CARC

Comunicati e volantini della Direzione Nazionale

Archivio - 2008

 

Lettera aperta ai democratici, ai magistrati e alla stampa

 

Il 13 maggio a Bologna si terrà l’udienza preliminare sulla montatura giudiziaria messa in piedi dal giudice Giovagnoli violando la legislazione e la Costituzione del nostro paese!

 

Il 13 maggio a Bologna il giudice delle indagini preliminari, dott.essa Zaccariello, terrà l’udienza preliminare per “associazione sovversiva con finalità di terrorismo” (270 bis) contro alcuni membri del (nuovo)PCI, del Partito dei CARC e dell’Associazione Solidarietà Proletaria (ASP). Questa udienza preliminare conclude l’inchiesta aperta nel 2003 dal sostituto procuratore Paolo Giovagnoli della Procura di Bologna.

Giovagnoli ha messo in piedi una montatura giudiziaria violando la legislazione e la Costituzione del nostro paese, manipolando le autorità di altri paesi, calpestando i principi democratici a cui, almeno formalmente, si richiamano organismi come Magistratura Democratica e Magistrati Europei per la Democrazia e le Libertà a cui Giovagnoli aderisce.

 

Primo: che fine ha fatto il “no bis in idem” (“non due volte per lo stesso reato”)? Contro quest’area politica dagli anni ’80 fino ad oggi sono già state condotte otto inchieste con lo stesso capo di imputazione, tutte finite, dopo perquisizioni, sequestro di materiale, arresti cautelari e campagne stampa diffamatorie,  con un non luogo a procedere o con un’assoluzione…  

Ebbene che fine ha fatto il principio giuridico del no bis in idem? Come è possibile perseguire le stesse persone per lo stesso reato (“associazione sovversiva con finalità di terrorismo”) nonostante siano già stati emessi, per lo stesso reato, già otto non luoghi a procedere o assoluzioni?

 

Secondo: che considerazione ha Giovagnoli dei suoi colleghi magistrati? Che considerazione ha Giovagnoli dei suoi colleghi che, nel corso di vent’anni, hanno condotto ben otto inchieste, giungendo tutti alla medesima conclusione? Considera forse degli emeriti incompetenti Mastelloni, Ionta, Spataro e tutti gli altri magistrati che hanno condotto le precedenti inchieste contro la carovana del (n)PCI?

E ancora. Il 24 aprile 2003, quindi solo alcuni mesi prima che il sostituto procuratore Giovagnoli aprisse la sua inchiesta, il giudice Umberto Antico della Procura di Napoli rigettò la richiesta di arresti cautelari avanzata dal PM Stefania Castaldi (allora co-titolare insieme a Barbara Sargenti del settimo procedimento giudiziario contro questa area, condotto parallelamente all’inchiesta portata avanti da Giovagnoli) ai danni di numerosi dei militanti oggi rinviati a giudizio, dichiarando, sulla scorta di diverse sentenze della Cassazione, che il (n)PCI non è un’organizzazione terroristica e che la clandestinità in sé  e per sé non costituisce un reato.

Il PM Giovagnoli non prende assolutamente in considerazione il rigetto della richiesta di arresti cautelari emesso dal giudice Antico, ha nascosto questo atto (che è infatti inserito in un nuovo procedimento giudiziario da lui aperto nel 2005 e attualmente secretato) e lo ha consegnato agli avvocati difensori su loro specifica richiesta solo recentemente: anche Antico non capisce niente? O dice qualcosa che non fa comodo a Giovagnoli?

 

Terzo: “non è possibile escludere che la magistratura francese sia stata strumentalizzata dalle autorità italiane”. Giovagnoli procede comunque all’apertura dell’inchiesta e, attraverso una commissione rogatoria internazionale, chiede alle Autorità francesi di aprire a loro volta un’inchiesta per “associazione sovversiva” contro quest’area politica. Nel maggio del 2003 il PM Castaldi aveva chiesto la stessa cosa alle Autorità Svizzere ma le era andata male: il Ministero Pubblico della Confederazione infatti, nella persona del Procuratore Federale Alberto Fabbri, risponde infatti che “la domanda di assistenza giudiziaria, fondata esclusivamente sull'articolo 270bis del Codice penale italiano, deve essere respinta a causa del carattere prevalentemente politico”.

A Giovagnoli invece il colpo riesce, la Magistratura Francese si presta al servizio... ed esce scornata!!! Infatti dopo tre anni di inchiesta (2003-2006), il giudice dell’antiterrorismo francese, Gilbert Thiel, emette un non luogo a procedere per l’accusa di “terrorismo” e nella sua ordinanza di fine inchiesta dichiara, non senza una buona dose di irritazione per il “pacco” fattogli, che “non è stato messo in evidenza l’esistenza di un disegno terroristico imminente e neanche semplicemente programmato in un futuro definibile” e l’intesa “non mirava a minacciare seriamente l’ordine pubblico né con l’intimidazione né con il terrore, né ora, né in un futuro prossimo e neppure in un futuro i cui contorni possano essere definiti”. Anche dell’operato del collega francese Giovagnoli se ne fa un baffo: infatti rinvia a giudizio tutti gli imputati per “fatti commessi in Italia e in Francia” senza minimamente considerare le conclusioni del giudice Thiel!!!

