Comunicato del 29.10.08
Chi è Enrico Di Nicola, uscente Procuratore
Capo di Bologna? Qual è stato il suo ruolo
nel progetto della destra reazionaria ed
eversiva di mettere fuorilegge i comunisti e
istituire Tribunali Speciali?
Tre citazioni per introdurre il suo dossier:
“Tutto quello che esce dalla procura di
Bologna è responsabilità del Procuratore
Capo: è mia!” (19 aprile ’06)
“Bisogna distinguere una volta per tutte
chi commette reati per uno scopo prettamente
politico e chi invece per uno scopo sociale,
umano: chi agisce per sostituirsi alle
istituzioni commette un’aggravante che non
può essere tollerata!” (19 aprile ’06)
“L’unica giustizia che funziona è quella
per direttissima. Non siamo una funzione
forte ed è dimostrato dal fatto che nessuno
ha paura di noi!” (16 gennaio ‘08)
Continua il nostro lavoro di ricerca,
schedatura e denuncia pubblica dei
persecutori dei comunisti, con l’obiettivo
di mettere a nudo quello che avviene dietro
il “teatrino della politica borghese” e
contrastare i progetti eversivi della destra
reazionaria, di quanti calpestano i diritti
e le libertà conquistate nel nostro Paese
con la Resistenza antifascista. Con questo
comunicato rendiamo noto il dossier che
abbiamo realizzato su Enrico Di Nicola,
Procuratore Capo di Bologna andato in
pensione lo scorso luglio, dopo aver servito
fedelmente per una vita intera la destra
reazionaria ed eversiva e, negli ultimi
anni, essersi distinto per aver diretto i
lavori di una delle procure che più hanno
cercato di contribuire alla messa fuorilegge
dei comunisti e all’istituzione di Tribunali
Speciali, aprendo inchieste su inchieste per
“associazione sovversiva”.
I primi passi
Enrico Di Nicola, coniugato con quattro
figlie, è nato a Teramo il 24 luglio 1933,
frequenta le scuole superiori a Chieti e si
laurea a Padova giurisprudenza nel 1956. Dal
1957 al 1960 diventa funzionario della Soc.
Adriatica di Navigazione di Venezia del
gruppo FINMARE. Nominato uditore giudiziario
con D.M. 26/7/1960, con tirocinio presso gli
Uffici giudiziari di Roma, viene assegnato,
prima, alla Procura della Repubblica di
Padova come Sostituto Procuratore (D.P.
6/5/1962) e poi alla Pretura di Offida (D.P.
26/6/1963) come Pretore dirigente, con
temporanee applicazioni al Tribunale di
Ascoli Piceno.
Inizia la scalata con il processo sul golpe Borghese,
Autonomia Romana Organizzata e P2
Dal 1966 al 1979 è Sostituto Procuratore
presso la Procura della Repubblica di Roma.
In questi anni istruisce alcuni processi
dove si “distingue” per la sua attività di
Pubblico Ministero, iniziando la sua scalata
nei ranghi della magistratura: il processo
contro il mafioso Frank Coppola, indiziato
di essere, insieme con altri mafiosi, autore
del tentato omicidio del Questore Mangano;
il processo per lo scandalo dei petroli; il
processo ENALC, quello sui Fondi Neri
Montedison; sulle Gare d'appalto del Comune
di Roma e sui Fondi neri bancari, infine,
dulcis in fundo, il processo per il
Golpe Borghese, che abbandona in seguito a
contrasti insorti con il collega Vitalone.
Dal 1979 al 1984 presta servizio come
Sostituto Procuratore presso la Procura
Generale della Corte d'Appello di Roma. In
tale veste si occupa di altri due processi
“delicati”, che necessitano cioè di uomini
di fiducia per lo Stato e in particolare per
la destra reazionaria ed eversiva: il
Processo contro l’Autonomia Romana
Organizzata e il processo P2. Attraverso
questi due processi accresce il suo credito
agli occhi della destra reazionaria ed
eversiva e viene nominato nel 1984
Consigliere Istruttore Aggiunto presso il
Tribunale di Bologna.
