CARC

Comunicati e volantini della Direzione Nazionale

Archivio - 2008

 

Comunicato DN del 02.07.2008

Milano 01.07.2008

 

Milano 02.07.2008

 

LA LOTTA, LA MOBILITAZIONE E LA SOLIDARIETÀ PAGANO!!!

 

Lo STOP al novello Torquemada Giovagnoli e ai suoi complici e mandanti è una vittoria per i comunisti, per gli antifascisti e per tutti i sinceri democratici.

 

La chiusura dell’Ottavo procedimento giudiziario contro la carovana del (n)PCI segna un’importante tappa contro i propositi di messa fuori legge dei comunisti e di repressione del movimento popolare di resistenza del nostro Paese!

 

“Nel capitalismo il proletario è giuridicamente libero, non è legato né alla terra né ad alcun padrone. Egli può andare a chiedere lavoro nell’azienda dell’uno o dell’altro capitalista. Però non può essere libero rispetto alla borghesia nel suo insieme. Privo dei mezzi di produzione, egli è obbligato a cercare di vendere la sua forza-lavoro e a subire perciò il giogo dello sfruttamento. La borghesia ha bisogno della libertà del venditore e del compratore di merci, ma d’altra parte deve impedire che i proletari si coalizzino e riducano il loro sfruttamento. Deve cioè impedire sia che elevino il loro salario al di sopra del valore della loro forza-lavoro sia che riducano il pluslavoro: la differenza tra il tempo effettivo di lavoro e il tempo di lavoro necessario a produrre un valore pari a quello della forza-lavoro. Quindi deve ostacolare la crescita della coscienza e dell’organizzazione della massa dei proletari. Se le è impossibile impedirla in assoluto, deve deviare e periodicamente stroncare e ricacciare indietro le organizzazioni e la coscienza dei proletari. Essa deve periodicamente rompere la sua legalità democratica. Ma questo la contrappone violentemente alle masse popolari. Crea una situazione da guerra civile. Se non basta minacciare la guerra civile, bisogna farla. Questo, oltre che essere dannoso per gli affari, per la borghesia è molto pericoloso. Quando la borghesia contrappone agli operai le armi, prima o poi anche gli operai si armano.”  Dal Manifesto Programma del (nuovo) Partito comunista italiano, marzo 2008.

 

La giornata del 1° luglio a Bologna sarà ricordata come la giornata della riscossa del movimento comunista e proletario e del nostro Paese e della potenza della linea che i comunisti, adottata anche dal vecchio PCI durante il regime fascista, non si fanno processare dalla borghesia e che usano le aule dei tribunale e le piazze per passare da accusati ad accusatori, per far fronte agli attacchi e raccogliere e accumulare le forze rivoluzionari.

Illustrando brevemente gli eventi che si sono svolti nella giornata di ieri, dalla piazza all’aula del tribunale, capiamo bene perché è importante che i comunisti e i lavoratori non si facciano legare le mani dalle regole, dai vincoli e dalla rete che la borghesia e i suoi apparati mettono in atto contro di loro.

 

Dall’Aula del Tribunale

 

La giornata inizia alle 10 circa con la  Lettura delle decisioni del GUP in merito alle eccezioni presentate dagli avvocati il 13 maggio.

Prima che il GUP Dott.ssa Rita Zaccariello inizi a parlare, Manuela chiede chi sono le persone presenti in aula oltre a quelle menzionate nell’appello. Il GUP spiega che si tratta di persone che hanno richiesto di essere presenti per motivi professionali: praticanti degli avvocati (c’è la figlia di un nostro avvocato; ci sono due praticanti dell’avvocato di Stato e due o tre “apprendisti” digos). Allora Manuela chiede che possano assistere all’udienza i compagni che sono fuori che hanno anche loro dei validi motivi “professionali” per assistere all’udienza. Il GUP spiega che l’udienza preliminare non prevede la presenza del pubblico e pertanto, se gli imputati insistono nella loro richiesta, la regola verrà applicata in termini rigorosi e i praticanti dovranno uscire. In considerazione del fatto che questo avrebbe comportato l’uscita della figlia del nostro avvocato non si insiste. Il GUP fa comunque presente che gli imputati devono rivolgere le loro richieste al GUP tramite i loro avvocati, questa è la regola.

 

Il GUP dà lettura delle sue decisioni in merito alle eccezioni sollevate dagli avvocati nella scorsa udienza (usando un linguaggio “giuridichese” oscuro a noi comuni mortali: anche da questo si capisce quanto “la giustizia sia amministrata in nome del popolo”)

- incompetenza funzionale della corte di Bologna: respinta;

- incompetenza territoriale: respinta per quanto riguarda lo spostamento della sede a Milano; per quanto riguarda lo spostamento a Napoli (in nome del fatto che l’inchiesta attuale è prosecuzione di un’inchiesta aperta a Napoli), il GUP dice che la richiesta fatta in base all’art. 9 dall’avvocato Camplese ha un fondamento, però non può essere accolta in quanto l’inchiesta di Napoli era per reati di cui all’art. 270 e non per quelli di cui all’art. 270 bis come l’inchiesta attuale;

- nullità e inutilizzabilità degli atti di perquisizione e sequestro a carico di Maj e Czeppel nel 2003: respinta;

- inutilizzabilità degli accertamenti effettuati sui computer sequestrati: respinta;

- inutilizzabilità degli atti successivi allo scadere dei due anni dall’inizio dell’inchiesta: siccome l’inizio dell’inchiesta decorre a partire dalla data di iscrizione di ogni singola persona al registro degli indagati (quindi, in sostanza, inizia in una data diversa per ogni singolo imputato!) viene accolta la richiesta di inutilizzabilità degli atti di perquisizione e sequestro del 14.02.06 per quanto riguarda Levoni e Gianfranceschi per i quali il termine dei due anni scadeva nel 2005 (a luglio, se abbiamo capito bene) mentre viene respinta per tutti gli altri (visto che erano stati iscritti al registro degli indagati in data successiva a quella di Levoni e Gianfranceschi).

 

Per quanto riguarda

- la richiesta di inutilizzabilità degli atti (seguiti d’indagine) prodotti da Giovagnoli alla scorsa udienza: respinta;

- la richiesta di non accogliere la dicitura “e successivamente perduranti” fatta da Giovagnoli che avrebbe reso il reato a tempo indeterminato: respinta;

- la richiesta di non accogliere i nuovi reati contestati da Giovagnoli a Levoni nel corso della scorsa udienza: respinta, perché, precisa il GUP, gli atti di perquisizione e sequestro del 14.02.06 per Levoni sono inutilizzabili per l’attuale procedimento (come da sua decisione di cui sopra), ma non sono privi di effetti in termini giudiziari e il fatto che Giovagnoli non abbia provveduto a iscrivere Levoni al registro degli indagati per i nuovi reati contestatigli, ma lo abbia detto solo il 13.05.08 nel corso dell’udienza non li rende nulli.

