe operaia, per il proletariato, per le masse popolari, che non sia la rivoluzione socialista.

I revisionisti moderni di Togliatti e Berlinguer avevano dichiarato che la rivoluzione socialista non era più necessaria alla classe operaia e alle masse popolari del nostro paese, che le masse popolari del nostro paese potevano risolvere i loro principali problemi strappando riforme su riforme fino a creare una società socialista, che il sistema capitalista non portava più a crisi e a guerre. La realtà ha mostrato che le loro tesi non stanno in piedi, che servivano solo a disgregare e corrompere il vecchio partito e portarlo allo sfacelo.

Le conquiste che le masse popolari hanno strappato col sudore e col sangue nel periodo 1945-1975 e che i revisionisti avevano assicurato che sarebbero continuate fino a creare una società socialista, vengono eliminate sotto i nostri occhi; si moltiplicano i crimini della borghesia imperialista contro le masse popolari del nostro paese, contro i lavoratori immigrati, contro i paesi semicoloniali e socialisti: dalla Somalia all'Albania. Solo l'eliminazione della borghesia imperialista permetterà alle masse popolari di dedicare le proprie energie a soddisfare i propri bisogni e a risolvere i problemi della propria vita. Solo la classe operaia può eliminare la borghesia imperialista dal potere e prendere la direzione delle masse popolari e dell’intera società e condurle a realizzare i loro obiettivi.

La linea generale del nuovo partito comunista italiano è quindi

Unirsi strettamente e senza riserve alla resistenza che le masse oppongono ed opporranno al procedere della crisi generale del capitalismo, comprendere ed applicare le leggi secondo cui questa resistenza si sviluppa, appoggiarla, promuoverla, organizzarla e far prevalere in essa la direzione della classe operaia fino a trasformarla in lotta per il socialismo, adottando come metodo principale di lavoro e di direzione la linea di massa.

Il compito principale e di lungo periodo del nuovo partito è di trovare dall’analisi concreta dei rapporti economici, politici e culturali del nostro paese e dei suoi legami internazionali la via per la raccolta  e l’accumulazione delle forze rivoluzionarie. La pratica della linea generale del partito, l’analisi delle esperienze condotta partendo dalla concezione materialista dialettica del mondo e col metodo del materialismo dialettico (marxismo-leninismo-maoismo) permetteranno al partito di scoprire la via per raccogliere e accumulare le forze rivoluzionarie fino a che il rapporto di forza tra borghesia imperialista e classe operaia sarà rovesciato e la classe operaia potrà prendere il potere (via alla rivoluzione socialista nel nostro paese).

 

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3.2. Analisi di classe della società italiana        [successivo]

 

In campo economico la crisi generale in corso divide e sempre più dividerà la popolazione in due campi nettamente distinti e contrapposti:

- da una parte quelli che riescono a vivere solo se riescono a lavorare: questi costituiscono il campo delle masse popolari;

- dall’altra il campo della borghesia imperialista costituito da quelli che godono di tutti i vantaggi senza lavorare o che, se lavorano, non lo fanno per vivere, ma per aumentare la loro ricchezza.

Il lavoro condotto dal partito per raccogliere ed accumulare le forze rivoluzionarie mira a far coincidere il più possibile la contrapposizione in campo politico con la contrapposizione creata dalla crisi generale in campo economico. Più lo scontro politico diverge dallo scontro economico, maggiormente “la politica è sporca”, perché maggiore è il ruolo che hanno nella vita politica l’imbroglio, la corruzione, l’intimidazione, il ricatto, l’abbrutimento, la fatica, l’ignoranza, l’abitudinarismo, l’inerzia, l’isolamento, il clientelismo, la dipendenza personale e il pregiudizio. Quanto più esattamente lo scontro politico è il riflesso dello scontro economico, tanto più la lotta politica corrisponde alla lotta tra interessi veramente contrapposti e che il procedere della crisi generale rende antagonisti, tanto più avrà fine la "disaffezione delle masse dalla politica" e tanto più generosamente le masse popolari getteranno le proprie energie nella lotta politica.

La classe operaia offre a tutti quelli che appartengono al campo delle masse popolari una soluzione di vita e di lavoro, l’unica per alcuni e la migliore per altri, adeguata alle condizioni concrete della società moderna, corrispondente alle possibilità create dalle attuali forze produttive quando sono pienamente impiegate per il benessere materiale e spirituale di tutti e nell’ambito di un sistema sociale in cui “il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti”.

Qual è la consistenza dei due campi e quali i rapporti all'interno di ognuno di essi?

 

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3.2.1. Borghesia imperialista        [successivo]

Il capitale finanziario unifica in qualche misura tutti i ricchi, anche se non fino al punto che ai fini della lotta il partito non debba distinguere tra essi strati e categorie: imprenditori, dirigenti d'azienda, finanzieri, redditieri (gente che vive di rendite), grandi funzionari, ecc.

Ogni alto funzionario e dirigente della amministrazione pubblica o delle aziende private, ogni grande professionista, ogni artista di successo, ogni ufficiale di livello elevato, ogni amministratore di patrimoni o di enti di una certa grandezza, ogni prelato di alto rango, ogni uomo politico di successo, se non possiede già un patrimonio personale per eredità o stato sociale, in breve tempo lo accumula ed entra a far parte o della categoria dei redditieri o della categoria dei capitalisti e dei finanzieri dei vari settori dell’economia capitalista (società finanziarie, banche, assicurazioni, industria, commercio, agricoltura, servizi, ecc.).

Senza commettere grandi errori possiamo ritenere che appartiene a questo campo ogni individuo proprietario di un patrimonio fruttifero non inferiore a 2 miliardi, su cui quindi percepisce o può percepire 100 milioni di reddito annuo netto o che svolge mansioni e attività cui sono legati a qualsiasi titolo redditi annui netti non inferiori a 100 milioni o che a tale reddito arriva combinando reddito da lavoro e reddito da capitale.

Il nostro paese è un paese imperialista, per di più centro del gruppo imperialista del Vaticano e della Chiesa cattolica con le sue congregazioni e i suoi ordini. Un po’ più del 10% della popolazione appartiene a questo campo comprendendo anche i familiari dei titolari del patrimonio o dell’attività, quindi circa 6 milioni di persone.

Questo è il campo dei nemici della rivoluzione socialista per condizioni oggettive. Ovviamente si possono avere casi di individui che "tradiscono" la propria classe e passano dalla parte delle masse popolari.

