Comunicato DN del 02.07.2008
Milano 01.07.2008
Milano 02.07.2008
LA LOTTA, LA MOBILITAZIONE E LA
SOLIDARIETÀ PAGANO!!!
Lo STOP al novello Torquemada Giovagnoli e ai suoi complici e mandanti
è una vittoria per i comunisti, per gli
antifascisti e per tutti i sinceri
democratici.
La chiusura dell’Ottavo procedimento
giudiziario contro la carovana del
(n)PCI segna un’importante tappa contro
i propositi di messa fuori legge dei
comunisti e di repressione del movimento
popolare di resistenza del nostro Paese!
“Nel capitalismo il proletario è
giuridicamente libero, non è legato né
alla terra né ad alcun padrone. Egli può
andare a chiedere lavoro nell’azienda
dell’uno o dell’altro capitalista. Però
non può essere libero rispetto alla
borghesia nel suo insieme. Privo dei
mezzi di produzione, egli è obbligato a
cercare di vendere la sua forza-lavoro e
a subire perciò il giogo dello
sfruttamento. La borghesia ha bisogno
della libertà del venditore e del
compratore di merci, ma d’altra parte
deve impedire che i proletari si
coalizzino e riducano il loro
sfruttamento. Deve cioè impedire sia che
elevino il loro salario al di sopra del
valore della loro forza-lavoro sia che
riducano il pluslavoro: la differenza
tra il tempo effettivo di lavoro e il
tempo di lavoro necessario a produrre un
valore pari a quello della forza-lavoro.
Quindi deve ostacolare la crescita della
coscienza e dell’organizzazione della
massa dei proletari. Se le è impossibile
impedirla in assoluto, deve deviare e
periodicamente stroncare e ricacciare
indietro le organizzazioni e la
coscienza dei proletari. Essa deve
periodicamente rompere la sua legalità
democratica. Ma questo la contrappone
violentemente alle masse popolari. Crea
una situazione da guerra civile. Se non
basta minacciare la guerra civile,
bisogna farla. Questo, oltre che essere
dannoso per gli affari, per la borghesia
è molto pericoloso. Quando la borghesia
contrappone agli operai le armi, prima o
poi anche gli operai si armano.” Dal Manifesto Programma del (nuovo) Partito
comunista italiano, marzo 2008.
La giornata del 1° luglio a Bologna sarà ricordata come la
giornata della riscossa del movimento
comunista e proletario e del nostro
Paese e della potenza della linea che i
comunisti, adottata anche dal vecchio
PCI durante il regime fascista, non si
fanno processare dalla borghesia e che
usano le aule dei tribunale e le piazze
per passare da accusati ad accusatori,
per far fronte agli attacchi e
raccogliere e accumulare le forze
rivoluzionari.
Illustrando brevemente gli eventi che si sono svolti nella
giornata di ieri, dalla piazza all’aula
del tribunale, capiamo bene perché è
importante che i comunisti e i
lavoratori non si facciano legare le
mani dalle regole, dai vincoli e dalla
rete che la borghesia e i suoi apparati
mettono in atto contro di loro.
Dall’Aula del Tribunale
La giornata inizia alle 10 circa con la
Lettura delle decisioni del GUP in
merito alle eccezioni presentate dagli
avvocati il 13 maggio.
Prima che il GUP Dott.ssa Rita Zaccariello inizi a parlare,
Manuela chiede chi sono le persone
presenti in aula oltre a quelle
menzionate nell’appello. Il GUP spiega
che si tratta di persone che hanno
richiesto di essere presenti per motivi
professionali: praticanti degli avvocati
(c’è la figlia di un nostro avvocato; ci
sono due praticanti dell’avvocato di
Stato e due o tre “apprendisti” digos).
Allora Manuela chiede che possano
assistere all’udienza i compagni che
sono fuori che hanno anche loro dei
validi motivi “professionali” per
assistere all’udienza. Il GUP spiega che
l’udienza preliminare non prevede la
presenza del pubblico e pertanto, se gli
imputati insistono nella loro richiesta,
la regola verrà applicata in termini
rigorosi e i praticanti dovranno uscire.
In considerazione del fatto che questo
avrebbe comportato l’uscita della figlia
del nostro avvocato non si insiste. Il
GUP fa comunque presente che gli
imputati devono rivolgere le loro
richieste al GUP tramite i loro
avvocati, questa è la regola.
Il GUP dà lettura delle sue decisioni in merito alle
eccezioni sollevate dagli avvocati nella
scorsa udienza (usando un linguaggio
“giuridichese” oscuro a noi comuni
mortali: anche da questo si capisce
quanto “la giustizia sia amministrata in
nome del popolo”)
- incompetenza funzionale della corte di Bologna:
respinta;
- incompetenza territoriale: respinta per quanto
riguarda lo spostamento della sede a
Milano; per quanto riguarda lo
spostamento a Napoli (in nome del fatto
che l’inchiesta attuale è prosecuzione
di un’inchiesta aperta a Napoli), il GUP
dice che la richiesta fatta in base
all’art. 9 dall’avvocato Camplese ha un
fondamento, però non può essere
accolta in quanto l’inchiesta di
Napoli era per reati di cui all’art. 270
e non per quelli di cui all’art. 270 bis
come l’inchiesta attuale;
- nullità e inutilizzabilità degli atti di perquisizione e
sequestro a carico di Maj e Czeppel nel
2003: respinta;
- inutilizzabilità degli accertamenti effettuati sui
computer sequestrati: respinta;
- inutilizzabilità degli atti successivi allo scadere dei
due anni dall’inizio dell’inchiesta:
siccome l’inizio dell’inchiesta decorre
a partire dalla data di iscrizione di
ogni singola persona al registro degli
indagati (quindi, in sostanza, inizia in
una data diversa per ogni singolo
imputato!) viene accolta la
richiesta di inutilizzabilità degli atti
di perquisizione e sequestro del
14.02.06 per quanto riguarda Levoni e
Gianfranceschi per i quali il termine
dei due anni scadeva nel 2005 (a luglio,
se abbiamo capito bene) mentre viene
respinta per tutti gli altri (visto
che erano stati iscritti al registro
degli indagati in data successiva a
quella di Levoni e Gianfranceschi).
Per quanto riguarda
- la richiesta di inutilizzabilità degli atti (seguiti
d’indagine) prodotti da Giovagnoli alla
scorsa udienza: respinta;
- la richiesta di non accogliere la dicitura “e
successivamente perduranti” fatta da
Giovagnoli che avrebbe reso il reato a
tempo indeterminato: respinta;
- la richiesta di non accogliere i nuovi reati contestati
da Giovagnoli a Levoni nel corso della
scorsa udienza: respinta, perché,
precisa il GUP, gli atti di
perquisizione e sequestro del 14.02.06
per Levoni sono inutilizzabili per
l’attuale procedimento (come da sua
decisione di cui sopra), ma non sono
privi di effetti in termini giudiziari e
il fatto che Giovagnoli non abbia
provveduto a iscrivere Levoni al
registro degli indagati per i nuovi
reati contestatigli, ma lo abbia detto
solo il 13.05.08 nel corso dell’udienza
non li rende nulli.
L’avvocato D’Alessandro interviene per produrre le
informazioni di garanzia e il decreto di
perquisizione e iscrizione al registro
degli indagati relativi a Vangeli e
altri nel procedimento aperto dalla
Procura di Napoli nel 2003 che recano la
dicitura “imputati per i delitti di cui
all’art. 270 bis” (dimostrando così che
il procedimento aperto dalla Procura di
Napoli era per l’art. 270 bis e non,
come aveva detto il GUP, per l’art. 270)
e quindi rinnova l’eccezione di
incompetenza territoriale della corte di
Bologna e la richiesta che sia
dichiarata competente la corte di
Napoli.