 

L’avvocato D’Alessandro interviene per produrre le informazioni di garanzia e il decreto di perquisizione e iscrizione al registro degli indagati relativi a Vangeli e altri nel procedimento aperto dalla Procura di Napoli nel 2003 che recano la dicitura “imputati per i delitti di cui all’art. 270 bis” (dimostrando così che il procedimento aperto dalla Procura di Napoli era per l’art. 270 bis e non, come aveva detto il GUP, per l’art. 270) e quindi rinnova l’eccezione di incompetenza territoriale della corte di Bologna e la richiesta che sia dichiarata competente la corte di Napoli.

 

L’avvocato (anche se avvoltoio sarebbe la definizione più indicata) dello Stato chiede il rigetto di tale eccezione.

 

Giovagnoli interviene per dire che la prima che ha aperto il procedimento per 270 bis è la Procura di Bologna e nessun altro e che bisogna prendere in considerazione quello che è agli atti e non altro; aggiunge che non c’è alcuna questione di incompetenza della corte di Bologna, al massimo ci potrebbe essere un conflitto di competenze tra Bologna e Napoli nel caso in cui a Napoli ci fosse un procedimento in corso, cosa che non è. Infine chiede che i documenti prodotti da D’Alessandro non vengano acquisiti agli atti.

 

Interviene il compagno Paolo Babini per chiedere che vengano allegati agli atti il Dossier sul Gruppo bilaterale italo francese sulle minacce gravi e il comunicato sui testimoni; il GUP gli dice di rivolgersi al suo avvocato per fare tale richiesta. L’avvocato Leone prende i due documenti e dopo un po’ dice a Paolo di allegarli come documenti a supporto di una eventuale dichiarazione.

 

Il GUP rileva che in base ai documenti prodotti dall’avv. D’Alessandro a carico di alcuni degli imputati è stato contestato il reato di cui all’art. 270 bis, modificando quindi l’imputazione originaria di cui all’art. 270, tuttavia dagli stessi atti si evince che il locus dei delitti era indicato esclusivamente in Napoli, mentre il procedimento attuale lo indica in Italia e in Francia, per cui resta ferma la decisione assunta (cioè che è competente Bologna e non Napoli).

Il GUP comunica che il PM Giovagnoli produce in data odierna due seguiti d’indagine: i verbali di interrogatorio di Marco Lenzoni e il completamento dell’esame del materiale informatico sequestrato con le perquisizioni del 14.02.06, precisando che solo poche pagine si riferiscono a Levoni e Gianfranceschi e quindi sono inutilizzabili.

 

L’avvocato Camplese chiede l’inutilizzabilità di tali atti. Il GUP risponde richiamando quanto da lei già disposto in merito.

 

La compagna Manuela  Maj interviene e legge la dichiarazione preparata (allegato 1). Il GUP dopo un po’ interrompe facendo presente che in merito alle questioni sollevate nella dichiarazione sono stati inviati già documenti e comunicati che sono allegati agli atti e quindi per non allungare i tempi dell’udienza ci si potrebbe limitare ad allegare agli atti la dichiarazione. Manuela fa presente che dopo ben cinque anni di inchiesta ritiene di avere il diritto di dire la sua e che è previsto che gli imputati possano rilasciare delle dichiarazioni e quindi continua; quando arriva al punto in cui si illustrano le accuse di eversione mosse da Giovagnoli contro Rete universitaria, il GUP interrompe dicendo che quanto detto non è pertinente con l’oggetto dell’udienza. Manuela riprende dal punto in cui dice che Giovagnoli usa e abusa delle leggi e conclude; poi fa allegare agli atti la sua dichiarazione (dopo averla firmata su richiesta del GUP), insieme al Dossier sul Gruppo bilaterale italo francese e il comunicato sui testimoni.

 

Prende la parola Giovagnoli per la requisitoria: illustra alcune sentenze della Cassazione relative alla definizione di cosa deve intendersi per terrorismo (ogni atto idoneo a suscitare paura, panico e terrore nella collettività) ed eversione (ogni atto idoneo a distruggere istituzioni vigenti e sostituirle con delle altre) e tendenti a dimostrare che

-          terrorismo ed eversione comprendono anche le attività di preparazione e progettazione (quindi le attività prodromiali) che pertanto sono anch’esse punibili;

-          perché si possa parlare di consumazione anticipata di atti di terrorismo ed eversione la struttura associativa che li progetta deve avere la capacità di realizzarli, non basta l’adesione a un’ideologia per quanto aberrante;

-          per quanto riguarda i singoli non basta adesione a un programma ideologico, ma occorrono condotte che provano inserimento dei singoli nella struttura associativa;

-          il reato associativo è desumibile da persistenza e sistematicità dei rapporti organizzativi tra gli affiliati;

-          la finalità di eversione si ha quando i singoli soggetti sono fermamente decisi ad attuare un progetto eversivo.

Quindi illustra le condotte che secondo lui provano l’esistenza di terrorismo ed eversione per quanto riguarda gli imputati: raccolta fondi (LEB) attraverso rapine, sequestri, ecc., formazione di Forze Armate Popolari, reperimento armi, reperimento e uso di documenti falsi, ecc. (in sostanza legge la parte iniziale della richiesta di rinvio a giudizio, quella prima delle indicazioni relative ai singoli imputati).

Afferma che la clandestinità, è vero, in sé non costituisce un reato, ma lo prefigura se serve per compiere gli atti sopra menzionati.

Afferma che nel caso in questione si è in presenza di una struttura complessa, perfettamente funzionante, organizzata, divisa in livello legale e livello illegale, che attua divisione di compiti e ha disponibilità di fondi e mezzi e con finalità eversive. E che tutto questo non risulta da intercettazioni o altro ma dalle cose che gli stessi imputati scrivono.

In conclusione o è vera questa accusa oppure vuol dire che quello degli imputati è solo un gioco, una finta, qualcosa di virtuale per usare dei poveri ingenui, per raccogliere da loro dei soldi da utilizzare a proprio beneficio e a quel punto la struttura associativa non è altro che una setta.