 

3.2.2. Masse popolari

Nei paesi imperialisti ogni patrimonio, azienda e attività può essere trasformato in un patrimonio finanziario fruttifero di rendita. Quindi le masse popolari comprendono l'intera popolazione meno la borghesia imperialista. Le masse popolari sono quella parte della popolazione che per vivere deve lavorare, che quindi vive, almeno in parte, grazie al proprio lavoro e non può vivere solo grazie allo sfruttamento del lavoro altrui. Le masse popolari sono il campo più vasto a cui la classe operaia può aspirare a estendere la sua direzione man mano che la crisi generale procederà, benché comprenda anche classi attualmente nemiche della classe operaia.

Comprendendo anche i pensionati, gli invalidi e i familiari, complessivamente in Italia le masse popolari ammontano a 51 milioni di persone.

 

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3.2.2.1. Proletariato         [successivo]

Lavoratori il cui reddito proviene almeno per la parte principale dalla vendita della propria forza-lavoro. In Italia ammontano a circa 15 milioni. Con i familiari e i pensionati fanno 36 milioni.

1. Classe operaia

I lavoratori assunti dai capitalisti per valorizzare il loro capitale producendo merci (beni o servizi).

Occorre che chi li assume sia un capitalista (industriale, agricolo, dei servizi, banchiere, finanziere, ecc.) e che lo assuma non perché presti servizi personali né in fondazioni, enti “senza fine di lucro”, ma in un’azienda il cui scopo principale è la valorizzazione del capitale.

Tra gli operai esistono divisioni oggettive politicamente importanti, come lavoratore semplice e lavoratore qualificato, operaio e impiegato, il possesso di redditi non da lavoro, le dimensioni dell’azienda, il settore cui l’azienda appartiene, operai di città e operai di località di campagna, sesso, nazionalità, ecc. Non sono operai neppure quei dipendenti di aziende capitaliste il cui lavoro è, almeno per una parte rilevante, lavoro di direzione, organizzazione, progettazione e controllo del lavoro altrui per conto del capitalista (per dare un indice rozzo ed approssimativo, ma semplice, possiamo ritenere appartengano a questa categoria tutti i dipendenti che ricevono un salario o stipendio annuo netto superiore a 50 milioni).

Gli operai così indicati in Italia sono circa 7 milioni (di cui quasi 1 milione lavorano in grandi aziende, con più di 500 dipendenti). Comprendendo i familiari e i pensionati fanno 17 milioni.

Questa è la classe operaia che dirigerà la rivoluzione socialista. Il partito comunista è il suo partito.

2. Altre classi proletarie

Gli appartenenti alle classi sotto indicate sono gli alleati più vicini e più stretti della classe operaia e viceversa. Molti lavoratori nel corso della loro vita passano da una di queste classi alla classe operaia. Ciò rafforza ulteriormente i legami di queste classi con la classe operaia (e porta nella classe operaia pregi e difetti di queste classi).

In Italia ammontano a circa 8 milioni. Con i familiari e i pensionati fanno 19 milioni. Si dividono nelle seguenti tre classi:

- i dipendenti (esclusi i dirigenti) della amministrazione pubblica centrale e locale e degli enti parastatali;

- i lavoratori impiegati in aziende non capitaliste (aziende familiari, artigiane e altre aziende che i proprietari creano e gestiscono non per valorizzare un capitale, ma per ricavare un reddito);

- i lavoratori addetti ai servizi personali (camerieri, autisti, giardinieri, ecc.).

 

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3.2.2.2.Classi popolari non proletarie         [successivo]

La crisi generale pone e sempre più porrà queste classi nell'alternativa: accettare la direzione della classe operaia o confluire nella mobilitazione reazionaria? Sono classi piuttosto diverse tra loro ed eterogenee al loro interno, con legami con il proletariato e legami con la borghesia imperialista. Quale sarà il loro atteggiamento pratico nello scontro futuro, sarà deciso principalmente dalla lotta politica tra classe operaia e borghesia imperialista. Sono classi che tendono a seguire il più forte. Di sicuro per ora c'è che non potranno nel futuro continuare a vivere come nel passato.

In Italia ammontano a circa 6 milioni. Con i familiari e i pensionati fanno 15 milioni. Comprendono le seguenti sette classi:

- lavoratori autonomi che ordinariamente non impiegano lavoro altrui;

- proprietari di aziende individuali o familiari il cui reddito proviene in parte rilevante dal proprio lavoro e solo in misura minore dallo sfruttamento di lavoro altrui;

- piccoli professionisti, soci di cooperative di produzione e affini;

- lavoratori dipendenti che nelle aziende svolgono il lavoro di quadri di livello inferiore e quindi in parte partecipano ai ruoli propri del capitalista (indice grossolano: reddito annuo netto compreso tra 50 e 100 milioni);

- risparmiatori e piccoli proprietari (con redditi non da lavoro inferiore a 50 milioni netti annui);

- persone che tra redditi da lavoro e redditi da capitale incassano tra 50 e 100 milioni netti all’anno;

- persone che “sbarcano il lunario in qualche modo” (sottoproletari, extralegali, prostitute, ecc.).

 

3.2.3. Conclusioni all'analisi di classe         [successivo]

Questa analisi di classe è approssimativa non solo nelle cifre (le statistiche statali non permettono di fare molto di più), ma anche nelle categorie. Il lavoro di inchiesta del partito permetterà di verificare, raffinare, correggere questa analisi.

Tra i propri criteri di lavoro il partito annovera anche quello di definire costantemente e in ogni caso, nel modo migliore possibile, la classe di origine di ogni suo membro e la classe a cui appartiene ogni membro di organizzazione di massa, ogni collaboratore, i gruppi in cui svolge il suo lavoro. Questa pratica aiuterà sia a condurre meglio il lavoro specifico, sia a completare e migliorare l’analisi di classe su cui si basa tutto il lavoro del partito e a comprendere meglio il legame tra la condizione oggettiva di classe e lo schieramento politico e le leggi secondo cui la prima si trasforma nel secondo.

 

 

 

Capitolo IV

 

Programma per la fase socialista

 

La classe operaia nel corso della lotta contro la borghesia imperialista per il potere prenderà tutte le misure possibili per promuovere la massima mobilitazione anticapitalista e la massima organizzazione delle masse popolari nell’ambito del fronte anticapitalista, tutte le misure che promuovono il massimo dispiegamento dell’energia delle masse popolari nella lotta per risolvere i problemi correnti della loro vita e per eliminare il dominio della borghesia imperialista, tutte le misure che permettono una maggiore educazione delle masse, attraverso l'esperienza, a risolvere da se stesse i loro problemi e a governarsi.