L’avvocato (anche se avvoltoio sarebbe la definizione più
indicata) dello Stato chiede il rigetto
di tale eccezione.
Giovagnoli interviene per dire che la prima che ha aperto
il procedimento per 270 bis è la Procura
di Bologna e nessun altro e che bisogna
prendere in considerazione quello che è
agli atti e non altro; aggiunge che non
c’è alcuna questione di incompetenza
della corte di Bologna, al massimo ci
potrebbe essere un conflitto di
competenze tra Bologna e Napoli nel caso
in cui a Napoli ci fosse un procedimento
in corso, cosa che non è. Infine chiede
che i documenti prodotti da D’Alessandro
non vengano acquisiti agli atti.
Interviene il compagno Paolo Babini per chiedere che
vengano allegati agli atti il Dossier
sul Gruppo bilaterale italo francese
sulle minacce gravi e il comunicato sui
testimoni; il GUP gli dice di rivolgersi
al suo avvocato per fare tale richiesta.
L’avvocato Leone prende i due documenti
e dopo un po’ dice a Paolo di allegarli
come documenti a supporto di una
eventuale dichiarazione.
Il GUP rileva che in base ai documenti prodotti dall’avv.
D’Alessandro a carico di alcuni degli
imputati è stato contestato il reato di
cui all’art. 270 bis, modificando quindi
l’imputazione originaria di cui all’art.
270, tuttavia dagli stessi atti si
evince che il locus dei delitti era
indicato esclusivamente in Napoli,
mentre il procedimento attuale lo indica
in Italia e in Francia, per cui resta
ferma la decisione assunta (cioè che è
competente Bologna e non Napoli).
Il GUP comunica che il PM Giovagnoli produce in data
odierna due seguiti d’indagine: i
verbali di interrogatorio di Marco
Lenzoni e il completamento dell’esame
del materiale informatico sequestrato
con le perquisizioni del 14.02.06,
precisando che solo poche pagine si
riferiscono a Levoni e Gianfranceschi e
quindi sono inutilizzabili.
L’avvocato Camplese chiede l’inutilizzabilità di tali atti.
Il GUP risponde richiamando quanto da
lei già disposto in merito.
La compagna Manuela Maj interviene e legge la
dichiarazione preparata (allegato 1). Il
GUP dopo un po’ interrompe facendo
presente che in merito alle questioni
sollevate nella dichiarazione sono stati
inviati già documenti e comunicati che
sono allegati agli atti e quindi per non
allungare i tempi dell’udienza ci si
potrebbe limitare ad allegare agli atti
la dichiarazione. Manuela fa presente
che dopo ben cinque anni di inchiesta
ritiene di avere il diritto di dire la
sua e che è previsto che gli imputati
possano rilasciare delle dichiarazioni e
quindi continua; quando arriva al punto
in cui si illustrano le accuse di
eversione mosse da Giovagnoli contro
Rete universitaria, il GUP interrompe
dicendo che quanto detto non è
pertinente con l’oggetto dell’udienza.
Manuela riprende dal punto in cui dice
che Giovagnoli usa e abusa delle leggi e
conclude; poi fa allegare agli atti la
sua dichiarazione (dopo averla firmata
su richiesta del GUP), insieme al
Dossier sul Gruppo bilaterale italo
francese e il comunicato sui testimoni.
Prende la parola Giovagnoli per la requisitoria: illustra
alcune sentenze della Cassazione
relative alla definizione di cosa deve
intendersi per terrorismo (ogni atto
idoneo a suscitare paura, panico e
terrore nella collettività) ed eversione
(ogni atto idoneo a distruggere
istituzioni vigenti e sostituirle con
delle altre) e tendenti a dimostrare che
-
terrorismo ed eversione comprendono
anche le attività di preparazione e
progettazione (quindi le attività
prodromiali) che pertanto sono anch’esse
punibili;
-
perché si possa parlare di consumazione
anticipata di atti di terrorismo ed
eversione la struttura associativa che
li progetta deve avere la capacità di
realizzarli, non basta l’adesione a
un’ideologia per quanto aberrante;
-
per quanto riguarda i singoli non basta
adesione a un programma ideologico, ma
occorrono condotte che provano
inserimento dei singoli nella struttura
associativa;
-
il reato associativo è desumibile da
persistenza e sistematicità dei rapporti
organizzativi tra gli affiliati;
-
la finalità di eversione si ha quando i
singoli soggetti sono fermamente decisi
ad attuare un progetto eversivo.
Quindi illustra le condotte che secondo lui provano
l’esistenza di terrorismo ed eversione
per quanto riguarda gli imputati:
raccolta fondi (LEB) attraverso rapine,
sequestri, ecc., formazione di Forze
Armate Popolari, reperimento armi,
reperimento e uso di documenti falsi,
ecc. (in sostanza legge la parte
iniziale della richiesta di rinvio a
giudizio, quella prima delle indicazioni
relative ai singoli imputati).
Afferma che la clandestinità, è vero, in sé non costituisce
un reato, ma lo prefigura se serve per
compiere gli atti sopra menzionati.
Afferma che nel caso in questione si è in presenza di una
struttura complessa, perfettamente
funzionante, organizzata, divisa in
livello legale e livello illegale, che
attua divisione di compiti e ha
disponibilità di fondi e mezzi e con
finalità eversive. E che tutto questo
non risulta da intercettazioni o altro
ma dalle cose che gli stessi imputati
scrivono.
In conclusione o è vera questa accusa oppure vuol dire che
quello degli imputati è solo un gioco,
una finta, qualcosa di virtuale per
usare dei poveri ingenui, per
raccogliere da loro dei soldi da
utilizzare a proprio beneficio e a quel
punto la struttura associativa non è
altro che una setta.
Interviene il compagno Massimo Amore per leggere la sua
dichiarazione (allegato n. 2). Dopo un
po’ il GUP lo interrompe per dire che
quanto sta dicendo non è pertinente;
Massimo afferma che visto che Giovagnoli
accusa l’ASP di finalità eversive lui
intende illustrare le reali finalità
dell’attività dell’ASP. Il GUP dice che
l’attività dell’ASP non è oggetto del
procedimento in esame e dopo qualche
altro botta e risposta si conclude che
la dichiarazione venga allegata agli
atti.
Prende la parola l’avvocato dello Stato per dire che tante
cose sembrano già viste, quel misto di
assemblearismo e goliardia dimostrato
dalle magliette indossate in aula dagli
imputati che servono poi per uscire, per
dire ai loro che le hanno indossate, per
dimostrarsi decisi. Quello che non è
goliardico, però, è la contrapposizione,
lo sbeffeggiamento contro una persona
ben definita che in realtà assolve a una
funzione. Tutto ciò induce a pensare a
una mancanza di senso storico: la Chiesa
adora ancora S. Simeone lo Stilita, ma
vivifica questa venerazione e la
attualizza al 2008 [la potenza della
Repubblica pontificia]. Prendere i
partigiani e la Resistenza come modello
a cui richiamarsi, ma senza
attualizzarlo significa mancare di senso
storico; inoltre richiamarsi a nobili
ideali non comporta automaticamente atti
nobili. Conclude dicendo che il processo
è necessario per tutelare dei poveri
ingenui che rischiano di cadere nella
fossa scavata da gente come gli
imputati.
Il parlare di santi, chiesa e Vaticano fa fare qualche
battuta agli imputati.