 

Interviene il compagno Massimo Amore per leggere la sua dichiarazione (allegato n. 2). Dopo un po’ il GUP lo interrompe per dire che quanto sta dicendo non è pertinente; Massimo afferma che visto che Giovagnoli accusa l’ASP di finalità eversive lui intende illustrare le reali finalità dell’attività dell’ASP. Il GUP dice che l’attività dell’ASP non è oggetto del procedimento in esame e dopo qualche altro botta e risposta si conclude che la dichiarazione venga allegata agli atti.

 

Prende la parola l’avvocato dello Stato per dire che tante cose sembrano già viste, quel misto di assemblearismo e goliardia dimostrato dalle magliette indossate in aula dagli imputati che servono poi per uscire, per dire ai loro che le hanno indossate, per dimostrarsi decisi. Quello che non è goliardico, però, è la contrapposizione, lo sbeffeggiamento contro una persona ben definita che in realtà assolve a una funzione. Tutto ciò induce a pensare a una mancanza di senso storico: la Chiesa adora ancora S. Simeone lo Stilita, ma vivifica questa venerazione e la attualizza al 2008 [la potenza della Repubblica pontificia]. Prendere i partigiani e la Resistenza come modello a cui richiamarsi, ma senza attualizzarlo significa mancare di senso storico; inoltre richiamarsi a nobili ideali non comporta automaticamente atti nobili. Conclude dicendo che il processo è necessario per tutelare dei poveri ingenui che rischiano di cadere nella fossa scavata da gente come gli imputati.

Il parlare di santi, chiesa e Vaticano fa fare qualche battuta agli imputati.

A questo punto Giovagnoli protesta per i commenti di Paolo Babini alle parole sue e dell’avvocato dello Stato che renderebbero necessaria un’espulsione, il GUP dice che in aula non c’è la forza pubblica e che non vorrebbe essere costretta a un’espulsione, Giovagnoli salta su a dire che la si può chiamare la forza pubblica, ma la cosa si conclude qui.

 

Dopo una breve pausa dell’udienza, che riprende alle h. 12.30.

A questo punto interviene il compagno Pietro Vangeli (entrato nel frattempo mentre Paolo è rimasto fuori) per ribadire la richiesta che il pubblico o almeno una delegazione di esso possa entrare ad assistere all’udienza. Il GUP dice che ha già spiegato qual è stata la sua decisine in merito, ribadisce che gli imputati devono presentare le loro richieste al GUP tramite i loro avvocati e poi chiede a Pietro chi è; dopo che Pietro si è qualificato come imputato, il GUP fa revocare la precedente dichiarazione di contumacia e invita gli imputati che dovessero arrivate ad avvisare della loro presenza.

 

Iniziano le arringhe degli avvocati, di cui si riporta una breve sintesi o si sottolineano i passaggi più significativi.

Avv. Pelazza: dice che si è parlato di goliardia e S.Simeone, mentre si tratta di valutare se ci sono o meno gli elementi per processare gli imputati; le sentenze della Cassazione citate da Giovagnoli non vanno a ciò che è il centro del procedimento. Il centro è l’imputazione mossa e la verifica della sussistenza del reato per cui viene mossa l’imputazione. Fa un excursus storico sull’art. 270 da quando venne abolito il Codice Rocco in poi: mentre negli anni ’50 ne veniva data una interpretazione restrittiva, negli anni ’70 è stato reintrodotto e poi ulteriormente aggravato. Cita alcune considerazione di Enrico Gallo, presidente dalla Corte Costituzionale, sul reato associativo e di altri giuristi.  Dice che è tornata la guerra in Iraq, Afghanistan, Palestina, Libano però chi si oppone alla guerra è bollato come terrorista, come ad esempio Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano. Dice che c’è pericolosa tendenza ad equiparare terrorismo e tensione rivoluzionaria, terrorismo e comunismo e ogni organizzazione di matrice marxista-leninista degna di questo nome che ha e dichiara l’obiettivo della rivoluzione e della dittatura del proletariato. Nella situazione attuale si tratta di stabilire se è legittimo o meno coltivare l’ideologia comunista (che qualcuno può definire e ritenere aberrante, ma resta un suo parere) e l’agire politico conseguente. Sottolinea che reputa fuori luogo e offensiva l’insinuazione che il sig. Maj, che conosce personalmente, ingegnere che si è occupato di sicurezza sul lavoro e ambiente e che ha lasciato la sua attività per dedicarsi all’attività comunista, raccolga fondi da “poveri ingenui per fare la bella vita a Parigi” e di aver constatato personalmente che a Parigi Maj non faceva proprio la bella vita.

Vi è la pericolosa tendenza a passare dal processo punitivo al processo preventivo e alle misure repressive amministrative: vedasi Guantanamo, ecc. Si contesta la formazione di forze armate, di atti violenti per reperire fondi, ecc. ma non viene contestata nessuna rapina, nessuna arma, ecc. Fa un excursus sui procedimenti giudiziari contro la carovana del (n)PCI e sottolinea le perplessità destate dall’esistenza e dall’operato del Gruppo bilaterale italo francese anche per quanto riguarda la violazione dell’indipendenza del potere giudiziario. Afferma che, pur non essendovi ancora una giurisprudenza precisa in materia, si possono ravvisare gli estremi per un “no bis in idem” internazionale visto che in Francia l’accusa di terrorismo contro le stesse persone è caduta e tale posizione dovrebbe fare testo rispetto al procedimento in corso in Italia, visto che in Francia vi sono stati già due gradi di giudizio. Parla della situazione della sig.ra Polesenan che in Francia addirittura, dopo perquisizione e fermo, non è neppure stata incriminata. Afferma che il delitto associativo presuppone esistenza di una struttura idonea.  Chiede il non luogo a procedere.

 

Avv. D’Alessandro: non c’è concretezza della condotta contestata, il reato “fine” non è associato al reato “mezzo”. Dice che dopo vent’anni di inchieste, perquisizioni, ecc. è comprensibile che un cristiano decida di andarsene per poter svolgere in pace la propria attività politica. Dice che terrorismo vuol dire spaventare la gente, quindi i terroristi sono quelli che prendono le impronte ai rom, che sganciano bombe all’uranio impoverito sulla Jugoslavia e poi nell’Adriatico e che espongono gli stessi soldati alle malattie derivanti dall’uso di esse, ecc. Sottolinea che terrorismo non è mai venuto da sinistra, ma da tutt’altra area politica: le bombe alle stazioni e alle banche le hanno messe i fascisti, mai i comunisti, le BR e altre organizzazioni simili non hanno mai colpito nel mucchio, ma hanno colpito singoli individui per le funzioni che svolgevano. Chiede il non luogo a procedere.

 

Pausa pranzo; prima di uscire Manuela chiede al GUP il verbale dell’udienza; il GUP sottolinea che nonostante abbiano numerosi avvocati gli imputati continuano a rivolgersi direttamente a lei, comunque comunica che il verbale sarà disponibile in cancelleria a partire da domani.