Comunque anche in Francia si sono accorti che “c’è puzza di marcio”! Durante l’inchiesta del giudice Thiel, il Syndicat de la Magistrature, che raggruppa il 30 % dei giudici francesi e che aderisce all’associazione internazionale MEDEL (di cui fa parte anche Magistratura Democratica), ha preso più volte posizione pubblicamente, dichiarando: “In questa inchiesta non è possibile escludere che la magistratura francese sia stata strumentalizzata dalle autorità italiane”. Sempre in Francia, il deputato Andrè Vallini, membro della commissione giustizia del Partito Socialista e presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sull’affaire d’Outreau, il 23 novembre 2005 ha dichiarato al giornale Canard Enchainé “questo dossier è vuoto, non c’è nulla, si tratta di un abuso di potere di questi supergiudici”. Né più, né meno!

 

Quarto: il “Gruppo bilaterale italo-francese su terrorismo e minacce gravi” di cui Giovagnoli è tra i promotori viola l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo. Giovagnoli ha partecipato attivamente alla creazione e all’attività del “Gruppo bilaterale italo-francese su terrorismo e minacce gravi”. Questo “Gruppo”, costruito appositamente per il (nuovo)PCI, è stato creato nel marzo 2004 a Roma, in riunione che si è tenuta presso il Ministero della Difesa. A questa riunione hanno partecipato giudici italiani (con Giovagnoli in testa) e francesi, dirigenti della polizia politica e dei servizi segreti italiani e francesi, membri dei due governi: che fine ha fatto il dettato costituzionale dell’indipendenza del potere giudiziario da quello esecutivo?

Il 22 novembre 2006 i senatori Russo Spena e Boccia presentano un’interpellanza parlamentare in cui, tra le altre cose, vengono sollevati forti dubbi sulla legittimità del “Gruppo franco-italiano sulle minacce gravi” e vengono chieste informazioni dettagliate sulla sua attività: “(..) nel contesto delle suddette indagini si sono ripetutamente e sistematicamente irrogate misure cautelari custodiali e coercitive, spesso in assenza delle fondamentali esigenze cautelari previste dal codice di rito; i procedimenti in questione si sono costantemente caratterizzati per un irrituale e poco chiaro collegamento non soltanto tra l’autorità giudiziaria italiana e quella francese, ma anche tra magistratura ed esecutivo italiani. (..) Peraltro, il sostituto procuratore della Repubblica di Bologna, dott. Paolo Giovagnoli, con nota avente per oggetto « Commissioni rogatorie internazionali concernenti la Commissione preparatoria del “(nuovo)Partito comunista italiano” e le sue relazioni con le Brigate Rosse » datata 26 dicembre 2003 ed indirizzata al “Sig. Magistrato Italiano di collegamento presso il Ministro della Giustizia Francese, dr. Stefano Mogini”, nel dare la disponibilità del suo ufficio a partecipare alla riunione proposta dal giudice istruttore dì Parigi, dott. J.L. Bruguière, suggeriva l’opportunità di svolgere, nello stesso periodo, « l’iniziativa a livello governativo sullo stesso tema alla quale potrebbero essere invitati anche gli altri uffici giudiziari italiani che svolgono indagini sui CARC ». Lo stesso magistrato di collegamento, dott. Stefano Mogini, peraltro, nella sua nota avente identico oggetto, datata 15 dicembre 2003, e indirizzata alla “dott.ssa Stefania Castaldi, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, al dott. Paolo Giovagnoli, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna, e per conoscenza alla dott.ssa Augusta Jannini, Direttore Generale della Giustizia Penale Ministero della Giustizia ROMA”, aveva sottolineato che lo svolgimento della riunione fra Procure della Repubblica italiane e gli Uffici giudiziari parigini avrebbe in ogni caso dovuto essere « coordinato con l’iniziativa già formalizzata da tempo sullo stesso tema a livello governativo su richiesta di codesti Uffici dal nostro Ministero della Giustizia », così manifestando la volontà di instaurare un non meglio precisato rapporto di collaborazione tra la magistratura e l’esecutivo, sulla cui legittimità ed opportunità si nutrono ragionevoli dubbi”. L’interpellanza, però, non ha avuto alcuna risposta! Perché?