A questo punto Giovagnoli protesta per i commenti di Paolo
Babini alle parole sue e dell’avvocato
dello Stato che renderebbero necessaria
un’espulsione, il GUP dice che in aula
non c’è la forza pubblica e che non
vorrebbe essere costretta a
un’espulsione, Giovagnoli salta su a
dire che la si può chiamare la forza
pubblica, ma la cosa si conclude qui.
Dopo una breve pausa dell’udienza, che riprende alle h.
12.30.
A questo punto interviene il compagno Pietro Vangeli
(entrato nel frattempo mentre Paolo è
rimasto fuori) per ribadire la richiesta
che il pubblico o almeno una delegazione
di esso possa entrare ad assistere
all’udienza. Il GUP dice che ha già
spiegato qual è stata la sua decisine in
merito, ribadisce che gli imputati
devono presentare le loro richieste al
GUP tramite i loro avvocati e poi chiede
a Pietro chi è; dopo che Pietro si è
qualificato come imputato, il GUP fa
revocare la precedente dichiarazione di
contumacia e invita gli imputati che
dovessero arrivate ad avvisare della
loro presenza.
Iniziano le arringhe degli avvocati, di cui si riporta una
breve sintesi o si sottolineano i
passaggi più significativi.
Avv. Pelazza: dice che si è parlato di goliardia e
S.Simeone, mentre si tratta di valutare
se ci sono o meno gli elementi per
processare gli imputati; le sentenze
della Cassazione citate da Giovagnoli
non vanno a ciò che è il centro del
procedimento. Il centro è l’imputazione
mossa e la verifica della sussistenza
del reato per cui viene mossa
l’imputazione. Fa un excursus storico
sull’art. 270 da quando venne abolito il
Codice Rocco in poi: mentre negli anni
’50 ne veniva data una interpretazione
restrittiva, negli anni ’70 è stato
reintrodotto e poi ulteriormente
aggravato. Cita alcune considerazione di
Enrico Gallo, presidente dalla Corte
Costituzionale, sul reato associativo e
di altri giuristi. Dice che è tornata
la guerra in Iraq, Afghanistan,
Palestina, Libano però chi si oppone
alla guerra è bollato come terrorista,
come ad esempio Hamas in Palestina e
Hezbollah in Libano. Dice che c’è
pericolosa tendenza ad equiparare
terrorismo e tensione rivoluzionaria,
terrorismo e comunismo e ogni
organizzazione di matrice
marxista-leninista degna di questo nome
che ha e dichiara l’obiettivo della
rivoluzione e della dittatura del
proletariato. Nella situazione attuale
si tratta di stabilire se è legittimo o
meno coltivare l’ideologia comunista
(che qualcuno può definire e ritenere
aberrante, ma resta un suo parere) e
l’agire politico conseguente. Sottolinea
che reputa fuori luogo e offensiva
l’insinuazione che il sig. Maj, che
conosce personalmente, ingegnere che si
è occupato di sicurezza sul lavoro e
ambiente e che ha lasciato la sua
attività per dedicarsi all’attività
comunista, raccolga fondi da “poveri
ingenui per fare la bella vita a Parigi”
e di aver constatato personalmente che a
Parigi Maj non faceva proprio la bella
vita.
Vi è la pericolosa tendenza a passare dal processo punitivo
al processo preventivo e alle misure
repressive amministrative: vedasi
Guantanamo, ecc. Si contesta la
formazione di forze armate, di atti
violenti per reperire fondi, ecc. ma non
viene contestata nessuna rapina, nessuna
arma, ecc. Fa un excursus sui
procedimenti giudiziari contro la
carovana del (n)PCI e sottolinea le
perplessità destate dall’esistenza e
dall’operato del Gruppo bilaterale italo
francese anche per quanto riguarda la
violazione dell’indipendenza del potere
giudiziario. Afferma che, pur non
essendovi ancora una giurisprudenza
precisa in materia, si possono ravvisare
gli estremi per un “no bis in idem”
internazionale visto che in Francia
l’accusa di terrorismo contro le stesse
persone è caduta e tale posizione
dovrebbe fare testo rispetto al
procedimento in corso in Italia, visto
che in Francia vi sono stati già due
gradi di giudizio. Parla della
situazione della sig.ra Polesenan che in
Francia addirittura, dopo perquisizione
e fermo, non è neppure stata
incriminata. Afferma che il delitto
associativo presuppone esistenza di una
struttura idonea. Chiede il non luogo a
procedere.
Avv. D’Alessandro: non c’è concretezza della condotta
contestata, il reato “fine” non è
associato al reato “mezzo”. Dice che
dopo vent’anni di inchieste,
perquisizioni, ecc. è comprensibile che
un cristiano decida di andarsene per
poter svolgere in pace la propria
attività politica. Dice che terrorismo
vuol dire spaventare la gente, quindi i
terroristi sono quelli che prendono le
impronte ai rom, che sganciano bombe
all’uranio impoverito sulla Jugoslavia e
poi nell’Adriatico e che espongono gli
stessi soldati alle malattie derivanti
dall’uso di esse, ecc. Sottolinea che
terrorismo non è mai venuto da sinistra,
ma da tutt’altra area politica: le bombe
alle stazioni e alle banche le hanno
messe i fascisti, mai i comunisti, le BR
e altre organizzazioni simili non hanno
mai colpito nel mucchio, ma hanno
colpito singoli individui per le
funzioni che svolgevano. Chiede il non
luogo a procedere.
Pausa pranzo; prima di uscire Manuela chiede al GUP il
verbale dell’udienza; il GUP sottolinea
che nonostante abbiano numerosi avvocati
gli imputati continuano a rivolgersi
direttamente a lei, comunque comunica
che il verbale sarà disponibile in
cancelleria a partire da domani.
L’udienza riprende alla 14.30. Manuela chiede che venga
messo agli atti che un giovane compagno
ha avuto un attacco di epilessia perché
ha dovuto stare fuori al caldo in quanto
non ha potuto entrare ad assistere
all’udienza. Il GUP ribadisce quanto
detto in merito, chiede se al giovane è
stata prestata assistenza e dice che, se
occorre, per problemi di salute si può
derogare e farlo entrare nel palazzo
della Procura. Manuela dice che è stata
chiamata un’ambulanza e che i poliziotti
fuori si sono ben guardati dal farlo
entrare. Giovagnoli dice che ci cono
anche bar e portici da usare. Pietro
interviene e dice che già che ci siamo
si potrebbe attaccare il giovane
compagno a un albero e magari anche
legarcelo.
Riprendono le arringhe degli avvocati.
Avv. Camplese: dice che la Costituzione e l’ordinamento che
ne è scaturito subisce degli attacchi
eversivi che vengono dall’interno, non
dall’esterno. Afferma che l’avvocato
dello Stato accusa di goliardia gli
imputati quando rappresenta un governo
al cui capo c’è un personaggio che in
fatto di battute goliardiche in varie
sedi non si tira indietro. Annuncia che
c’è un altro procedimento penale aperto
a Bari contro le stesse persone e per
gli stessi reati. Ricorda che l’art. 358
obbliga il PM non solo a produrre ma
anche a ricercare atti in favore dei
presunti rei, ma non risulta
assolutamente che Giovagnoli abbia fatto
ciò. Sottolinea che se anche si
chiudesse questo procedimento ce ne è
già pronto un altro. Dice che Giovagnoli
parla di LEB, rapine e sequestri e poi
dice che l’organizzazione ha dei fondi
perché qualche suo membro vende una casa
e volontariamente devolve una parte dei
soldi all’organizzazione. A proposito
dell’interrogatorio di Marco Lenzoni,
ricorda che Lenzoni è inserito in un
procedimento penale presso la Procura di
Ancora in cui Giovagnoli è parte offesa
e quindi questo dovrebbe indurlo a
passare la titolarità a qualcun altro.