 

L’udienza riprende alla 14.30. Manuela chiede che venga messo agli atti che un giovane compagno ha avuto un attacco di epilessia perché ha dovuto stare fuori al caldo in quanto non ha potuto entrare ad assistere all’udienza. Il GUP ribadisce  quanto detto in merito, chiede se al giovane è stata prestata assistenza e dice che, se occorre, per problemi di salute si può derogare e farlo entrare nel palazzo della Procura. Manuela dice che è stata chiamata un’ambulanza e che i poliziotti fuori si sono ben guardati dal farlo entrare. Giovagnoli dice che ci cono anche bar e portici da usare. Pietro interviene e dice che già che ci siamo si potrebbe attaccare il giovane compagno a un albero e magari anche legarcelo.

 

Riprendono le arringhe degli avvocati.

Avv. Camplese: dice che la Costituzione e l’ordinamento che ne è scaturito subisce degli attacchi eversivi che vengono dall’interno, non dall’esterno. Afferma che l’avvocato dello  Stato accusa di goliardia gli imputati quando rappresenta un governo al cui capo c’è un personaggio che in fatto di battute goliardiche in varie sedi non si tira indietro. Annuncia che c’è un altro procedimento penale aperto a Bari contro le stesse persone e per gli stessi reati. Ricorda che l’art. 358 obbliga il PM non solo a produrre ma anche a ricercare atti in favore dei presunti rei, ma non risulta assolutamente che Giovagnoli abbia fatto ciò. Sottolinea che se anche si chiudesse questo procedimento ce ne è già pronto un altro. Dice che Giovagnoli parla di LEB, rapine e sequestri e poi dice che l’organizzazione ha dei fondi perché qualche suo membro vende una casa e volontariamente devolve una parte dei soldi all’organizzazione. A proposito dell’interrogatorio di Marco Lenzoni, ricorda che Lenzoni è inserito in un procedimento penale presso la Procura di Ancora in cui Giovagnoli è parte offesa e quindi questo dovrebbe indurlo a passare la titolarità a qualcun altro. Afferma che questo è un processo politico in cui non si discute dei fatti. Chiede il non luogo a procedere.

 

Avv. Leone: dice che viviamo in tempi molto pericolosi per la democrazia visto che si manda l’esercito a pattugliare le strade e si varano decreti legge ad personam. Afferma che l’art. 270 bis deve essere sostanziato da fatti concreti, mentre qui c’è analisi ultrameticolosa del modo per attuare propositi criminosi, ma non ci sono i fatti; a tutte le accuse di reati associativi deve essere associato un reato mezzo e un reato fine, mentre qui non c’è nulla: se un magistrato come Vigna e altri, noti per essersi occupati di antiterrorismo avessero avuto tra le mani un fascicolo come quello di questo procedimento, avrebbero fatto questo (prende il fascicolo e lo butta sul tavolo).

Dice che con accuse come quelle del procedimento in questione si chiede l’arresto, però Giovagoli non l’ha fatto: evidentemente lui stesso non è convinto che ci sia abbastanza per sostanziare le accuse. Il  GUP deve valutare se gli imputati meritano 4, 5 o 8 anni di carcere sulla base delle carte che ha avuto modo di vedere e leggere. Chiede il non luogo a procedere.

 

Avv.ssa Calia: in questo paese c’è stato Gladio che è la dimostrazione concreta che un partito comunista non può arrivare alla conquista del potere democraticamente. Di solito si parte dal reato per ricostruire l’associazione che lo ha commesso, in questo caso è il contrario: si parte dall’associazione (che nessuno nega, anzi raramente si è visto un’organizzazione che dichiara tanto apertamente e pubblicamente la sua concezione, i suoi obiettivi, ecc.) per cercare invano di arrivare ai reati. Afferma che gli imputati sono stati perquisiti, pedinati, ascoltati, intercettati in ogni modo da vent’anni a questa parte: sono stati fin troppo pazienti, hanno il sacrosanto diritto alla loro privacy, a riprendersi la propria vita. Anche l’accusa ad un imputato di aver donato soldi per la causa è fuori luogo, visto che erano suoi e poteva decidere di darle tranquillamente per una causa giusta.

 

Prende la parola Giovagnoli per una replica: dice che la questione non è l’esistenza di un’organizzazione, ma concretezza delle azioni e offensività. Sottolinea che nessun avvocato ha letto bene gli atti del processo perché nessuno ha citato i fatti concreti indicati. Gli atti criminosi ci sono e sono concreti e si basano sull’archivio tenuto da Maj e questo archivio è quello che fa la differenza perché è evidente che c’è una diversità tra quello che viene detto e scritto pubblicamente e quello che c’è nell’archivio ed è stato scritto per il proprio interno.

Nell’archivio ci sono:

-          istruzioni per fabbricare esplosivi, ecc.;

-          resoconto di un viaggio e incontro effettuato da Di Pinto con Levoni e Marmotta in cui si parla di un conoscente partigiano che potrebbe avere armi, in cui si parla di azioni di autofinanziamento a cui si sarebbe partecipato in passato;

-          altre cose simili (in sostanza legge parti della sua richiesta di rinvio a giudizio).

Dice quindi che non si tratta di cose astratte, ma di programmi concreti, di qui ed ora. Termina leggendo la definizione di art. 270 bis e chiarendo che la definizione di ideologia aberrante non è sua, ma della sentenza della Cassazione che stava citando.

 Il GUP si ritira per decidere (alle h. 16.00 circa) e comunica che l’udienza riprende alle h. 17.30.

 

Alla ripresa dell’udienza, il GUP comunica la propria decisione:

-          non luogo a procedere

-          non competenza della corte di Bologna per i reati contestati da Giovagnoli a carico di Levoni nella scorsa udienza e la trasmissione dei relativi  atti alla competente corte di Milano.

Vittoria!! Baci e abbracci nell’aula tra i compagni imputati e gli avvocati. Si avvisano i compagni fuori e quello che fino allora era stato un ritmo costante di canti, slogan, musica che avevano accompagnato tutte le fasi del processo e che ben si udivano dall’aula diventa un urlo di vittoria e di slogan contro la l’inquisitore, la polizia al suo servizio e per la lotta per il comunismo.