Una volta preso il potere la classe operaia userà il potere conquistato per procedere alle trasformazioni che permetteranno il dispiegamento più pieno possibile dell’iniziativa delle masse popolari e per orientarla a trasformare i rapporti di produzione, il resto dei rapporti sociali e le concezioni derivate dai vecchi rapporti. Il modo più rapido, più efficace, meno doloroso in cui le grandi masse possono imparare a governarsi e a governare l’intero paese è incominciare a governare. La classe operaia e il suo partito comunista devono sostenere e promuovere la loro mobilitazione, organizzarle e dirigerle verso questo obiettivo.

Per quanto difficile sia l’apprendistato delle masse e per quanti errori possano commettere, non c’è altro modo in cui possono prendere in mano il loro destino le masse che la dominazione borghese ha mantenuto lontane dagli “affari seri”, dagli “affari delicati” che decidono della loro vita, le masse che la borghesia ha cercato in ogni modo di abbrutire e corrompere. Né la classe operaia può contare su altro per procedere nella propria emancipazione e porre fine ad ogni sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alla divisione in classi di sfruttatori e di sfruttati e alla esistenza dello Stato. La storia dei paesi socialisti ha dimostrato che le masse organizzate e dirette dalla classe operaia imparano velocemente e gestiscono i loro affari meglio di qualsiasi congrega di funzionari borghesi.

Ecco le principali misure per cui il partito si batte perché siano realizzate immediatamente a partire da quando la classe operaia prenderà il potere. Esse non sono aspirazioni arbitrarie o casuali, sono trasformazioni obiettivamente necessarie e tendenza positiva della società attuale, mezzi per avviare a soluzione le sue attuali laceranti contraddizioni.

 

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4.1. La dittatura del proletariato         [successivo]

 

1. Ad ogni livello (centrale, regionale, provinciale, comunale, di zona, di unità produttiva, di azienda, di scuola, di istituzione, ecc.) tutto il potere (legislativo, esecutivo, giudiziario, economico, militare, di polizia, cultura, istruzione, ecc.) appartiene a un unico Consiglio (assemblea, camera) composto di delegati eletti e revocabili in qualsiasi momento e senza eccezione dai propri elettori. Ogni consiglio nominerà e revocherà i propri organi di lavoro.

 

2. Collegi elettorali sono le unità lavorative, le aziende, le scuole, le istituzioni, ecc., insomma le unità lavorative. Dove queste sono troppo piccole per esprimere un delegato, sono raggruppate su base territoriale. Hanno diritto di voto tutti quelli che svolgono un lavoro socialmente utile, riconosciuto come tale dalla collettività, indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla nazionalità, dalla religione, dalla lingua, ecc.

 

3. Autogoverno ad ogni livello (centrale, regionale, provinciale, comunale, di zona, di unità produttiva, di azienda, di scuola, di istituzione, ecc.). Eliminazione di ogni autorità locale nominata dall’alto.

 

4. Organizzazione generale delle masse e assolvimento diretto da parte delle organizzazioni di massa dei compiti di organizzare e gestire aspetti crescenti della vita locale: economia, cultura, sanità, educazione, amministrazione della giustizia, ordine pubblico, difesa del territorio, lotta alla controrivoluzione, milizia territoriale, politica, amministrazione della giustizia, ecc.

 

5. Elezione e revocabilità a ogni livello dei giudici, dei funzionari dell’amministrazione pubblica, delle forze armate e della polizia, dei dirigenti, degli insegnanti e di ogni persona incaricata di svolgere mansioni pubbliche.

 

6. Le funzioni di polizia e di forze armate sono svolte da tutta la popolazione che gode di diritti politici. Corpi speciali e professionali saranno costituiti solo per combattere la reazione e la controrivoluzione e per difendersi da aggressioni. Esse operano in appoggio alle masse e rendono conto alle masse del loro operato.

 

7. Chiunque è delegato a svolgere una funzione pubblica, è retribuito per essa. Lo stipendio dei delegati di ogni ordine e grado come quello dei pubblici funzionari non supera quello di un operaio di livello superiore. Tutte le attribuzioni di locali, mezzi di trasporto e altro connesso con l’esercizio della funzione dei delegati sono pubbliche e connesse alla funzione e non possono diventare in alcun modo loro proprietà personale. I delegati non godono di alcuna immunità: ogni cittadino può porli sotto accusa di fronte ai loro elettori o al Consiglio che li ha delegati.

 

8. Scioglimento di ogni organo dell’attuale Stato, della sua amministrazione pubblica ad ogni livello (governo, consigli locali, giunte, strutture scolastiche, sanitarie, previdenziali, assistenziali, ecc.), delle sue forze armate, dei suoi corpi di polizia di ogni genere, delle associazioni d’arma, degli ordini cavallereschi e delle congregazioni, delle associazioni dell’attuale classe dominante, delle sue associazioni professionali e di ogni sua forma di aggregazione.

Abolizione dei titoli nobiliari e degli appannaggi, delle immunità e dei privilegi connessi ad essi. Abolizione di tutti le istituzioni e i privilegi feudali sopravvissuti (Vaticano, chiese, mense vescovili, enti di beneficenza, massonerie, ordini, ecc.). Annullamento del Concordato e dei patti con cui per conto della borghesia imperialista il fascismo ha costituito il Vaticano e che il regime DC ha rinnovato.

Alle persone che lavorano negli organismi sciolti è assicurato il necessario per vivere ed esse sono impiegate in lavori confacenti con le loro attitudini e con i bisogni della società.

 

9. Revoca di ogni diritto politico e civile per tutti i membri della vecchia classe dominante. Repressione di ogni tentativo della borghesia di restaurare il suo potere e i suoi privilegi, di usare la sua autorità morale e dei suoi mezzi per influenzare le masse e la vita sociale.

 

10. Separazione assoluta dello Stato e della pubblica amministrazione dalle chiese. Parità di diritti per tutti i culti. Libertà di professare ogni culto e religione. Libertà di non professarne alcuno e di propagandare l’ateismo.

 

11. Eliminazione di tutte la basi straniere e della presenza di forze armate e di corpi polizieschi e spionistici stranieri. Annullamento di tutti i trattati stipulati dal vecchio regime, ivi compresi quelli che creano il nuovo "spazio vitale" dei gruppi imperialisti tedeschi (UE, MUE, ecc.). Espulsione di tutti i rappresentanti ufficiali e degli esponenti a qualsiasi titolo di Stati esteri che non si attengono alle disposizioni delle nuove autorità, che cercano in qualsiasi modo di influenzare le masse e la vita sociale o la cui presenza non è più necessaria. Divieto a ogni cittadino italiano di intrattenere rapporti con Stati o pubbliche amministrazioni straniere senza rendere pubblico il rapporto.