Afferma che questo è un processo
politico in cui non si discute dei
fatti. Chiede il non luogo a procedere.
Avv. Leone: dice che viviamo in tempi molto pericolosi per
la democrazia visto che si manda
l’esercito a pattugliare le strade e si
varano decreti legge ad personam.
Afferma che l’art. 270 bis deve essere
sostanziato da fatti concreti, mentre
qui c’è analisi ultrameticolosa del modo
per attuare propositi criminosi, ma non
ci sono i fatti; a tutte le accuse di
reati associativi deve essere associato
un reato mezzo e un reato fine, mentre
qui non c’è nulla: se un magistrato come
Vigna e altri, noti per essersi occupati
di antiterrorismo avessero avuto tra le
mani un fascicolo come quello di questo
procedimento, avrebbero fatto questo
(prende il fascicolo e lo butta sul
tavolo).
Dice che con accuse come quelle del procedimento in
questione si chiede l’arresto, però
Giovagoli non l’ha fatto: evidentemente
lui stesso non è convinto che ci sia
abbastanza per sostanziare le accuse.
Il GUP deve valutare se gli imputati
meritano 4, 5 o 8 anni di carcere sulla
base delle carte che ha avuto modo di
vedere e leggere. Chiede il non luogo a
procedere.
Avv.ssa Calia: in questo paese c’è stato Gladio che è la
dimostrazione concreta che un partito
comunista non può arrivare alla
conquista del potere democraticamente.
Di solito si parte dal reato per
ricostruire l’associazione che lo ha
commesso, in questo caso è il contrario:
si parte dall’associazione (che nessuno
nega, anzi raramente si è visto
un’organizzazione che dichiara tanto
apertamente e pubblicamente la sua
concezione, i suoi obiettivi, ecc.) per
cercare invano di arrivare ai reati.
Afferma che gli imputati sono stati
perquisiti, pedinati, ascoltati,
intercettati in ogni modo da vent’anni a
questa parte: sono stati fin troppo
pazienti, hanno il sacrosanto diritto
alla loro privacy, a riprendersi la
propria vita. Anche l’accusa ad un
imputato di aver donato soldi per la
causa è fuori luogo, visto che erano
suoi e poteva decidere di darle
tranquillamente per una causa giusta.
Prende la parola Giovagnoli per una replica: dice che la
questione non è l’esistenza di
un’organizzazione, ma concretezza delle
azioni e offensività. Sottolinea che
nessun avvocato ha letto bene gli atti
del processo perché nessuno ha citato i
fatti concreti indicati. Gli atti
criminosi ci sono e sono concreti e si
basano sull’archivio tenuto da Maj e
questo archivio è quello che fa la
differenza perché è evidente che c’è una
diversità tra quello che viene detto e
scritto pubblicamente e quello che c’è
nell’archivio ed è stato scritto per il
proprio interno.
Nell’archivio ci sono:
-
istruzioni per fabbricare esplosivi,
ecc.;
-
resoconto di un viaggio e incontro
effettuato da Di Pinto con Levoni e
Marmotta in cui si parla di un
conoscente partigiano che potrebbe avere
armi, in cui si parla di azioni di
autofinanziamento a cui si sarebbe
partecipato in passato;
-
altre cose simili (in sostanza legge
parti della sua richiesta di rinvio a
giudizio).
Dice quindi che non si tratta di cose astratte, ma di
programmi concreti, di qui ed ora.
Termina leggendo la definizione di art.
270 bis e chiarendo che la definizione
di ideologia aberrante non è sua, ma
della sentenza della Cassazione che
stava citando.
Il GUP si ritira per decidere (alle h. 16.00 circa) e
comunica che l’udienza riprende alle h.
17.30.
Alla ripresa dell’udienza, il GUP comunica la propria
decisione:
-
non luogo a procedere
-
non competenza della corte di Bologna
per i reati contestati da Giovagnoli a
carico di Levoni nella scorsa udienza e
la trasmissione dei relativi atti alla
competente corte di Milano.
Vittoria!!
Baci e abbracci nell’aula tra i compagni
imputati e gli avvocati. Si avvisano i
compagni fuori e quello che fino allora
era stato un ritmo costante di canti,
slogan, musica che avevano accompagnato
tutte le fasi del processo e che ben si
udivano dall’aula diventa un urlo di
vittoria e di slogan contro la
l’inquisitore, la polizia al suo
servizio e per la lotta per il
comunismo.
Dalla piazza
Il presidio colorato di rosso e rumoroso è incominciato
alle 9.30 con l’inizio dell’udienza
preliminare. Eravamo una sessantina di
compagni, meno del 13 maggio perché
molte delle nostre forze erano impegnate
nell’allestimento della Festa nazionale
di Resistenza e i compagni del
SLL provenivano dalla loro festa di tre
giorni. Con noi i compagni di Proletari
Comunisti, del circolo Iqbal Masiq di
Bologna, del PCL, oltre le delegazioni
della Turchia e della Repubblica Ceca,
più alcuni compagni di Bologna.
Il presidio si è caratterizzato, come l’altra volta, con
canti, slogan e bandiere rosse,
banchetti di vendita materiale, raccolta
firme contro l’OPG e diffusione del
nostro foglio.
Intorno alle 10.30 alcuni nostri compagni hanno cercato di
entrare nel tribunale per seguire da
vicino il processo (anche se non si
poteva entrare direttamente in aula). La
polizia li ha fermati dicendo che non si
poteva entrare con magliette con la
scritta “STOP a Giovagnoli” perché
avrebbe significato inscenare una
manifestazione dentro la procura. I
compagni, levatisi le magliette, hanno
provato a entrare nuovamente. Sono stati
fermati di nuovo con arroganza dagli
agenti della Digos al soldo di
Giovagnoli. A quel punto tutti i nostri
compagni hanno lasciato la piazza, e
attraversata la strada, si sono
posizionati sul marciapiede della
procura presidiato da Digos e polizia in
assetto antisommossa, chiedendo a gran
voce di fare entrare almeno una
delegazione di tre compagni. A quel
punto la Digos ha cominciato a chiedere
i documenti ai compagni che avevano
macchine fotografiche e telecamere. Qui
è iniziata la nostra protesta verso il
digossino che per tutto il tempo ha
ripreso con la telecamera il nostro
presidio (bambini compresi). La Digos e
la polizia si è schierata, ma anche noi
ci siamo schierati. Ci siamo
posizionati, per tutta la durata del
processo, vicino all’ingresso del
tribunale, contrastando il cordone di
poliziotti. I compagni sono stati,
sotto un sole cocente, faccia a faccia
con la sbirraglia, determinati e decisi,
a gridare slogan e cantare canzoni
rivoluzionarie, a tenere ferma la nostra
posizione. Mentre i nostri compagni
imputati all’interno svolgevano la loro
battaglia e ogni tanto ci facevano avere
notizie dell’andamento del processo i
compagni fuori li hanno sostenuti tutto
il tempo, sempre più vicini all’entrata
della procura, con la Digos che però
pian piano indietreggiava.
Alle 17.30, con ormai il nostro cordone e i nostri compagni
davanti il cancello è arrivata da dentro
la notizia: ABBIAMO VINTO. NON LUOGO A
PROCEDERE. A quel punto i compagni hanno
cantato più forte e inneggiato alla
vittoria, davanti agli sgherri di
Giovagnoli delusi e incazzati.