 

Dalla piazza

 

Il presidio colorato di rosso e rumoroso è incominciato alle 9.30 con l’inizio dell’udienza preliminare. Eravamo una sessantina di compagni, meno del 13 maggio perché molte delle nostre forze erano impegnate nell’allestimento della Festa nazionale di Resistenza e i compagni del SLL provenivano dalla loro festa di tre giorni. Con noi i compagni di Proletari Comunisti, del circolo Iqbal Masiq di Bologna, del PCL, oltre le delegazioni della Turchia e della Repubblica Ceca, più alcuni compagni di Bologna.

Il presidio si è caratterizzato, come l’altra volta, con canti, slogan e bandiere rosse, banchetti di vendita materiale, raccolta firme contro l’OPG e diffusione del nostro foglio.

Intorno alle 10.30 alcuni nostri compagni hanno cercato di entrare nel tribunale per seguire da vicino il processo (anche se non si poteva entrare direttamente in aula). La polizia li ha fermati dicendo che non si poteva entrare con magliette con la scritta “STOP a Giovagnoli” perché avrebbe significato inscenare una manifestazione dentro la procura. I compagni, levatisi le magliette, hanno provato a entrare nuovamente. Sono stati fermati di nuovo con arroganza dagli agenti della Digos al soldo di Giovagnoli. A quel punto tutti i nostri compagni hanno lasciato la piazza, e attraversata la strada, si sono posizionati sul marciapiede della procura presidiato da Digos e polizia in assetto antisommossa, chiedendo a gran voce di fare entrare almeno una delegazione di tre compagni. A quel punto la Digos ha cominciato a chiedere i documenti ai compagni che avevano macchine fotografiche e telecamere. Qui è iniziata la nostra protesta verso il digossino che per tutto il tempo ha ripreso con la telecamera il nostro presidio (bambini compresi).  La Digos e la polizia si è schierata, ma anche noi ci siamo schierati. Ci siamo posizionati, per tutta la durata del processo, vicino all’ingresso del tribunale, contrastando il cordone di poliziotti.  I compagni sono stati, sotto un sole cocente, faccia a faccia con la sbirraglia, determinati e decisi, a gridare slogan e cantare canzoni rivoluzionarie, a tenere ferma la nostra posizione. Mentre i nostri compagni imputati all’interno svolgevano la loro battaglia e ogni tanto ci facevano avere notizie dell’andamento del processo i compagni fuori li hanno sostenuti tutto il tempo, sempre più vicini all’entrata della procura, con la Digos che però pian piano indietreggiava.

Alle 17.30, con ormai il nostro cordone e i nostri compagni davanti il cancello è arrivata da dentro la notizia: ABBIAMO VINTO. NON LUOGO A PROCEDERE. A quel punto i compagni hanno cantato più forte e inneggiato alla vittoria, davanti agli sgherri di Giovagnoli delusi e incazzati.

Dopo c’è stato un breve comizio dei compagni imputati dei CARC e dell’ASP e del segretario generale del SLL, che hanno rimarcato che è stata vinta una battaglia per il movimento comunista del nostro paese e per la rinascita del movimento comunista internazionale.

Dopo che buona parte dei compagni si erano avviati verso casa, quando eravamo rimasti circa 15 compagni a riordinare e caricare bandiere e banchetti in macchina, parte (quasi tutti i dirigenti e quelli in borghese) dei digossini incazzati e vigliacchi, ci hanno circondato chiedendo provocatoriamente i documenti ad alcuni giovani compagni, in particolare a quelli che a loro avviso erano stati più grintosi nel lanciare gli slogan. Erano molto provocatori e evidentemente speravano in una nostra reazione per portare via qualcuno di noi e fargliela pagare o per scaricare la loro rabbia e la bile accumulata durante la giornata. Anche la gente seduta nei bar li guardava disgustata.

Il miglior commento alla nostra vittoria è stato quello di due signore anziane sedute al fresco del parco che quando hanno visto i nostri compagni urlare di gioia ci hanno detto: siamo contente che avete vinto…..noi lo sappiamo che si stava meglio quando c’erano i comunisti.

 

Ringraziamo tutte le organizzazioni e tutti i compagni e le compagne che in questi anni ci hanno sostenuto e hanno lottato con noi contro questa persecuzione politica, i settemila che hanno firmato l’appello “No alla persecuzione dei comunisti”, gli avvocati che hanno dato il loro importante contributo per la vittoria, tutti quanti si sono uniti e hanno partecipato alla lotta comune contro la repressione e per la solidarietà proletaria.

 

IL PRIMO LUGLIO È STATA UNA GIORNATA NERA PER I REAZIONARI E I LORO SERVI!

MENTRE È STATA UNA GIORNATA RADIOSA PER I COMUNSITI E PER I RIVOLUZIONARI!

 

W LA CAROVANA DEL (NUOVO) PARTITO COMUNISTA ITALIANO!

QUESTA VITTORIA SEGNA UN’IMPORTANTE SVOLTA NELLA LOTTA PER FARE DELL’ITALIA UN NUOVO PAESE SOCIALISTA!

 

 


 

Allegato 1

Dichiarazione di Manuela

 

Oggi in quest’aula si tiene l’udienza preliminare sulla montatura giudiziaria messa in piedi dal sostituto procuratore Paolo Giovagnoli violando la legislazione e la Costituzione del nostro paese, manipolando le autorità di altri paesi, calpestando i principi democratici a cui si richiamano organismi come Magistratura Democratica (di cui, a quel che ci risulta, lo stesso Giovagnoli fa parte).

E questo con un preciso scopo: impedire o almeno ostacolare l’attività dei comunisti nel nostro paese e in particolare l’attività della carovana del (n)PCI, impedire che i comunisti mobilitino e organizzino una parte importante delle masse popolari del nostro paese a porre fine a tutto ciò che rende difficile, stentata e precaria la loro vita.

Affermo questo per alcuni precisi motivi.

Primo. Contro la carovana del (n)PCI dagli anni ’80 fino ad oggi sono già state condotte sette inchieste con lo stesso capo di imputazione, tutte finite, dopo perquisizioni, sequestro di materiale, arresti cautelari e campagne stampa diffamatorie,  con un non luogo a procedere o con un’assoluzione… Ebbene che fine ha fatto il principio giuridico del “no bis in idem”? Eppure il dott. Giovagnoli lo conosce bene questo principio: ci risulta infatti che nell’agosto 2004, nell’ambito dell’inchiesta bis unificata sulla strage alla stazione di Bologna e dell’Italicus, ha chiesto la non procedibilità appunto per “bis in idem” nei confronti dei neofascisti Piergiorgio Marini e Giuseppe Ortensi per i reati di banda armata e associazione sovversiva, richiesta accolta dal giudice istruttore di Bologna Leonardo Grassi. Vuol dire che il principio del “bis in idem” vale per i neofascisti ma non per i comunisti? E’ questa l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge?