Collaborazione con i movimenti rivoluzionari e progressisti di tutto il mondo.

 

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4.2. Struttura della società         [successivo]

 

1. Distruzione della rete dei rapporti finanziari che, combinando i risparmi di milioni di persone con il capitale finanziario della borghesia imperialista, soffoca le attività economiche pratiche. Annullamento dei mutui, delle ipoteche e dei debiti verso le banche, lo Stato e la borghesia imperialista. Annullamento degli interessi sui debiti contratti tra membri delle masse popolari. Annullamento dei debiti e crediti esteri. Annullamento delle proprietà finanziarie della borghesia imperialista. Trasformazione dei patrimoni finanziari della media borghesia e dei lavoratori in risparmi non fruttiferi di interessi che i titolari possono usare come reddito aggiuntivo o differito, a potere d’acquisto costante. Protezione dei risparmi dei lavoratori, delle pensioni e di ogni altro mezzo di sussistenza e di garanzia costituito dai lavoratori.

Cambio della moneta e affidamento della sua emissione e gestione ad una unica banca. Riduzione del danaro a mezzo di scambio e misura del consumo individuale. Nazionalizzazione di tutto il patrimonio artistico, delle ricchezze immobili e mobili, della terra, del sottosuolo e delle acque.

 

2. Eliminazione senza indennizzo della proprietà dei grandi capitalisti nell'industria, nell'agricoltura, nel commercio, nei trasporti, nella ricerca, ecc. ecc. Costituzione in ogni unità produttiva espropriata di una direzione che combini l'iniziativa dei lavoratori dell'unità con la direzione generale della classe operaia nel paese, il particolare col generale. Gestione delle aziende secondo un piano nazionale e piani locali che assegnino compiti e risorse e definiscano la destinazione dei prodotti.

 

3. Protezione della proprietà individuale dei lavoratori autonomi, sostegno all’applicazione delle tecnologie più avanzate, più sicure, più igieniche, meno inquinanti e più produttive. Commesse e forniture pianificate alle aziende individuali e assicurazione degli sbocchi.

Trasformazione graduale e volontaria delle imprese economiche familiari e individuali e delle altre a carattere ancora scarsamente collettivo in imprese cooperative.

 

4. Pianificazione nazionale dell'impiego delle risorse, della cura e formazione delle risorse naturali, della produzione di ogni unità produttiva, della distribuzione dei prodotti e degli scambi con l'estero. Scambi economici con tutti i paesi sulla base del reciproco interesse e del rispetto dell'indipendenza nazionale.

Mobilitazione delle masse contro l’inquinamento ambientale, lo spreco energetico e lo spreco delle risorse materiali e per migliorare la qualità igienica e funzionale dei prodotti.

 

5. Ogni persona deve svolgere un lavoro socialmente utile, salvo quelle riconosciute inabili al lavoro per età, malattia o invalidità. Il lavoro domestico deve essere trattato come un lavoro socialmente utile e reso il più possibile collettivo (mense, lavanderie, riparazioni domestiche, ecc.) onde combattere l’isolamento e l’emarginazione delle donne.

Ogni persona riceve a titolo individuale un reddito, secondo misure definite in proporzione alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, valutate dai collettivi di lavoro e dalle conferenze dei lavoratori a livello locale, regionale e nazionale. Alle persone che per motivi validi non svolgono un lavoro socialmente utile (bambini, studenti, anziani, invalidi, ecc.) è attribuito un reddito che deve costituire la base materiale per l'emancipazione delle donne dagli uomini, dei bambini e dei giovani dai genitori, ecc.

Su questa base sarà semplice l’eliminazione, ad opera della popolazione stessa, di ogni attività criminale, speculazione, corruzione, complotto, ecc.

 

6. Limitazione della giornata lavorativa obbligatoria, attuando l’obbligo generale al lavoro. Oggi più della metà della capacità lavorativa della popolazione è sprecata: inutilizzata, utilizzata in attività socialmente non utili o sottoutilizzata.

Interdizione del lavoro straordinario e del lavoro notturno salvo nei casi in cui è tecnicamente indispensabile. Limitazione del numero di anni in cui una persona può essere impiegata in lavori nocivi. Rotazione nei lavori nocivi, faticosi e penosi. Interdizione di rapporti di lavoro non pubblicamente dichiarati.

Valorizzazione in ogni campo del lavoro volontario, sviluppando su grande scala quanto le masse hanno già iniziato a fare nella società borghese. Distinzione del lavoro volontario dal lavoro obbligatorio a cui tutti devono dare il loro contributo.

Tendere man mano che la situazione concreta lo permette e la produzione cresce alla distribuzione “a ognuno secondo il suo bisogno”.

Tendere a trasformare tutte le attività in lavoro volontario, libera espressione della creatività e dell'energia fisica e spirituale di ogni individuo nell'ambito dell'organizzazione sociale. Conseguente riduzione del lavoro obbligatorio, fino all'eliminazione.

 

7. Interdizione dell’impiego delle donne in condizioni dannose per l’organismo femminile. Congedo retribuito per maternità e cura dei bambini. Istituzione in ogni azienda, complesso di aziende e complesso edilizio di asili nido, scuole materne e quanto necessario alla vita e alla socialità dei bambini e degli adulti.

 

8. Il mantenimento, la cura e l’istruzione dei bambini non deve gravare economicamente sulle singole famiglie. Ad ogni bambino la società assegna un reddito. I genitori devono essere assistiti nel periodo in cui i bambini non sono autosufficienti.

9. Assicurazione a carico della società per tutti i casi di inabilità temporanea o permanente al lavoro.

 

10. Istituzione di ispettori del lavoro eletti e revocabili dai lavoratori, con l'autorità di disporre gli interventi e le misure necessarie per l’igiene e la sicurezza del lavoro e per la prevenzione dell’inquinamento.

 

11. Creazioni di uffici di collocamento incaricati di distribuire la manodopera razionalmente in tutti i lavori necessari e di assicurare il pieno impiego di tutta la popolazione. La capacità lavorativa è la risorsa più preziosa e deve essere costantemente migliorata e valorizzata. Nell’ambito dei programmi scolastici deve essere prevista la partecipazione alla produzione e gli anziani devono poter dare volontariamente tutto il contributo che le loro forze consentono.