Verso il Ministero di Grazia e Giustizia, attraverso la
strage di Bologna e la strage di Natale
Dal 1984 al 1985 è Consigliere Istruttore
Aggiunto presso il Tribunale di Bologna dove
lavora ad altri due dossier “scottanti”: la
strage di Bologna del 2 agosto 1980 e,
insieme ad altri PM, la strage del treno di
Natale. Rispetto alla strage di Bologna ha
più volte dichiarato, anche recentemente:
“su quella vicenda è stata fatta
completamente luce”. Il che dice tutto. Ne
segue una promozione, del tutto “meritata”
tenendo conto, appunto, degli insabbiamenti
con cui sono finite queste due inchieste:
dal 1985 al 1988 viene chiamato dal Ministro
di Grazia e Giustizia a far parte
dell'ufficio legislativo del ministero.
Sulla strada di Procuratore Capo di Bologna e della
crociata contro gli “eversori”, con il
fedele scudiero Giovagnoli
Dal 1988 al 1992 è Presidente della terza
Sezione Penale del Tribunale di Roma.
Dal 1992 al 2002 è Procuratore Capo della
Repubblica presso il Tribunale di Pescara e,
a partire dal 13 maggio 2002, diventa
Procuratore Capo della Repubblica presso il
Tribunale di Bologna dove assume la
direzione della D.D.A. (Direzione
Distrettuale Antimafia) e dove dirige e
coordina le indagini dei procedimenti di
competenza distrettuale e, in particolare,
dei procedimenti concernenti la lotta
all’“eversione”e al “terrorismo”.
A Bologna Di Nicola incontra Paolo
Giovagnoli, che di lì a poco diventerà noto,
grazie alla sua direzione, come “novello
Torquemada” o “giudice dal 270 bis facile”.
All’ombra delle due torri Di Nicola dirige
le inchieste sul caso Biagi, contro il
terrorismo islamico, contro gli
anarco-insurrezionalisti e i pacchi bomba
inviati a Prodi, contro la “carovana” del
(n)PCI, contro Fuoriluogo, no-global e altre
aree del movimento. Come ha infatti
dichiarato ai giornali il 19 aprile ’06:
“Tutto quello che esce dalla procura di Bologna è responsabilità del
Procuratore Capo: è mia!”.
Con il suo arrivo in città, l’accusa di
“eversione” inizia ad essere elargita senza
troppi problemi: Di Nicola rispolvera
infatti la famigerata legge Cossiga e inizia
ad applicarla sistematicamente, con la
complicità del PM Paolo Giovagnoli in
particolare. Tenta di “forzare la mano” e di
rafforzare la repressione preventiva nei
confronti degli oppositori politici,
contribuendo così, ancora una volta, ai
progetti della destra eversiva e
reazionaria: attaccare le libertà di
opinione e di organizzazione conquistate nel
nostro Paese con la vittoria della
Resistenza antifascista, mettere fuorilegge
i comunisti, istituire Tribunali Speciali,
rafforzare la militarizzazione delle città,
colpire ogni forma di opposizione al regime.
Le cose però non vanno tutte come previsto.
L’ariete Di Nicola, si rompe le corna più
volte: le sue inchieste per “eversione”, le
sue richieste di arresti cautelari e
condanne esemplari una dopo l’altra iniziano
ad essere rigettate, sulla spinta della
mobilitazione popolare, dal Tribunale del
Riesame e anche dalla Corte di Cassazione.
Ad un certo punto, il burattinaio di
Giovagnoli sbotta: “Non vorranno mica le
foto per emettere delle condanne per
terrorismo?”. Come dire: se avessimo le
prove, che repressione preventiva sarebbe? E
il 19 aprile ’06 aggiunge:
“Bisogna distinguere una volta per tutte chi
commette reati per uno scopo prettamente
politico e chi invece per uno scopo sociale,
umano: chi agisce per sostituirsi alle
istituzioni commette un’aggravante che non
può essere tollerata!”. Insomma: la
repressione preventiva è la ricetta
democratica, come direbbe Cossiga.