 

Secondo. Che considerazione ha Giovagnoli dei suoi colleghi che, nel corso di vent’anni, hanno condotto ben sette inchieste, giungendo tutti alla medesima conclusione? Li considera forse degli emeriti incompetenti? Il 24 aprile 2003, quindi solo alcuni mesi prima che Giovagnoli aprisse la sua inchiesta, il giudice Umberto Antico della Procura di Napoli rigettò la richiesta di arresti cautelari avanzata dal PM Stefania Castaldi (titolare di un’inchiesta contro la carovana del (n)PCI parallela a quella di cui è titolare Giovagnoli) ai danni di numerosi dei militanti per cui oggi Giovagnoli chiede il rinvio a giudizio, dichiarando, sulla scorta di diverse sentenze della Cassazione, che il (n)PCI non è un’organizzazione terroristica e che la clandestinità in sé  e per sé non costituisce un reato. Il PM Giovagnoli non ha preso assolutamente in considerazione il rigetto del giudice Umberto Antico, ha nascosto questo atto (che è inserito in un nuovo procedimento giudiziario da lui aperto nel 2005 e attualmente secretato) e lo ha consegnato agli avvocati difensori su loro specifica richiesta solo recentemente: anche il giudice Umberto Antico non capisce niente? O è forse un simpatizzante del Partito dei CARC?

 

Terzo. Giovagnoli ha comunque aperto l’inchiesta e, attraverso una rogatoria, ha chiesto alle Autorità francesi di aprire a loro volta un’inchiesta per “associazione sovversiva” contro quest’area politica. Nel maggio del 2003 il PM Castaldi aveva chiesto la stessa cosa alle Autorità Svizzere ma le era andata male: il Ministero Pubblico della Confederazione infatti, nella persona del Procuratore Federale Alberto Fabbri, ha risposto che “la domanda di assistenza giudiziaria, fondata esclusivamente sull'articolo 270bis del Codice penale italiano, deve essere respinta a causa del carattere prevalentemente politico”.

A Giovagnoli invece il tentativo è riuscito, la Magistratura Francese si è prestata al servizio... ma ne è uscita scornata!!! Infatti dopo tre anni di inchiesta (dal 2003 al 2006), il giudice dell’antiterrorismo francese, Gilbert Thiel, ha emesso un non luogo a procedere per l’accusa di “terrorismo” e nella sua ordinanza di fine inchiesta dichiara, non senza una buona dose di irritazione, che “non è stato messo in evidenza l’esistenza di un disegno terroristico imminente e neanche semplicemente programmato in un futuro definibile” e l’intesa “non mirava a minacciare seriamente l’ordine pubblico né con l’intimidazione né con il terrore, né ora, né in un futuro prossimo e neppure in un futuro i cui contorni possano essere definiti”. Anche dell’operato del collega francese Giovagnoli se ne fa un baffo: infatti rinvia a giudizio tutti gli imputati per “fatti commessi in Italia e in Francia” senza minimamente considerare le conclusioni dei giudici francesi!

Comunque in Francia qualcuno si è reso conto che “c’era puzza di marcio” e infatti il Sindacato della Magistratura francese ha dichiarato, in merito all’inchiesta del giudice Thiel, che “in questa inchiesta non è possibile escludere che la magistratura francese sia stata strumentalizzata dalle autorità italiane”. Né più, né meno!

 

Quarto. Giovagnoli ha partecipato attivamente alla creazione e all’attività del “Gruppo bilaterale italo-francese su terrorismo e minacce gravi”. Questo  strano “Gruppo” è stato creato nel marzo 2004 a Roma, in una riunione che si è tenuta presso il Ministero della Difesa. A questa riunione hanno partecipato giudici italiani (tra cui appunto Giovagnoli) e francesi, dirigenti della polizia politica e dei servizi segreti italiani e francesi, membri dei due governi: che fine ha fatto il dettato costituzionale dell’indipendenza del potere giudiziario da quello esecutivo? Eppure a un dibattito promosso dall’Associazione Nazionale Magistrati di Ravenna Giovagnoli è intervenuto invitando i magistrati ad aderire allo sciopero nazionale indetto proprio per difendere l’indipendenza della magistratura: è il caso di dire che “predica bene ma razzola male”? o è un imbroglio bell’e buono?

Il 22 novembre 2006 i senatori Russo Spena e Boccia hanno presentato un’interpellanza parlamentare in cui vengono sollevati forti dubbi sulla legittimità del “Gruppo bilaterale” e vengono chieste informazioni dettagliate sulla sua attività. L’interpellanza, però, non ha avuto alcuna risposta! Perché? Che fine ha fatto questo Gruppo? Che cosa sta facendo? Questo processo servirà per chiarire il ruolo e l’attività di questa struttura parallela nella persecuzione contro di noi!

Il “Gruppo bilaterale” ha lavorato attivamente contro la carovana del (n)PCI e i suoi membri si sono prestati un’assidua e attiva assistenza, basta leggere gli atti, o almeno quello che ne è stato depositato.

Alle varie interpellanze presentate dai parlamentari Caruso, Cento, Russo Spena e Boccia in merito agli arresti dei membri e simpatizzanti del (n)PCI eseguiti a più riprese in Francia, il governo italiano ha sempre risposto che non sapeva niente della vicenda e che avrebbe attivato appena possibile l’ambasciata. Eppure tra i membri del “Gruppo” figurano Stefano Mogini, magistrato italiano di collegamento presso il Ministero della Giustizia, ed Emmanuel Barbe, magistrato francese di collegamento presso il Ministero di Grazia e Giustizia e addetto all’ambasciata di Francia a Roma. Eppure i membri del “Gruppo bilaterale” si tenevano informati in tempo reale su tutto ciò che succedeva in Francia tanto che, ad esempio, Mogini nel maggio 2006 avvisa Giovagnoli che “Maj è stato rimesso in libertà ieri pomeriggio”.

 

Quinto. Per Giovagnoli e gli altri del “Gruppo bilaterale” eludere le leggi non è un problema! Il 23 luglio 2004  Mogini scrive a Giovagnoli: “sono in grado di confermare che gli atti di esecuzione delle operazioni già eseguite a Parigi in presenza di personale del ROS di Napoli e della DIGOS di Modena sono stati trasmessi ieri dal Presidente Bruguiere per le vie convenzionali”: vuol dire allora che ci sono anche delle vie non convenzionali? Quali? Perché?