Dopo c’è stato un breve comizio dei compagni imputati dei
CARC e dell’ASP e del segretario
generale del SLL, che hanno rimarcato
che è stata vinta una battaglia per il
movimento comunista del nostro paese e
per la rinascita del movimento comunista
internazionale.
Dopo che buona parte dei compagni si erano avviati verso
casa, quando eravamo rimasti circa 15
compagni a riordinare e caricare
bandiere e banchetti in macchina, parte
(quasi tutti i dirigenti e quelli in
borghese) dei digossini incazzati e
vigliacchi, ci hanno circondato
chiedendo provocatoriamente i documenti
ad alcuni giovani compagni, in
particolare a quelli che a loro avviso
erano stati più grintosi nel lanciare
gli slogan. Erano molto provocatori e
evidentemente speravano in una nostra
reazione per portare via qualcuno di noi
e fargliela pagare o per scaricare la
loro rabbia e la bile accumulata durante
la giornata. Anche la gente seduta nei
bar li guardava disgustata.
Il miglior commento alla nostra vittoria è stato quello di
due signore anziane sedute al fresco del
parco che quando hanno visto i nostri
compagni urlare di gioia ci hanno detto:
siamo contente che avete vinto…..noi lo
sappiamo che si stava meglio quando
c’erano i comunisti.
Ringraziamo tutte le organizzazioni e
tutti i compagni e le compagne che in
questi anni ci hanno sostenuto e hanno
lottato con noi contro questa
persecuzione politica, i settemila che
hanno firmato l’appello “No alla
persecuzione dei comunisti”, gli
avvocati che hanno dato il loro
importante contributo per la vittoria,
tutti quanti si sono uniti e hanno
partecipato alla lotta comune contro la
repressione e per la solidarietà
proletaria.
IL PRIMO LUGLIO È STATA UNA GIORNATA NERA PER I REAZIONARI
E I LORO SERVI!
MENTRE È STATA UNA GIORNATA RADIOSA PER I COMUNSITI E PER I
RIVOLUZIONARI!
W LA CAROVANA DEL (NUOVO) PARTITO COMUNISTA ITALIANO!
QUESTA VITTORIA SEGNA UN’IMPORTANTE SVOLTA NELLA LOTTA PER
FARE DELL’ITALIA UN NUOVO PAESE
SOCIALISTA!
Allegato 1
Dichiarazione di Manuela
Oggi in quest’aula si tiene l’udienza preliminare sulla
montatura giudiziaria messa in piedi dal
sostituto procuratore Paolo Giovagnoli
violando la legislazione e la
Costituzione del nostro paese,
manipolando le autorità di altri paesi,
calpestando i principi democratici a cui
si richiamano organismi come
Magistratura Democratica (di cui, a quel
che ci risulta, lo stesso Giovagnoli fa
parte).
E questo con un preciso scopo: impedire o almeno
ostacolare l’attività dei comunisti nel
nostro paese e in particolare l’attività
della carovana del (n)PCI, impedire che
i comunisti mobilitino e organizzino una
parte importante delle masse popolari
del nostro paese a porre fine a tutto
ciò che rende difficile, stentata e
precaria la loro vita.
Affermo questo per alcuni precisi
motivi.
Primo. Contro la carovana del (n)PCI
dagli anni ’80 fino ad oggi sono già
state condotte sette inchieste con lo
stesso capo di imputazione, tutte
finite, dopo perquisizioni, sequestro di
materiale, arresti cautelari e campagne
stampa diffamatorie, con un non luogo a
procedere o con un’assoluzione… Ebbene
che fine ha fatto il principio giuridico
del “no bis in idem”?
Eppure il dott. Giovagnoli lo conosce
bene questo principio: ci risulta
infatti che nell’agosto 2004,
nell’ambito dell’inchiesta bis unificata
sulla strage alla stazione di Bologna e
dell’Italicus, ha chiesto la non
procedibilità appunto per “bis in idem”
nei confronti dei neofascisti
Piergiorgio Marini e Giuseppe Ortensi
per i reati di banda armata e
associazione sovversiva, richiesta
accolta dal giudice istruttore di
Bologna Leonardo Grassi. Vuol dire che
il principio del “bis in idem” vale per
i neofascisti ma non per i comunisti? E’
questa l’uguaglianza dei cittadini di
fronte alla legge?
Secondo. Che considerazione ha
Giovagnoli dei suoi colleghi che, nel
corso di vent’anni, hanno condotto ben
sette inchieste, giungendo tutti alla
medesima conclusione? Li considera forse
degli emeriti incompetenti? Il 24 aprile
2003, quindi solo alcuni mesi prima che
Giovagnoli aprisse la sua inchiesta, il
giudice Umberto Antico della Procura di
Napoli rigettò la richiesta di arresti
cautelari avanzata dal PM Stefania
Castaldi (titolare di un’inchiesta
contro la carovana del (n)PCI parallela
a quella di cui è titolare Giovagnoli)
ai danni di numerosi dei militanti per
cui oggi Giovagnoli chiede il rinvio a
giudizio, dichiarando, sulla scorta di
diverse sentenze della Cassazione, che
il (n)PCI non è un’organizzazione
terroristica e che la clandestinità in
sé e per sé non costituisce un reato.
Il PM Giovagnoli non ha preso
assolutamente in considerazione il
rigetto del giudice Umberto Antico, ha
nascosto questo atto (che è inserito in
un nuovo procedimento giudiziario da lui
aperto nel 2005 e attualmente secretato)
e lo ha consegnato agli avvocati
difensori su loro specifica richiesta
solo recentemente: anche il giudice
Umberto Antico non capisce niente? O è
forse un simpatizzante del Partito dei
CARC?
Terzo. Giovagnoli ha comunque aperto
l’inchiesta e, attraverso una rogatoria,
ha chiesto alle Autorità francesi di
aprire a loro volta un’inchiesta per
“associazione sovversiva” contro
quest’area politica. Nel maggio del 2003
il PM Castaldi aveva chiesto la stessa
cosa alle Autorità Svizzere ma le era
andata male: il Ministero Pubblico della
Confederazione infatti, nella persona
del Procuratore Federale Alberto Fabbri,
ha risposto che “la domanda di
assistenza giudiziaria, fondata
esclusivamente sull'articolo 270bis del
Codice penale italiano, deve essere
respinta a causa del carattere
prevalentemente politico”.
A Giovagnoli invece il tentativo è riuscito, la
Magistratura Francese si è prestata al
servizio... ma ne è uscita scornata!!!
Infatti dopo tre anni di inchiesta (dal
2003 al 2006), il giudice
dell’antiterrorismo francese, Gilbert
Thiel, ha emesso un non luogo a
procedere per l’accusa di “terrorismo” e
nella sua ordinanza di fine inchiesta
dichiara, non senza una buona dose di
irritazione, che “non è stato messo in
evidenza l’esistenza di un disegno
terroristico imminente e neanche
semplicemente programmato in un futuro
definibile” e l’intesa “non mirava a
minacciare seriamente l’ordine pubblico
né con l’intimidazione né con il
terrore, né ora, né in un futuro
prossimo e neppure in un futuro i cui
contorni possano essere definiti”. Anche
dell’operato del collega francese
Giovagnoli se ne fa un baffo: infatti
rinvia a giudizio tutti gli imputati per
“fatti commessi in Italia e in Francia”
senza minimamente considerare le
conclusioni dei giudici francesi!