 

12. Misure che facilitino la formazione professionale dei lavoratori e la collaborazione nelle aziende con l’obiettivo di ridurre la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, lavoro esecutivo e lavoro direttivo, organizzativo, progettuale, di controllo. Conferenze dei collettivi di lavoro. Scambi di esperienze con collettivi di altre aziende.

 

13. Misure che facilitino la combinazione tra città e campagne, scambi, soggiorni, ecc. Industrializzazione e urbanizzazione delle campagne, diffusione delle città nelle campagne, onde rompere l’isolamento e lo spopolamento delle campagne e il sovraffollamento delle aree urbane.

 

14. Misure che assicurino la vita dignitosa degli anziani, la possibilità di mettere la loro esperienza al servizio della società nelle forme e nella misura consentita dalle loro forze. Promuovere l’utilizzo di quanto possono dare in modo che siano e si sentano utili e godano del prestigio e dell’affetto che loro spetta.

 

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4.3. Sovrastruttura della società         [successivo]

 

1. La maternità e la cura dei bambini sarà considerata come attività socialmente utile, non come questione privata. Educazione universale alla maternità, alla paternità e alla cura fisica, morale e intellettuale delle nuove generazioni come compito e dovere dell'intera società. Protezione materiale e morale delle donne incinte, del parto e del periodo immediatamente successivo affinché la gravidanza, il parto, la cura del bambino e il recupero fisico e morale della propria persona siano condotti nelle condizioni migliori.

 

2. La cura, l’educazione e la formazione fisica, morale e intellettuale dei bambini e dei ragazzi sono un compito della società. Associazioni di familiari, unità di lavoro, pubblica amministrazione e organizzazioni di massa se ne devono occupare attivamente. Sviluppare il più possibile il rapporto tra le generazioni, rompere la dipendenza personale sul piano materiale e psicologico dei ragazzi e dei giovani dalla singola famiglia.

 

3. Adottare misure per promuovere la partecipazione delle giovani generazioni a tutte le funzioni sociali a cui possono partecipare, nella misura delle loro forze e allo scopo principale della formazione, non della produzione. Favorire in ogni modo esperienze, conoscenze e relazioni formative.

 

4. Istruzione generale politecnica (per la conoscenza teorica e pratica delle principali branche della produzione, dell’attività sociale e delle attività culturali) gratuita e obbligatoria per tutti fino a 16 anni. Stretto collegamento dell’istruzione con il lavoro sociale produttivo. Favorire con misure appropriate l'istruzione ad ogni livello e in ogni età.

Passaggio dell’istruzione pubblica agli organi dell’autogoverno locale, soppressione di ogni intervento del potere centrale nell’elaborazione dei programmi scolastici e nella scelta del personale insegnante. Elezione degli insegnanti da parte della popolazione locale e revocabilità, da parte della popolazione, degli insegnanti indesiderabili. Distribuzione del vitto, dell’alloggio e degli oggetti scolastici agli scolari e agli studenti da parte dell'amministrazione pubblica.

 

5. Educazione sessuale universale e cura della salute e della felicità sessuale di ogni individuo come dovere della società. Mobilitazione delle masse per lottare contro lo sfruttamento e la violenza sulle donne e sui bambini, contro l’asservimento e la sottomissione delle donne agli uomini.

 

6. Servizio sanitario nazionale. Ogni cittadino ha diritto alle cure e all’assistenza sanitaria migliore che la scienza può mettere a disposizione. Recupero pubblico e valorizzazione di tutte le pratiche antiche e moderne, italiane ed estere che dimostrano di essere valide per migliorare la salute e il benessere. Istruzione sanitaria universale e lotta contro la proprietà privata della medicina da parte dei medici. Mobilitazione delle masse per migliorare le condizioni fisiche e mentali.

 

7. Riorganizzazione generale dei servizi (scuola, sanità, cultura, ricreativi, mense, ecc. ecc.) mettendoli al servizio della promozione del benessere delle classi oppresse dell'attuale società. Mobilitazione delle masse per gestire direttamente i servizi ai vari livelli, riducendo al minimo indispensabile la direzione centrale. Lotta per trasformare lo sport, la cultura e le attività creative e ricreative da attività professionali in attività liberamente praticate dalle masse.

 

8. Le reti di servizio (telefono, poste, radio, internet, ferrovie, servizi urbani, autostrade, strade, servizi sanitari, scuole, musei, ecc. ecc.) devono essere in linea di massima fruibili liberamente in modo che contribuiscano nella misura maggiore possibile al benessere, al riposo, al divertimento, alla crescita culturale e allo sviluppo delle relazioni sociali. Limitazioni sono accettabili solo se indispensabili perché nessuno ne sia escluso.

 

9. Nazionalizzazione del patrimonio edilizio urbano e libero possesso dell'abitazione da parte di ogni famiglia o nucleo autonomo, protezione della proprietà dei lavoratori sulla propria abitazione. Mobilitazione delle masse per la manutenzione e il miglioramento igienico delle abitazioni. Istruzione di massa sull’uso in sicurezza delle reti domestiche (luce, gas, ecc.). Allacciamento di tutte le abitazioni alle reti dei servizi. Libera disponibilità dello spazio e del patrimonio edilizio per attività sociali a livello delle comunità locali.

 

10. Assoluta libertà di lingua e di cultura per le minoranze nazionali e linguistiche. Misure per sviluppare la cultura tradizionale e assicurare la vita delle minoranze in ogni campo.

 

11. Sviluppo di una cultura che aiuti le masse popolari a capire i propri problemi materiali e spirituali e a trovare soluzioni appropriate. Libertà di religione, di pensiero e di propaganda. Ogni gruppo organizzato avrà diritto di usare i mezzi materiali necessari alla propria vita spirituale (stampa, radio, TV, reti informatiche, locali, altro materiale).

Tutto il patrimonio conoscitivo e scientifico della società deve essere impiegato al servizio delle masse, per migliorare le condizioni materiali, morali e culturali di ogni individuo. Abolizione della proprietà delle scoperte e delle opere artistiche, dei diritti d’autore, dei brevetti, ecc.

Mobilitazione degli intellettuali perché usino il patrimonio sociale di cui sono depositari per aiutare le masse a comprendere meglio se stesse, le proprie condizioni materiali, i propri sentimenti, i propri stati d’animo, le proprie relazioni e a dirigerle nel modo migliore.

 

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Capitolo V

 

Le principali obiezioni al nostro Manifesto Programma

 

A questo Manifesto Programma verranno sicuramente mosse molte obiezioni.

Vediamo le principali.