Il 7 dicembre 2004 ancora Mogini scrive a Giovagnoli che “il commissario Veaux mi prega di confermargli la vostra rinuncia all’esecuzione della rogatoria in oggetto. E’ persona gentilissima e molto disponibile alle esigenze di cooperazione con l’Italia e tiene fermo ormai da parecchio tempo il fascicolo delegatogli da Bruguiere (…).Possiamo levarlo rapidamente dagli impicci? Lui lo merita”. Perché il commissario Veaux teneva fermo quel fascicolo?

A che cosa sia “disponibile” il commissario Veaux si evince chiaramente quando lo stesso risponde che non può soddisfare la richiesta di Giovagnoli di effettuare le “operazioni tecniche di intercettazione delle conversazioni nella cella occupata dal Maj e nella sala colloqui durante le visite ricevute dal Maj” e di trasmettergli le registrazioni. Dice infatti Veaux  che “per adesso in Francia non ci sono disposizioni legislative che prevedano una tale operazione ed è tecnicamente impossibile installare un dispositivo di registrazione affidabile nella sala colloqui”: quindi il problema non sono tanto le leggi, ma le difficoltà tecniche?

 

Sesto. Giovagnoli ci accusa di essere terroristi ed eversori per aver, tra le altre cose, “cercato di stabilire rapporti di interlocuzione”, di “dialogo e confronto” con le Brigate Rosse e altre organizzazioni di matrice comunista; ebbene come dovrebbe essere definito Giovagnoli per i suoi rapporti, decisamente ben più di “interlocuzione” visto che fanno parte del Gruppo bilaterale, con Francesco Gratteri sotto inchiesta per i massacri alla scuola Diaz al G8 di Genova e con altri su cui nel Dossier depositato agli atti si possono trovare informazioni dettagliate?

In conclusione, signor giudice,  voglio sottolineare che

- il dottor Giovagnoli ha la tendenza a vedere terroristi ed eversori ovunque: ha affibbiato l’aggravante di “eversione dell’ordinamento democratico” a 9 studenti della Rete universitaria per aver promosso l’autoriduzione del prezzo della mensa; ha accusato di “finalità eversive” il “movimento politico denominato S.Precario” per un’autoriduzione del prezzo di un cinema; ha inquisito come “terroristi islamici” quattro operai marocchini di religione musulmana per aver detto, mentre effettuavano delle riprese, che l’affresco nella basilica di S. Petronio, quello che ritrae Maometto torturato dai demoni, aveva un carattere blasfemo;

- il dottor Giovagnoli amministra la giustizia in modo alquanto singolare e disinvolto non solo quando si tratta di comunisti e oppositori, ma anche quando si tratta di lavoratori che difendono i loro diritti e quelli delle altre persone o che sono vittime di incidenti sul lavoro: nel 2006 ha messo sotto inchiesta per “interruzione di pubblico servizio da cui era derivato un ritardo di 18 minuti” un macchinista che si era rifiutato di mettere a repentaglio la vita sua e dei passeggeri guidando un treno sulla cui motrice non erano installati adeguati sistemi di sicurezza; nel 2004 ha messo sotto inchiesta due operai ustionati in un incidente sul lavoro perché non avrebbero rispettato le istruzioni e le disposizioni dell’azienda, sorvolando allegramente sul fatto che l’azienda non aveva fatto formazione ai due operai e che aveva adibito uno dei due a più mansioni contemporaneamente;

- il dottor Giovagnoli mostra la propensione ad usare e abusare delle leggi: nella scorsa udienza, nonostante il GUP abbia cercato di fargli notare l’incongruenza, ha preteso di aggiungere la dicitura “e successivamente perduranti” al termine temporale fissato nel rinvio a giudizio entro il quale sarebbe stato commesso il reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo, rendendolo a tempo indeterminato! Successivamente ha disposto l’interrogatorio del sig. Marco Lenzoni a Massa in merito al procedimento di cui ha chiuso le indagini nel 2005 e per cui ha depositato richiesta di rinvio a giudizio nel  2007.

 

Quindi quello che lei, signor giudice, è chiamato a decidere oggi è se avallare o meno (e quindi se rendersi complice o meno) questa montatura giudiziaria, questo accanimento giudiziario, questi metodi, questa persecuzione che Giovagnoli ha condotto contro il (n)PCI, contro il P. dei CARC e contro l’ASP. Questa è, in sintesi, la questione in discussione!

 

Manuela Maj

 

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Allegato 2

 

Dichiarazione di Amore Massimo,

imputato nel procedimento giudiziario n° 9096/03 R.G.N.R. Tribunale di Bologna.

 

Udienza preliminare, presso l’Ufficio del GIP R. Zaccariello, Tribunale di Bologna

1 luglio 2008

 

Sono accusato insieme ad altri compagni di lotta, dal Pubblico Ministero Dr. P. Giovagnoli, di associazione sovversiva, del “delitto previsto e punito dall’articolo 270 bis co. 1 c.p e 270 bis co. 2 c.p…”, un articolo del CP ereditato dal codice fascista e aggiornato nel corso del regime democristiano post bellico, fino all’attuale ventennale fase di putrefazione del regime DC e della cosiddetta “seconda repubblica”.

 

Sono presente in questa aula del Tribunale dello Stato borghese, in quanto perseguitato politico, in quanto comunista che da anni si batte, come tanti altri comunisti e organismi di lotta della classe operaia, per la rinascita del movimento comunista, per ricreare le condizioni della ricostruzione di un vero partito comunista, un partito che effettivamente si è costituito nell’ottobre del 2004 nella clandestinità, il (nuovo)Partito Comunista Italiano.

 

Con l’avvento del (n)PCI e la pubblicazione, nel marzo 2008 del suo Manifesto Programma, è rinata una nuova speranza. Di nuovo la classe operaia e le masse lavoratrici sfruttate hanno un’organizzazione di lotta, uno strumento politico ed ideologico che guida già ora i lavoratori più avanzati a fare dell’Italia un nuovo paese socialista: un paese con un ordinamento economico, sociale di gran lunga superiore all’ultimo barbaro ordinamento sociale rappresentato dal capitalismo e dall’imperialismo.

Questo fatto storico, la nascita del (n)PCI rappresenta per la classe sfruttatrice, la borghesia imperialista e i suoi gruppi di potere più significativi (la Confindustria, il Vaticano, gli imperialisti USA, quelli europei e i sionisti dello Stato d’Israele), una ferita mortale che li porterà alla scomparsa definitiva.

 

Dopo anni di tentativi, fin dalla gloriosa vittoria della Resistenza partigiana contro il nazifascismo, la classe operaia più cosciente ed avanzata è riuscita ad uscire dal pantano politico e ideologico in cui l’aveva gettata la deviazione revisionista e riformista intrapresa dal vecchio partito comunista guidato da Togliatti. Finalmente la classe operaia più avanzata e cosciente, dopo un lungo e tortuoso percorso politico, fatto di bilancio storico e analisi materialista e dialettica, è riuscita a fare un passo importante per la sua storia futura, per la sua definitiva emancipazione.