Comunque in Francia qualcuno si è reso conto che “c’era
puzza di marcio” e infatti il Sindacato
della Magistratura francese ha
dichiarato, in merito all’inchiesta del
giudice Thiel, che “in questa inchiesta
non è possibile escludere che la
magistratura francese sia stata
strumentalizzata dalle autorità
italiane”. Né più, né meno!
Quarto. Giovagnoli ha partecipato
attivamente alla creazione e
all’attività del “Gruppo bilaterale
italo-francese su terrorismo e minacce
gravi”. Questo strano “Gruppo” è stato
creato nel marzo 2004 a Roma, in una
riunione che si è tenuta presso il
Ministero della Difesa. A questa
riunione hanno partecipato giudici
italiani (tra cui appunto Giovagnoli) e
francesi, dirigenti della polizia
politica e dei servizi segreti italiani
e francesi, membri dei due governi: che
fine ha fatto il dettato costituzionale
dell’indipendenza del potere giudiziario
da quello esecutivo?
Eppure a un dibattito promosso dall’Associazione Nazionale
Magistrati di Ravenna Giovagnoli è
intervenuto invitando i magistrati ad
aderire allo sciopero nazionale indetto
proprio per difendere l’indipendenza
della magistratura: è il caso di dire
che “predica bene ma razzola male”? o è
un imbroglio bell’e buono?
Il 22 novembre 2006 i senatori Russo Spena e Boccia hanno
presentato un’interpellanza parlamentare
in cui vengono sollevati forti dubbi
sulla legittimità del “Gruppo
bilaterale” e vengono chieste
informazioni dettagliate sulla sua
attività. L’interpellanza, però, non ha
avuto alcuna risposta! Perché? Che fine
ha fatto questo Gruppo? Che cosa sta
facendo? Questo processo servirà per
chiarire il ruolo e l’attività di questa
struttura parallela nella persecuzione
contro di noi!
Il “Gruppo bilaterale” ha lavorato attivamente contro la
carovana del (n)PCI e i suoi membri si
sono prestati un’assidua e attiva
assistenza, basta leggere gli atti, o
almeno quello che ne è stato depositato.
Alle varie interpellanze presentate dai parlamentari
Caruso, Cento, Russo Spena e Boccia in
merito agli arresti dei membri e
simpatizzanti del (n)PCI eseguiti a più
riprese in Francia, il governo italiano
ha sempre risposto che non sapeva niente
della vicenda e che avrebbe attivato
appena possibile l’ambasciata. Eppure
tra i membri del “Gruppo” figurano
Stefano Mogini, magistrato italiano di
collegamento presso il Ministero della
Giustizia, ed Emmanuel Barbe, magistrato
francese di collegamento presso il
Ministero di Grazia e Giustizia e
addetto all’ambasciata di Francia a
Roma. Eppure i membri del “Gruppo
bilaterale” si tenevano informati in
tempo reale su tutto ciò che succedeva
in Francia tanto che, ad esempio, Mogini
nel maggio 2006 avvisa Giovagnoli che
“Maj è stato rimesso in libertà ieri
pomeriggio”.
Quinto. Per Giovagnoli e gli altri del
“Gruppo bilaterale” eludere le leggi non
è un problema!
Il 23 luglio 2004 Mogini scrive a
Giovagnoli: “sono in grado di confermare
che gli atti di esecuzione delle
operazioni già eseguite a Parigi in
presenza di personale del ROS di Napoli
e della DIGOS di Modena sono stati
trasmessi ieri dal Presidente Bruguiere
per le vie convenzionali”: vuol dire
allora che ci sono anche delle vie non
convenzionali? Quali? Perché?
Il 7 dicembre 2004 ancora Mogini scrive a Giovagnoli che
“il commissario Veaux mi prega di
confermargli la vostra rinuncia
all’esecuzione della rogatoria in
oggetto. E’ persona gentilissima e molto
disponibile alle esigenze di
cooperazione con l’Italia e tiene fermo
ormai da parecchio tempo il fascicolo
delegatogli da Bruguiere (…).Possiamo
levarlo rapidamente dagli impicci? Lui
lo merita”. Perché il commissario Veaux
teneva fermo quel fascicolo?
A che cosa sia “disponibile” il commissario Veaux si evince
chiaramente quando lo stesso risponde
che non può soddisfare la richiesta di
Giovagnoli di effettuare le “operazioni
tecniche di intercettazione delle
conversazioni nella cella occupata dal
Maj e nella sala colloqui durante le
visite ricevute dal Maj” e di
trasmettergli le registrazioni. Dice
infatti Veaux che “per adesso in
Francia non ci sono disposizioni
legislative che prevedano una tale
operazione ed è tecnicamente impossibile
installare un dispositivo di
registrazione affidabile nella sala
colloqui”: quindi il problema non sono
tanto le leggi, ma le difficoltà
tecniche?
Sesto. Giovagnoli ci accusa di essere
terroristi ed eversori per aver, tra le altre cose, “cercato di stabilire
rapporti di interlocuzione”, di “dialogo
e confronto” con le Brigate Rosse e
altre organizzazioni di matrice
comunista; ebbene come dovrebbe essere
definito Giovagnoli per i suoi rapporti,
decisamente ben più di “interlocuzione”
visto che fanno parte del Gruppo
bilaterale, con Francesco Gratteri sotto
inchiesta per i massacri alla scuola
Diaz al G8 di Genova e con altri su cui
nel Dossier depositato agli atti si
possono trovare informazioni
dettagliate?
In conclusione, signor giudice, voglio sottolineare che
- il dottor Giovagnoli ha la tendenza a vedere terroristi
ed eversori ovunque: ha affibbiato
l’aggravante di “eversione
dell’ordinamento democratico” a 9
studenti della Rete universitaria per
aver promosso l’autoriduzione del prezzo
della mensa; ha accusato di “finalità
eversive” il “movimento politico
denominato S.Precario” per
un’autoriduzione del prezzo di un
cinema; ha inquisito come “terroristi
islamici” quattro operai marocchini di
religione musulmana per aver detto,
mentre effettuavano delle riprese, che
l’affresco nella basilica di S.
Petronio, quello che ritrae Maometto
torturato dai demoni, aveva un carattere
blasfemo;
- il dottor Giovagnoli amministra la
giustizia in modo alquanto singolare e
disinvolto non solo quando si tratta di
comunisti e oppositori, ma anche quando
si tratta di lavoratori che difendono i
loro diritti e quelli delle altre
persone o che sono vittime di incidenti
sul lavoro: nel 2006 ha messo sotto
inchiesta per “interruzione di pubblico
servizio da cui era derivato un ritardo
di 18 minuti” un macchinista che si era
rifiutato di mettere a repentaglio la
vita sua e dei passeggeri guidando un
treno sulla cui motrice non erano
installati adeguati sistemi di
sicurezza; nel 2004 ha messo sotto
inchiesta due operai ustionati in un
incidente sul lavoro perché non
avrebbero rispettato le istruzioni e le
disposizioni dell’azienda, sorvolando
allegramente sul fatto che l’azienda non
aveva fatto formazione ai due operai e
che aveva adibito uno dei due a più
mansioni contemporaneamente;
- il dottor Giovagnoli mostra la
propensione ad usare e abusare delle
leggi: nella scorsa udienza, nonostante
il GUP abbia cercato di fargli notare
l’incongruenza, ha preteso di aggiungere
la dicitura “e successivamente
perduranti” al termine temporale fissato
nel rinvio a giudizio entro il quale
sarebbe stato commesso il reato di
associazione sovversiva con finalità di
terrorismo, rendendolo a tempo
indeterminato! Successivamente ha
disposto l’interrogatorio del sig. Marco
Lenzoni a Massa in merito al
procedimento di cui ha chiuso le
indagini nel 2005 e per cui ha
depositato richiesta di rinvio a
giudizio nel 2007.