Il “Gruppo bilaterale” intanto lavora attivamente sull’inchiesta contro la carovana del (n)PCI e i suoi membri si prestano un’assidua e attiva assistenza! Qualche esempio tratto dagli atti dell’inchiesta. Il 19 aprile 2004 Giovagnoli manda una mail a Stefano Mogini, Magistrato Italiano di collegamento presso il Ministro della Giustizia francese, in cui dice “come deciso nella riunione del 3 marzo al Ministero, abbiamo concordato, tra Napoli e Bologna, la rogatoria comune allegata; te la sottoponiamo in bozza perché tu dica se va tutto bene o se è meglio modificare qualcosa”. Mogini gli risponde che va bene e di fargliene avere “per fax una copia firmata così che riprendo contatto con i nostri amici francesi”. Il 23 luglio 2004 Mogini avvisa Giovagnoli (BO), Castaldi e Sargenti (NA): “tengo a segnalare che l’interrogatorio degli indagati dà nell’ordinamento francese facoltà a questi ultimi a ai loro difensori di chiedere l’accesso agli atti del relativo procedimento. E’ quindi possibile che gli interessati si avvalgano di tale loro facoltà”.

Alle varie interpellanze parlamentari presentate dai parlamentari Caruso, Cento, Russo Spena e Boccia in merito agli arresti dei membri e simpatizzanti del (n)PCI eseguiti a più riprese in Francia, il governo italiano ha sempre risposto che non sapeva niente della vicenda e che avrebbe attivato appena possibile l’ambasciata. Eppure tra i membri del “Gruppo bilaterale italo-francese su terrorismo e minacce gravi” figurano Stefano Mogini, magistrato italiano di collegamento presso il Ministero della Giustizia francese, ed Emmanuel Barbe, magistrato francese di collegamento  presso il Ministero di Grazia e Giustizia italiano e addetto all’ambasciata di Francia a Roma. Eppure i membri del “Gruppo bilaterale” si tenevamo informati in tempo reale su tutto ciò che succedeva in Francia tanto che, ad esempio, il solito Mogini nel maggio 2006 avvisa  Giovagnoli che “Maj è stato rimesso in libertà ieri pomeriggio con obblighi di firma e Czeppel molto probabilmente seguirà la sua sorte domani. La rimessione in libertà è motivata dal fatto che il mantenimento della custodia non sembra più necessario alla manifestazione della verità (non ci sono più esigenze probatorie da tutelare)”.

 

Quinto: per Giovagnoli e gli altri del “Gruppo bilaterale” eludere le leggi non è un problema! Il 23 luglio 2004  Mogini comunica  a Giovagnoli, Castaldi e Sargenti: “sono in grado di confermare che gli atti di esecuzione delle operazioni già eseguite a Parigi in presenza di personale del ROS di Napoli e della DIGOS di Modena sono stati trasmessi ieri dal Presidente Bruguiere per le vie convenzionali”: vuol dire allora che ci sono anche delle vie non convenzionali? Quali? Perché?

Il 7 dicembre 2004 ancora Mogini scrive sempre a Giovagnoli, Castaldi e Sargenti: “il commissario Veaux mi prega di confermargli la vostra rinuncia all’esecuzione della rogatoria in oggetto. E’ persona gentilissima e molto disponibile alle esigenze di cooperazione con l’Italia e tiene fermo ormai da parecchio tempo il fascicolo delegatogli da Bruguiere (…). Possiamo levarlo rapidamente dagli impicci? Lui lo merita”. A che cosa sia “disponibile”  il commissario Veaux si evince chiaramente: nell’ottobre 2003 infatti Giovagnoli chiede “che l’autorità giudiziaria francese esegua operazioni tecniche di intercettazione delle conversazioni fra presenti, escluse quelle fra l’indagato e il suo difensore, da attuarsi nella cella occupata dal Maj e nella sala colloqui del medesimo carcere, limitatamente alla durata delle visite ricevute dal Maj e trasmetta le registrazione in lingua originale, o in subordine delle trascrizione,  delle conversazioni eventualmente captate”. Il 18 novembre 2003 Veaux risponde rammaricato che non è possibile soddisfare la sua richiesta perché “per adesso in Francia non ci sono disposizioni legislative che prevedano una tale operazione ed è tecnicamente impossibile installare un dispositivo di registrazione affidabile nella sala colloqui”: quindi il problema non sono tanto le leggi, ma le difficoltà tecniche!!!

 

Sesto: una domanda a Magistratura Democratica. L’inchiesta su Pio Pompa e Nicolò Pollari dello scorso anno ha messo in luce le operazioni di spionaggio, pressione, ricatto condotte, anche con la partecipazione e l’ausilio di appartenenti all’ordine giudiziario, dal SISMI e dal precedente governo Berlusconi contro gli esponenti di MEDEL e Magistratura Democratica più restii, secondo loro, ad allinearsi alle direttive dell’esecutivo.

Ebbene l’operato di Giovagnoli e del “Gruppo bilaterale” non concorrono praticamente a sottomettere la magistratura e il potere giudiziario ai diktat dell’esecutivo, dei servizi segreti e della polizia politica?

A questa domanda riteniamo sia doveroso che Magistratura Democratica e i suoi esponenti diano una risposta!

 

Il giudice Zaccariello si presterà ad avallare la montatura giudiziaria messa in piedi da Giovagnoli violando la legislazione e la Costituzione del nostro paese, manipolando le autorità di altri paesi, calpestando i principi democratici?

Lo vedremo il 13 maggio!!!