Molto più ponderato, invece, è quando si
tratta di Chiesa e Vaticano: dopo aver
deciso di chiudere il procedimento contro
gli organizzatori dell’esposizione “La
madonna piange sperma” poiché non esisteva
la base per procedere penalmente, si è
sentito in dovere di giustificarsi
pubblicamente con la Curia dicendo, con la
coda tra le gambe: “nel prendere questa
decisione ci siamo ispirati ad un documento
di Woityla pubblicato sul sito del Vaticano,
nel quale si dice che la madonna non è un
santo e, quindi, abbiamo dedotto che non era
possibile procedere con un procedimento per
bestemmia”.
In diverse occasioni Di Nicola ha dimostrato
la sua natura “indipendente e progressista”
attaccando Berlusconi e il suo concetto di
legalità, sollevando anche dei polveroni...
una perfetta sintonia però con Berlusconi
c’è sempre stata rispetto alla questione
della repressione. Ad esempio, in occasione
della manifestazione all’Aquila del 2007 in
solidarietà con i prigionieri politici, ha
affermato: “Ci troviamo in una situazione in
cui tutto è preoccupante. Se non ci diamo
una mossa qui diventa pericoloso”. Maroni
gli ha fatto eco dicendo: “presenteremo una
denuncia per apologia di reato contro i
manifestanti ed istigazione a delinquere”.
Anche il Vaticano, ovviamente, ha detto la
sua: “è stata un’ignobile esibizione
eversiva” e Cofferati, il sindaco “sceriffo”
con cui Di Nicola si è subito inteso, ha
aggiunto: “sono atti vergognosi che
confermano l’esistenza di un brodo di
coltura sul quale le forze dell’ordine
devono intervenire per prosciugarlo
rapidamente”. Insomma, aldilà degli attriti
mediatici e diversivi con il centro-destra e
il Vaticano, Di Nicola è uno che sulle cose
“che contano” si è sempre trovato d’accordo
con i progetti della destra reazionaria ed
eversiva e non ha mai esitato a
contribuirvi.
Questo vale anche per la persecuzione della
“carovana” del (n)PCI. Di Nicola infatti ha
sostenuto nel 2003 l’apertura dell’Ottavo
Procedimento Giudiziario per “associazione
sovversiva” montato dal “novello Torquemada”
Giovagnoli su ordine della destra
reazionaria ed eversiva, procedimento che,
dopo cinque anni, lo scorso 1° luglio si è
concluso con un “non luogo a procedere”
emesso dal GUP Rita Zaccariello di Bologna
(le motivazioni del GUP sono disponibili sul
sito
www.carc.it).
Inoltre, Di Nicola nel corso del
procedimento contro la “carovana” del (n)PCI
-
ha sostenuto la creazione del “Gruppo bilaterale italo-francese
sul terrorismo e le minacce gravi”, ossia un
organismo che poggia sulla violazione della
divisione dei poteri e ha come obiettivo
condurre la persecuzione della “carovana”
del (n)PCI (vedere sul nostro sito
www.carc.it il Dossier che abbiamo
realizzato al riguardo insieme all’ASP)
-
non ha esitato a confondere l’opinione pubblica dicendo a più
riprese che “l’accusa di terrorismo contro
il (n)PCI e i CARC è roba vecchia” (mentre
Giovagnoli continuava le indagini) oppure
che “non abbiamo intenzione di arrestare i
militanti di quest’area” (mentre Giovagnoli
montava la richiesta di rinvio a giudizio).
-
infine, Di Nicola nel 2007 ha richiesto al PM Marco Pucilli del
Tribunale di Ancona, insieme al fido
Giovagnoli, di aprire un procedimento per…
“diffamazione” contro il Partito dei CARC e
l’ASP per aver osato chiamare Giovagnoli con
i suoi veri nomi: “novello Torquemada” e
“giudice dal 270 bis facile”! Il prossimo 5
novembre ad Ancona ci sarà l’udienza
preliminare.