 

1. A quelli che hanno sfiducia nel fatto che le masse si incanaleranno nuovamente dietro la bandiera del comunismo e sotto la direzione del partito comunista,

noi rispondiamo che è sbagliato pensare il futuro come eguale al presente. È ciò che nel presente è solo in germe che sarà grande domani. Ciò che oggi è solo possibile, sarà la realtà di domani. La borghesia imperialista non offre alle masse popolari alcuna prospettiva di progresso, non offre alle masse popolari nemmeno la possibilità di continuare a vivere nelle condizioni attuali. La borghesia stessa deve sovvertire e sta sovvertendo l'ordine esistente, costringendo le masse a mobilitarsi per trovare soluzioni nuove per la propria vita. È questo, e non le prediche e le idee, che portano e porteranno le masse a uscire dai modi di vita diventati abituali e a fare cose che per anni non hanno fatto (nel male lo confermano anche gli episodi più ripugnanti della cronaca corrente).

La tendenza propria del capitalismo (contrariamente a quello che dicono gli esponenti della cultura borghese di sinistra, i keynesiani, gli operaisti, ecc.) non è a concedere reddito per "allargare il mercato", a portare nel mondo aiuti,  "diritti umani" e democrazia, ma è a dividere e contrapporre le masse, ad aumentare la miseria, l'oppressione, lo sfruttamento, l'abbrutimento e l'asservimento. La borghesia lo ha dimostrato anche negli anni di ripresa e sviluppo (1945-1975) nei paesi dove non sentiva sul collo il fiato del movimento comunista e lo dimostra ora "dappertutto": dovunque questa tendenza non è ostacolata dalla lotta delle masse popolari, che solo la classe operaia col suo partito può sviluppare su larga scala e dirigere con successo.

Nel corso della crisi generale e in assenza di un forte movimento rivoluzionario questa tendenza della borghesia si realizza su larga scala e in misura particolarmente profonda, odiosa e repellente. Quindi diventa un fattore della mobilitazione (rivoluzionaria o reazionaria) delle ampie masse popolari.

 

2. Alle Forze Soggettive della Rivoluzione Socialista e ai lavoratori avanzati che l'indifferenza delle masse ai loro appelli rende timidi, instabili, a volte preda dello sconforto e della delusione e tentati dall'abbandono,

noi rispondiamo che sono i loro errori di concezione e di metodo, che è la loro deviazione dalla concezione e dal metodo che l'esperienza del movimento comunista indica come giusti, necessari ed efficaci, che sono i loro limiti che rendono vani i loro appelli, che rendono le masse sorde ai loro appelli. A volte le masse sono respinte dall’opportunismo di alcune “avanguardie” che rifiutano di assumere esse stesse per prime il ruolo e la responsabilità conseguenti ai loro appelli e di cui le masse hanno bisogno per dispiegare il loro attivismo; sono respinte dall’opportunismo che porta alcune “avanguardie” a chiedere alle masse di svolgere ruoli che le masse oggi non possono direttamente svolgere. A questa schiera appartengono oggi quelli che vorrebbero che le masse conducessero lotte rivendicative su larga scala senza partito comunista, quelli che vorrebbero il "riconoscimento delle masse" per il loro partito prima ancora di averlo costituito e che esso abbia dimostrato alle masse di meritare la loro fiducia, quelli che propagandano tra le masse la necessità della ricostruzione del partito senza impegnarsi direttamente nella ricostruzione.

 

3. Agli scettici e ai contrari all'esistenza del partito comunista,

noi rispondiamo, usando l’esperienza dei 150 anni del movimento comunista, che sia le vittorie sia le sconfitte della classe operaia dimostrano che il partito comunista è indispensabile. La classe operaia non ha mai conquistato il potere dove non aveva un partito costruito espressamente per questo obiettivo. Lo ha conquistato solo dove aveva un tale partito. La demolizione dei paesi socialisti e del campo socialista è incominciata quando la destra ha preso la direzione dei partiti comunisti.

D'altra parte la vittoria delle deviazioni nel partito non è inevitabile. Il movimento comunista sta imparando a lottare efficacemente contro le deviazioni nel partito, ha già accumulato un'esperienza nel campo della prevenzione e della lotta contro le deviazioni nel partito: la comprensione del riflesso inevitabile della lotta tra le due classi nel partito comunista, la lotta tra le due linee nel partito, la tendenza oggettiva delle masse popolari al comunismo, la linea di massa. Questi sono gli apporti del maoismo alla teoria del partito.

 

4. Agli scettici e a quelli che danno una valutazione negativa circa l'esperienza della costruzione del socialismo (transizione dal capitalismo al comunismo) condotta nei paesi socialisti,

noi mostriamo il grande risultato raggiunto dal movimento comunista durante la prima ondata della rivoluzione proletaria (la prima crisi generale del capitalismo): un campo socialista che andava dall'Europa (Elba-Adriatico) fino al Pacifico meridionale con un terzo della popolazione mondiale di allora. Indichiamo le grandi conquiste economiche, politiche, culturali realizzate in poco tempo in questi paesi dalle masse popolari tra le più oppresse e arretrate del pianeta. Le masse, anche le più arretrate, una volta liberate dall'oppressione della borghesia e delle altre classi sfruttatrici, imparano rapidamente sulla base della propria esperienza a regolare pacificamente e in modo progredito i rapporti tra loro e trovano soluzioni progressive per le contraddizioni interne al popolo. Già Marx  faceva notare che l'uomo si forma ogni conoscenza, ogni percezione, ecc. dal mondo sensibile e dall'esperienza nel mondo sensibile; quindi ciò che importa è ordinare il mondo empirico in modo che l'uomo, in esso, faccia esperienza di ciò - e prenda l'abitudine a ciò - che è veramente umano, in modo che l'uomo faccia esperienza di sé come uomo. Se l'uomo non è libero nel senso di avere il potere di sviluppare, arricchire e far valere la sua vera individualità, si deve non punire il delitto nel singolo, ma distruggere gli antisociali focolai sociali del delitto e dare a ciascuno lo spazio sociale per l'estrinsecazione degli aspetti essenziali della sua vita. Se l'uomo è plasmato dalle circostanze, è necessario plasmare umanamente le circostanze. Il proposito di cambiare in massa gli individui prima di cambiare la società, cioè prima di eliminare l’oppressione che li fa tali quali sono, è una fantasia che fa comodo solo a chi vuole distogliere le forze dalla lotta per l’eliminazione dell’oppressione: in realtà la società attuale produce le forze che la cambieranno e da questo cambiamento e nel corso di esso sorgerà un po’ alla volta anche la trasformazione in massa dei sentimenti, delle abitudini e della coscienza dei singoli individui.