Quindi quello che lei, signor giudice, è
chiamato a decidere oggi è se avallare o
meno (e quindi se rendersi complice o
meno) questa montatura giudiziaria,
questo accanimento giudiziario, questi
metodi, questa persecuzione che
Giovagnoli ha condotto contro il (n)PCI,
contro il P. dei CARC e contro l’ASP.
Questa è, in sintesi, la questione in
discussione!
Manuela Maj
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Allegato 2
Dichiarazione di Amore Massimo,
imputato nel procedimento giudiziario n°
9096/03 R.G.N.R. Tribunale di Bologna.
Udienza preliminare, presso l’Ufficio del GIP
R. Zaccariello, Tribunale di Bologna
1 luglio 2008
Sono accusato insieme ad altri compagni di
lotta, dal Pubblico Ministero Dr. P.
Giovagnoli, di associazione sovversiva,
del “delitto previsto e punito
dall’articolo 270 bis co. 1 c.p e 270
bis co. 2 c.p…”, un articolo del CP
ereditato dal codice fascista e
aggiornato nel corso del regime
democristiano post bellico, fino
all’attuale ventennale fase di
putrefazione del regime DC e della
cosiddetta “seconda repubblica”.
Sono presente in questa aula del Tribunale
dello Stato borghese, in quanto
perseguitato politico, in quanto
comunista che da anni si batte, come
tanti altri comunisti e organismi di
lotta della classe operaia, per la
rinascita del movimento comunista, per
ricreare le condizioni della
ricostruzione di un vero partito
comunista, un partito che effettivamente
si è costituito nell’ottobre del 2004
nella clandestinità, il (nuovo)Partito
Comunista Italiano.
Con l’avvento del (n)PCI e la pubblicazione,
nel marzo 2008 del suo Manifesto
Programma, è rinata una nuova speranza.
Di nuovo la classe operaia e le masse
lavoratrici sfruttate hanno
un’organizzazione di lotta, uno
strumento politico ed ideologico che
guida già ora i lavoratori più avanzati
a fare dell’Italia un nuovo paese
socialista: un paese con un ordinamento
economico, sociale di gran lunga
superiore all’ultimo barbaro ordinamento
sociale rappresentato dal capitalismo e
dall’imperialismo.
Questo fatto storico, la nascita del (n)PCI
rappresenta per la classe sfruttatrice,
la borghesia imperialista e i suoi
gruppi di potere più significativi (la
Confindustria, il Vaticano, gli
imperialisti USA, quelli europei e i
sionisti dello Stato d’Israele), una
ferita mortale che li porterà alla
scomparsa definitiva.
Dopo anni di tentativi, fin dalla gloriosa
vittoria della Resistenza partigiana
contro il nazifascismo, la classe
operaia più cosciente ed avanzata è
riuscita ad uscire dal pantano politico
e ideologico in cui l’aveva gettata la
deviazione revisionista e riformista
intrapresa dal vecchio partito comunista
guidato da Togliatti. Finalmente la
classe operaia più avanzata e cosciente,
dopo un lungo e tortuoso percorso
politico, fatto di bilancio storico e
analisi materialista e dialettica, è
riuscita a fare un passo importante per
la sua storia futura, per la sua
definitiva emancipazione.
Da sempre in Italia, come del resto in tutto il
mondo, l’accerchiamento della borghesia
imperialista, con i suoi apparati
repressivi e con il suo sistema
scientifico di contro rivoluzione
preventiva, ha costantemente operato
affinché giammai la classe operaia si
liberasse dalla sudditanza politica,
ideologica, organizzativa e culturale
dei partiti filo borghesi o direttamente
padronali. Ma la natura stessa del
capitalismo con i suoi regimi conducono
alla sua negazione, inevitabilmente
portano al risveglio delle classi
oppresse, che primo o poi si organizzano
per prendere il potere e dirigere un
vero e democratico progresso sociale.
Con la rinascita del nuovo movimento comunista
in Italia e in tutto il mondo, le masse
popolari potranno capire e reagire
sempre di più e meglio alle cause del
loro malessere endemico e sempre più
profondo. Le masse lavoratrici capiscono
già adesso chi sono i responsabili dei
milioni di morti causati dalle guerre di
rapina e saccheggio delle risorse
naturali, a scapito dei popoli dei paesi
oppressi come in Medio Oriente, la
Palestina, l’Iraq, il Libano e dell’ex
Jugoslavia. E ancora di più i lavoratori
capiscono che alla guerra di sterminio
non dichiarata della borghesia
imperialista, che è causa di milioni di
morti ogni anno per lo sfruttamento del
lavoro, di milioni di bambini “uccisi”
da malattie curabili, di milioni di
giovani morti per la diffusione di
alcool e droga, di milioni di esseri
umani che muoiono per mancanza di acqua,
cibo e per la distruzione e devastazione
dell’ambiente, va opposto un nuovo
ordine sociale che è il socialismo.
Come già è avvenuto in altri momenti storici,
superando i limiti e gli errori dovuti
all’inesperienza del proletariato e del
movimento comunista e all’insufficiente
sviluppo generale delle forze produttive
del passato, le masse capiscono ancora
di più oggi che il socialismo è la sola
via per uscire dal marasma del
capitalismo.
Sono oggi qui in quest’aula di tribunale anche
come responsabile nazionale
dell’Associazione Solidarietà Proletaria
(ASP), che da anni si batte contro la
repressione e la persecuzione dei
comunisti, degli antimperialisti, degli
anarchici, degli indipendentisti, dei
sindacalisti combattivi e onesti, delle
avanguardie di lotta operaie e dei
movimenti rivendicativi, degli
antifascisti, degli immigrati arabi e
islamici, degli immigrati provenienti
dai vari continenti e degli zingari.
L’ASP in particolare si batte da anni per
sostenere la resistenza dei prigionieri
politici in Italia e nel mondo, contro
le angherie a cui questi sono sottoposti
da parte delle autorità borghesi, con
varie forme di tortura per piegare le
loro coscienze, la loro identità
politica rivoluzionaria.
Come membro dell’ASP rivendico con forza la
libertà di parola, la libertà di
espressione del pensiero, la libertà
dell’agibilità politica e di
associazione degli organismi politici,
sindacali e culturali appartenenti alla
classe operaia, a tutto il proletariato
e alle masse popolari. Di contro
denuncio lo strapotere del “pensiero
unico”dei mezzi di informazione, stampa
e TV in particolare, appartenenti alle
fazioni borghesi, strumenti di
propaganda che travisano e confondono ad
arte la realtà dei fatti, per orientare
in modo errato e strumentale, in senso
controrivoluzionario le coscienze della
stragrande maggioranza delle masse. Le
campagne stampa di criminalizzazione
contro il n-PCI, contro il Partito dei
CARC contro l’ASP e tante altre
organizzazioni comuniste, la dicono
lunga sul ruolo sporco che giocano i
mezzi d’informazione collusi con il
potere borghese e i gli apparati
repressivi. I mass media sono veri e
propri strumenti di una “guerra
culturale e di propaganda” anticomunista
e antioperaia.
Uno dei motivi della persecuzione di cui sono
oggetto in questo procedimento
giudiziario, è che l’attività dell’ASP
da fastidio allo Stato borghese.