Ecco chi è Enrico Di Nicola. Un fedele servo
della destra eversiva e reazionaria, che nel
corso della sua vita ha sempre contribuito
alla realizzazione dei suoi progetti. Un
nemico dei comunisti, dei sinceri
democratici e delle masse popolari, che ha
fatto carta straccia dei diritti politici
conquistati dalla Resistenza partigiana e
che ha contribuito al tentativo di mettere
fuorilegge i comunisti, istituire Tribunali
Speciali e aumentare la militarizzazione
nelle città. Altro che “paladino della
giustizia” e “difensore intransigente
dell’autonomia della magistratura”, come
cercano di presentarlo i vari magistrati e
politici che ne hanno condiviso la linea
reazionaria! Altro che “difensore della
democrazia e della legalità”! L’unica
libertà che ha difeso è stata quella dei
padroni di continuare a fare i loro porci
comodi sulla pelle delle masse popolari,
applicando la linea eversiva e reazionaria
sintetizzata da Francesco Cossiga, uomo di
Gladio, dei Carabinieri e Servizi: la
ricetta democratica è repressione
preventiva, da attuare senza farsi legare le
mani dalla Costituzione.
Cosa farà il GUP Paola Mureddu di Ancona?
Il GUP Paola Mureddu di Ancona, che terrà l’udienza
preliminare il 5 novembre contro alcuni
militanti del Partito dei CARC e dell’ASP
accusati da Di Nicola e da Giovagnoli di
aver diffamato quest’ultimo chiamandolo
“novello Torquemada” e “giudice dal 270 bis
facile”, si sottometterà anche lei ai
progetti della destra eversiva e reazionaria
oppure, come il GUP Rita Zaccariello e il
giudice Umberto Antico della Procura di
Napoli (che nel 2003 rigettò gli arresti
cautelari per alcuni compagni della
“carovana” del (n)PCI richiesti dal PM
Stefania Castaldi allora titolare di un
procedimento giudiziario per “associazione
sovversiva” contro quest’area – finito
anch’esso con archiviazione), non si chinerà
ai diktat della destra reazionaria ed
eversiva e non si presterà a sostenere
questa campagna persecutoria?
Se guarderà ai fatti dovrà concludere che siamo stati noi
ad essere stati “diffamati” perché
qualificati presso l’opinione pubblica, con
la complicità della stampa borghese, come
“terroristi” da quello che giustamente è
stato da più parti definito un persecutore
dei comunisti e di quanti lottano contro
questa società di oppressione, miseria e
guerra. Siamo noi che abbiamo subito in
questi anni le angherie (perquisizioni,
pedinamenti, sequestro di materiale,
campagne stampa diffamatorie, ecc.) del PM
Giovagnoli e del suo Procuratore Capo Di
Nicola.
Lanciamo l’appello a
- aderire
e partecipare al presidio che il nostro
Partito e l’ASP stanno organizzando per il
5 novembre, a partire
dalle h. 9:00, davanti al Tribunale di
Ancona (Palazzo di Giustizia, Corso Mazzini,
95) contro l’udienza preliminare
richiesta da Giovagnoli attraverso il PM
Pucilli di Ancona (vedere comunicato
congiunto P-CARC e ASP del 21 ottobre ‘08),
per aver chiamato Giovagnoli con il suo vero
nome: “novello Torquemada” e “giudice dal
270 bis facile”.
- inviare
e far inviare il
fax al GUP Paola Mureddu di
Ancona che terrà l’udienza del 5 novembre
(Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Ancona, fax
0712072863;
e-mail:
procura.ancona@giustizia.it)
- prendere
e far prendere posizione pubblica contro la
persecuzione dei comunisti
- firmare
e far firmare l’appello “No alla
persecuzione dei comunisti!” (disponibile
sul sito
www.carc.it )
Vi chiediamo inoltre di aderire e partecipare
al presidio che terremo il 13 novembre
a Roma davanti alla Corte di Cassazione
(Piazza Cavour) a partire sempre dalle h.
9:00, in solidarietà con gli anti-fascisti
dell’11 marzo che quel giorno avranno la
loro udienza di cassazione e contro il
ricorso in Cassazione fatto da Giovagnoli e
da Marcello Branca, dall’Avvocato Generale
della Repubblica presso la Corte d’Appello
di Bologna, contro il “non luogo a
procedere” emesso il 1° luglio dal GUP
Zaccariello di Bologna.
La solidarietà è un’arma!
Schediamo, smascheriamo e contrastiamo
i
persecutori, mettiamo sotto processo la
borghesia!
Costruiamo un fronte unito contro la
repressione!
La repressione non fermerà le lotte!