 

5. A quelli che ci obiettano che i paesi socialisti non sono riusciti a stare in piedi, mentre i paesi capitalisti seppur malvagi stanno in piedi,

noi indichiamo i motivi per cui da un certo punto in poi è incominciato il declino dei paesi socialisti, il loro avvicinamento ai paesi capitalisti, il loro nuovo asservimento (finanziario, commerciale, tecnologico, culturale, politico) al sistema imperialista mondiale. Ciò che oggi succede nei paesi socialisti, dallo sfruttamento feroce di donne, bambini e lavoratori ai delitti più atroci, ai massacri nazionalisti, dimostra che le conquiste di ieri non erano frutto dell'"indole naturale" dei popoli che ne erano protagonisti né delle caratteristiche naturali dei paesi né dell'eredità storica di quei popoli, ma erano frutto del sistema e solo del sistema sociale socialista. La Comune di Parigi (1871), benché sconfitta, è stata egualmente un gradino che ha permesso alla classe operaia e alle masse popolari di tutto il mondo, che avevano bisogno di sfuggire alla morsa della prima crisi generale del capitalismo, di compiere un più grande passo avanti di lì a qualche decennio. Anche i primi paesi socialisti, benché sconfitti, saranno un gradino che permetterà ai lavoratori, alle donne, ai bambini, ai giovani, agli anziani, ai membri delle razze e delle nazionalità oppresse, oggi schiacciate oltre i limiti conosciuti finora alla nostra generazione dal "trionfo" del capitalismo, di compiere un nuovo maggiore balzo in avanti nel corso della seconda ondata della rivoluzione proletaria che sta montando in tutto il mondo.

Dobbiamo combattere la concezione storicista secondo la quale "se i revisionisti moderni sono prevalsi nei paesi socialisti dopo il 1956 (o dopo il 1976), ciò significa che già prima nei paesi socialisti c'era qualcosa di sbagliato" (o addirittura, dicono i più "coraggiosi" - i bordighisti, i trotzkisti e altri loro compari della cultura borghese di sinistra - "già prima i paesi socialisti erano marci"). In questo "ragionamento", in questa "dimostrazione", in questa concezione ci sono l'incomprensione della dialettica e lo spirito reazionario.

Incomprensione della dialettica: una cosa che si sta facendo, è tale proprio perché non è ancora fatta. È e non è. È ancora quella di prima, ma non è già più quella di prima. Non è ancora quello che sarà, ma in qualche misura lo è. In ciò è insita la possibilità di arresto e di regressione. Non come una malattia, una tara, un errore, ma come un aspetto connaturato alla cosa stessa, al movimento della cosa. Alla cosa che è e non è ancora, che non è più ma non è ancora, essi contrappongono invece la cosa che è. Se è marcio domani, allora lo è anche oggi e lo era anche ieri. Non vale neanche per la frutta, figurarsi quanto vale per un fenomeno ben più complesso come una società!

Spirito reazionario: questa concezione non condanna solo i paesi socialisti, ma anche la rivoluzione che li ha prodotti (e qui si congiunge con tutto il lordume socialdemocratico e borghese che era contro la Rivoluzione d'Ottobre, che diceva che non si doveva fare e che la combatté accanitamente senza limiti d'infamia e di delitti). Ma poi sulla stessa onda, se è coerente, deve condannare anche ciò che ha portato alla Rivoluzione d'Ottobre: il movimento comunista. E poi deve condannare quello che ha generato il movimento comunista e la nascita del proletariato: la rivoluzione borghese, la Rivoluzione francese del 1789. E a questo in effetti la borghesia è già arrivata! La cattiva compagnia in cui vanno a finire, faccia riflettere i negatori dell’esperienza dei paesi socialisti!

 

6. A quelli che ci obiettano che senza l'incentivo del tornaconto individuale si spegnerà ogni creatività e ogni attivismo nella produzione e nella vita sociale,

noi mostriamo che la stessa realtà della società borghese nega la loro affermazione.

Milioni di semplici lavoratori salariati svolgono con passione e iniziativa il loro lavoro, nonostante la miseria del salario e le condizioni di asservimento, di mortificazione della creatività e di precarietà in cui i padroni li obbligano a lavorare. Milioni di donne accudiscono con passione e dedizione ai figli, alle famiglie e alle case benché nella società borghese la loro attività non sia nemmeno considerata un lavoro. Migliaia di artisti, scienziati, ricercatori hanno dispiegato e dispiegano grandi sforzi per creare grandi opere, spesso misconosciuti.

Milioni di persone svolgono un lavoro volontario non retribuito, spesso in condizioni molto difficili, un lavoro che la classe dominante esalta contro i lavoratori che lottano per un salario, ma nello stesso tempo relega ai margini della “vera economia" e corrompe, sfrutta e rende odioso alle masse con le imprese del "terzo settore", del no-profit e delle Organizzazioni non governative (ONG) promosse, finanziate e manipolate dai governi imperialisti. Molte manifestazioni delle più acute e sconvolgenti della società borghese, la borghesia riesce a trattarle proprio solo grazie al lavoro volontario.

Non solo: guardiamo a quanti sforzi e crimini deve compiere la classe dominante per costringere i giovani ad adattarsi a lavorare solo per soldi, rinnegando le migliori aspirazioni della loro vita. Quante delusioni e frustrazioni, quanto spreco di energie fisiche, intellettuali e morali!

Guardiamo alla storia del passato: per quanto tempo gli uomini hanno lavorato e costruito le premesse della civiltà di cui godiamo i frutti senza essere mossi da un tornaconto individuale?

Guardiamo al presente: milioni di lavoratori hanno dato e danno risorse, sudore e sangue nella lotta per il socialismo e nelle lotte antimperialiste di liberazione nazionale.

Guardiamo infine all'annuncio del nostro futuro, ai paesi socialisti: centinaia di milioni di uomini e donne hanno dimostrato cosa riescono a fare le masse senza essere mosse dal tornaconto individuale; una volta liberate dai freni e dagli ostacoli posti dalla legge del valore e dallo sfruttamento dei capitalisti, le masse popolari hanno sviluppato le proprie forze produttive e hanno moltiplicato la ricchezza materiale e spirituale della società e dei singoli individui, nonostante abbiano costantemente anche dovuto difendersi da aggressioni, sabotaggi e blocchi economici scatenati dalla borghesia imperialista che restava la classe ancora dominante a livello mondiale. Le masse popolari dei paesi socialisti hanno mostrato, per un breve periodo e nonostante tutte le tracce della società borghese che ancora trascinavano con sé, di cosa sarà capace "una società in cui il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti", di contro alla società borghese in cui la libera iniziativa di alcuni pochi individui ha come condizione necessaria l'asservimento e l'abbrutimento della stragrande maggioranza della popolazione.