Un’attività che l’ASP da sempre svolge
in prima fila nell’invogliare le masse a
resistere alla repressione che si
abbatte su di esse. Per l’attività che
tende a sviluppare la lotta contro la
repressione e a promuovere la
solidarietà con chiunque, singolo o
gruppo, viene represso e arrestato dalle
autorità borghesi perchè difende le
proprie idee politiche e i propri
diritti e lotta per conquistarne altri.
Di volta in volta, in quest’ultimo trentennio,
è stata scatenata dai governi borghesi
di turno (di destra o di sinistra è
pressoché comune il programma di
repressione) la caccia alle streghe
contro i membri dell’ASP. Sin dagli anni
’80 sono state avviate inchieste
giudiziarie contro i membri dell’allora
Coordinamento dei comitati contro la
repressione e della redazione de IL
BOLLETTINO. La prima di queste
inchieste (1981 Procura del Tribunale di
Bergamo), contro il Direttore de IL
BOLLETINO, Giuseppe Maj, finì con un
nulla di fatto, come finirono in un
nulla di fatto le successive sette
inchieste giudiziarie. Tutte queste
inchieste a cui si deve aggiungere il
procedimento penale in corso dal 2006,
presso il Tribunale di Trani, sempre
contro il Diretore dei IL BOLLETTINO,
per aver pubblicato in modo legittimo
scritti dei prigionieri politici delle
Brigate Rosse.
La ragione vera della persecuzione trentennale
contro i membri dell’ASP è dunque legata
alle battaglie politiche promosse tra le
masse popolari, contro i tentativi di
annientamento dei prigionieri politici
nelle carceri speciali. L’ASP è sempre
stata alla testa delle lotte contro il
movimento di dissociazione dalla lotta
di classe promosso dalla borghesia. Per
costringere i prigionieri politici alla
dissociazione li si sottoponevano
all’articolo 90, all’isolamento duro. In
questi ultimi anni l’ASP ha continuato a
battersi, nonostante la repressione,
contro la tortura dell’isolamento,
contro l’articolo 41 bis a cui sono
sottoposti numerosi rivoluzionari
prigionieri, a cui si negano il diritto
alla socialità, allo studio, a normali
rapporti epistolari, a normali colloqui
con i propri familiari senza vetri
divisori ed altri diritti che possono
rendere la detenzione minimamente
dignitosa e rispettosa dei diritti
umani.
L’ASP si è fatta promotrice di battaglie contro
la caccia all’immigrato, contro le leggi
razziali come “la Bossi-Fini” in
particolare e l’attuale decreto Maroni
che criminalizza i migranti clandestini,
riservandogli la galera, la detenzione
nei CPT in condizioni disumane e infine
l’espulsione dall’Italia. Allo Stato
borghese da enormemente fastidio che l’ASP
promuova la resistenza e denunci
pubblicamente tutto questo, avvalendosi
della libertà di espressione e di
informazione sancita dalla stessa
Costituzione. Da fastidio la denuncia
delle numerose azioni di illegalità che
commettono gli apparati repressivi dello
Stato. Uno fra i tanti episodi è la
partecipazione dei servizi segreti
italiani al rapimento a Milano, nel
2004, dell’Imam Abu Omar organizzato
dalla CIA e coperto dal segreto di
Stato, dall’allora governo reazionario
Berlusconi e il silenzio assenso
dell’opposizione capeggiata da Prodi.
Una collaborazione dello Stato, che
alimenta le prigioni segrete della CIA
e quelle come Guantanamo in cui si
pratica sistematicamente la tortura
contro i prigionieri e che i carabinieri
del Generale Ganzer conoscono bene per
esserci stati a fare interrogatori
diretti.
Ai governi Berlusconi, come ai governi di
centro sinistra dell’epoca Prodi, è
scomodo che l’ASP denuncia
pubblicamente, come hanno fatto decine e
decine di associazioni e organismi
politici, i mandanti delle operazioni
repressive sanguinarie delle
manifestazioni di piazza di Napoli e
Genova 2001, che l’ASP smascheri e
denunci politicamente i responsabili e i
mandanti delle torture commesse contro
centinaia di persone nella caserma
Ranieri di Napoli e nelle scuola Diaz e
Bolzaneto a Genova. Ai governi borghesi
non va giù il fatto che l’ASP denunci le
innumerevoli operazioni repressive e i
numerosi arresti basati su congetture,
teoremi e accuse inventate di terrorismo
contro tutti coloro che vengono ritenuti
pericolosi per l’ordinamento sociale
vigente, per il fatto che rappresentano
centri di promozione e organizzazione
delle lotte politiche e sociali. Come le
numerose inchieste giudiziarie avviate
contro i gruppi politici (Sud Ribelle, A
manca pro s’Indipendentzia in Sardegna,
Proletari Comunisti, Iniziativa
Comunista e i numerosi gruppi di
anarchici), contro lo SLAI Cobas per il
sindacato di classe, contro cittadini di
religione islamica ecc.. Allo Stato non
va giù il fatto che si denuncino le
azioni repressive nei posti di lavoro,
dei licenziamenti sindacalisti di
fabbrica come alla FIAT di Pomigliano o
di Melfi.
Allo Stato Italiano da fastidio che l’ASP porti
avanti battaglie politiche come quella
contro l’estradizione dei due
prigionieri comunisti turchi Avni Er e
Zeynep Kilic, minacciati di estradizione
ed espulsione verso la Turchia. L’ASP
denuncia il tentativo del governo
italiano di scambiare per affari, questi
prigionieri comunisti con un paese noto
per l’attività della violazione dei
diritti umani e per la pratica della
tortura sempre denunciata dalle maggiori
associazioni internazionali dei diritti
umani.
L’ASP è scomoda allo Stato perché denuncia la
violazione del diritto di difesa dei
perseguitati politici come, ad esempio,
avviene con gli arrestati del 12
febbraio 2007, dell’inchiesta milanese
del PM Boccassini contro i militanti o
presunti tali, del partito comunista
politico-militare. A questi comunisti e
sindacalisti viene negata la possibilità
di comunicare fra loro per potersi
difendere e per oltre un anno sono stati
tenuti ingiustificatamente in stato
d’isolamento. Alle Autorità da fastidio
il fatto che l’ASP abbia denunciato,
sempre in relazione all’inchiesta
milanese, la persecuzione di alcuni
sindacalisti che avevano espresso
solidarietà per gli arrestati.
E ancora allo Stato da fastidio il fatto che
Solidarietà Proletaria abbia denunciato
la persecuzione degli antifascisti che a
Milano erano scesi in piazza a marzo
2006 per impedire un corteo illegale del
neo fascismo di Forza Nuova a cui le
Autorità locali e nazionali avevano dato
permesso e appoggio.
L’ASP è ritenuta scomoda perché mette in
evidenza come la giustizia borghese
tratta con due pesi e due misure da un
lato i prigionieri politici e i detenuti
proletari e dall’altro lato qualche
“malcapitato” borghese. Mentre ai
politici prigionieri e ai proletari
detenuti si riservano condizioni di
detenzioni disumane, ai faccendieri, ai
politici borghesi si concedono benefici
e comodi arresti domiciliari nelle loro
case di lusso come ai Tanzi, ai Previti,
ecc..
Da anni dunque, per questi motivi, l’ASP è
stata oggetto di criminalizzazione con
l’obbiettivo di fermare la sua attività
che effettivamente costituisce un grave
danno per l’ordinamento borghese che è
chiaramente intriso di ingiustizie
sociali.
Per ora non ho altro da aggiungere. Ma non ho
alcuna intenzione di rinunciare alla mia
facoltà di pensare che il comunismo è la
via giusta da contrapporre con orgoglio
e forza allo stato delle cose che sono
la causa dei peggiori mali dell’umanità.