Cosa resta dell’obiezione fattaci, se non che la borghesia proietta la sua ombra gretta sulle nostre menti? È il borghese che non fa nulla se non per tornaconto individuale e per denaro e che per tornaconto e per denaro arriva a ogni crimine. A volte la borghesia riesce a far credere che siano naturali e universali la sua mentalità e la sua concezione che riflette rapporti sociali che stanno distruggendo le condizioni della vita e strozzando milioni di esseri umani in ogni parte del mondo. E ad essi andate a parlare di questo sistema a cui essi parteciperebbero per tornaconto individuale?

 

7. A chi ci obietta che né l’oppressione che oggi le donne subiscono, né l’oppressione delle nazionalità e delle razze, né la soggezione dei giovani agli adulti, né le molte altre contraddizioni che dividono le masse popolari si risolveranno automaticamente nel socialismo,

noi rispondiamo che ciò è perfettamente vero. Occorrerà una lotta specifica su ognuno di questi fronti. La condurremo, potremo vincere? Noi facciamo osservare che la borghesia per l’evoluzione oggettiva delle cose è diventata il punto di coagulo di tutte le sopraffazioni e le violenze, di tutti gli oppressori. Basta guardare alle condizioni delle donne e dei bambini nella società attuale, alla sorte che i gruppi imperialisti riservano alle donne e ai bambini nei paesi più civili che la borghesia è riuscita a creare. D’altra parte la classe operaia non riuscirà a sfuggire alla sua condizione di oppressione, sfruttamento e precarietà se non trasforma anche la condizione di tutti gli altri oppressi, se non pone fine a ogni oppressione. Non ci può essere comunismo senza porre fine all’oppressione e all’emarginazione delle donne e a ogni tipo di oppressione.

Se non togliamo il potere alla borghesia, è vano ogni tentativo e sforzo di risolvere le altre singole contraddizioni, perché la classe dominante, i suoi rapporti e la sua necessità di difendere il suo dominio lo impediscono.

In conclusione, le contraddizioni in seno al popolo possono essere realmente risolte solo se si risolve la contraddizione principale, quella che oppone le masse popolari alla borghesia imperialista. Solo nell'ambito del socialismo è tolta la radice delle condizioni pratiche di vita che generano miseria, abbrutimento, egoismo e violenza e quindi è possibile combattere efficacemente e con successo anche le manifestazioni di questi nei rapporti tra le masse popolari. L'esperienza pur breve dei paesi socialisti ha fornito mille elementi a conferma di questo.

 

8. È possibile che la rivoluzione socialista trionfi in un paese solo?

Non solo è possibile, ma è già avvenuto ed è probabile che anche nel futuro la rivoluzione (socialista o di nuova democrazia) non trionfi contemporaneamente in tutti i paesi. Nonostante l’unità creata dalla borghesia nel mondo, lo sviluppo materiale  e spirituale dei vari paesi è molto differenziato, la costruzione e la forza del movimento comunista e dei partiti comunisti molto diverse. E la crisi generale del capitalismo li differenzia ancora di più.

Che cosa impedirà alla borghesia imperialista di soffocare sul nascere la rivoluzione che si sviluppa in un paese o in alcuni paesi, usando la forza e la prepotenza delle sue armi e della sua ricchezza? Il fatto che la situazione rivoluzionaria è universale. I regimi della borghesia imperialista nei singoli paesi sono instabili, in preda a convulsioni di ogni genere. Le masse popolari sono in fermento in ogni paese. Il sistema delle relazioni internazionali tra Stati, istituzioni e gruppi imperialisti è sempre più sconvolto da contrasti e lotte. I gruppi imperialisti lottano tra di loro. I focolai di rivoluzione sono sempre più diffusi. la borghesia imperialista, e in particolare la borghesia imperialista USA, ha molti nemici nel mondo e questi saranno nostri alleati, se noi dimostreremo di saperci imporre e tener testa alla reazione. Se saremo forti, avremo molti alleati.

Questo ha impedito alla borghesia imperialista di concentrare le sue forze con successo contro la prima repubblica sovietica. Questo impedirà alla borghesia di soffocare le prossime rivoluzioni sul nascere. Il Vietnam è stata una grande lezione, benché il popolo vietnamita abbia condotto con successo la sua lotta in un periodo in cui il sistema imperialista mondiale era relativamente stabile. La forza delle masse popolari guidate dalla classe operaia, il fermento rivoluzionario che cresce in tutti i paesi, le contraddizioni e le guerre tra gruppi e Stati imperialisti, la solidarietà internazionalista delle masse popolari: ecco nell’ordine i fattori che permettono la vittoria della rivoluzione socialista in un paese o in un gruppo di paesi, nonostante la forza e la prepotenza della borghesia imperialista.

 

9. Agli scettici e a quelli che negano la possibilità che la rivoluzione socialista trionfi in Italia,

noi indichiamo i motivi per cui il vecchio PCI ha realizzato i grandi avanzamenti che ha realizzato, ha portato la classe operaia al punto più alto e alle conquiste; e indichiamo anche i motivi per cui il vecchio PCI non è arrivato (né poteva arrivare stante gli errori che ha commesso e i limiti che non ha superato) alla vittoria.

Le Forze Soggettive della Rivoluzione Socialista che assumono come loro riferimento generale l'ala sinistra del vecchio PCI (che alcuni identificano con Secchia, altri con Gramsci), in sostanza mirano a rifiutare il maoismo come terza superiore tappa del pensiero comunista.

Il nostro Manifesto Programma comprende un bilancio delle esperienze del movimento comunista in Italia. In particolare indica quanto di positivo i comunisti, gli operai e le masse popolari hanno compiuto e che facciamo nostro. In secondo luogo cerchiamo di comprendere e sempre meglio comprenderemo gli errori del vecchio PCI (analisi, linee, metodi sbagliati che deviavano da ciò che il movimento comunista aveva già acquisito col marxismo-leninismo: il bolscevismo) e i limiti del vecchio PCI (analisi, linee, metodi sbagliati che esigevano quello sviluppo del patrimonio del movimento comunista che fu compiuto nel  maoismo). Solo così siamo degni successori di quelli che ci hanno preceduto nella lotta per instaurare il socialismo nel nostro paese.

 

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