Da sempre in Italia, come del resto in tutto il mondo, l’accerchiamento della borghesia imperialista, con i suoi apparati repressivi e con il suo sistema scientifico di contro rivoluzione preventiva, ha costantemente operato affinché giammai la classe operaia si liberasse dalla sudditanza politica, ideologica, organizzativa e culturale dei partiti filo borghesi o direttamente padronali. Ma la natura stessa del capitalismo con i suoi regimi conducono alla sua negazione, inevitabilmente portano al risveglio delle classi oppresse, che primo o poi si organizzano per prendere il potere e dirigere un vero e democratico progresso sociale.

 

Con la rinascita del nuovo movimento comunista in Italia e in tutto il mondo, le masse popolari potranno capire e reagire sempre di più e meglio  alle cause del loro malessere endemico e sempre più profondo. Le masse lavoratrici capiscono già adesso chi sono i responsabili dei milioni di morti causati dalle guerre di rapina e saccheggio delle risorse naturali, a scapito dei popoli dei paesi oppressi come in Medio Oriente, la Palestina, l’Iraq, il Libano e dell’ex Jugoslavia. E ancora di più i lavoratori capiscono che alla guerra di sterminio non dichiarata della borghesia imperialista, che è causa di milioni di morti ogni anno per lo sfruttamento del lavoro, di milioni di bambini “uccisi” da malattie curabili, di milioni di giovani morti per la diffusione di alcool e droga, di milioni di esseri umani che muoiono per mancanza di acqua, cibo e per la distruzione e devastazione dell’ambiente, va opposto un nuovo ordine sociale che è il socialismo.

Come già è avvenuto in altri momenti storici, superando i limiti e gli errori dovuti all’inesperienza del proletariato e del movimento comunista e all’insufficiente sviluppo generale delle forze produttive del passato, le masse capiscono ancora di più oggi che il socialismo è la sola via per uscire dal marasma del capitalismo.

 

Sono oggi qui in quest’aula di tribunale anche come responsabile nazionale dell’Associazione Solidarietà Proletaria (ASP), che da anni si batte contro la repressione e la persecuzione dei comunisti, degli antimperialisti, degli anarchici, degli indipendentisti, dei sindacalisti combattivi e onesti, delle avanguardie di lotta operaie e dei movimenti rivendicativi, degli antifascisti, degli immigrati arabi e islamici, degli immigrati provenienti dai vari continenti e degli zingari.

L’ASP in particolare si batte da anni per sostenere la resistenza dei prigionieri politici in Italia e nel mondo, contro le angherie a cui questi sono sottoposti da parte delle autorità borghesi, con varie forme di tortura per piegare le loro coscienze, la loro identità politica rivoluzionaria.

 

Come membro dell’ASP rivendico con forza la libertà di parola, la libertà di espressione del pensiero, la libertà dell’agibilità politica e di associazione degli organismi politici, sindacali e culturali appartenenti alla classe operaia, a tutto il proletariato e alle masse popolari. Di contro denuncio lo strapotere del “pensiero unico”dei mezzi di informazione, stampa e TV in particolare, appartenenti alle fazioni borghesi, strumenti di propaganda che travisano e confondono ad arte la realtà dei fatti, per orientare in modo errato e strumentale, in senso controrivoluzionario le coscienze della stragrande maggioranza delle masse. Le campagne stampa di criminalizzazione contro il n-PCI, contro il Partito dei CARC contro l’ASP e tante altre organizzazioni comuniste, la dicono lunga sul ruolo sporco che giocano i mezzi d’informazione collusi con il potere borghese e i gli apparati repressivi. I mass media sono veri e propri strumenti di una “guerra culturale e di propaganda” anticomunista e antioperaia.

 

Uno dei motivi della persecuzione di cui sono oggetto in questo procedimento giudiziario, è che l’attività dell’ASP da fastidio allo Stato borghese. Un’attività che l’ASP da sempre svolge in prima fila nell’invogliare le masse a resistere alla repressione che si abbatte su di esse. Per l’attività che tende a sviluppare la lotta contro la repressione e a promuovere la solidarietà con chiunque, singolo o gruppo, viene represso e arrestato dalle autorità borghesi perchè difende le proprie idee politiche e i propri diritti e lotta per conquistarne altri.

 

Di volta in volta, in quest’ultimo trentennio, è stata scatenata dai governi borghesi di turno (di destra o di sinistra è pressoché comune il programma di repressione) la caccia alle streghe contro i membri dell’ASP. Sin dagli anni ’80 sono state avviate inchieste giudiziarie contro i membri dell’allora Coordinamento dei comitati contro la repressione e della redazione de IL BOLLETTINO. La prima di queste inchieste (1981 Procura del Tribunale di Bergamo), contro il Direttore de IL BOLLETINO, Giuseppe Maj, finì con un nulla di fatto, come finirono in un nulla di fatto le successive sette inchieste giudiziarie. Tutte queste inchieste a cui si deve aggiungere il procedimento penale in corso dal 2006, presso il Tribunale di Trani, sempre contro il Diretore dei IL BOLLETTINO, per aver pubblicato in modo legittimo scritti dei prigionieri politici delle Brigate Rosse.

 

La ragione vera della persecuzione trentennale contro i membri dell’ASP è dunque legata alle battaglie politiche promosse tra le masse popolari, contro i tentativi di annientamento dei prigionieri politici nelle carceri speciali. L’ASP è sempre stata alla testa delle lotte contro il movimento di dissociazione dalla lotta di classe promosso dalla borghesia. Per costringere i prigionieri politici alla dissociazione li si sottoponevano all’articolo 90, all’isolamento duro. In questi ultimi anni l’ASP ha continuato a battersi, nonostante la repressione, contro la tortura dell’isolamento, contro l’articolo 41 bis a cui sono sottoposti numerosi rivoluzionari prigionieri, a cui si negano il diritto alla socialità, allo studio, a normali rapporti epistolari, a normali colloqui con i propri familiari senza vetri divisori ed altri diritti che possono rendere la detenzione minimamente dignitosa e rispettosa dei diritti umani.

 

L’ASP si è fatta promotrice di battaglie contro la caccia all’immigrato, contro le leggi razziali come “la Bossi-Fini” in particolare e l’attuale decreto Maroni che criminalizza i migranti clandestini, riservandogli la galera, la detenzione nei CPT in condizioni disumane e infine  l’espulsione dall’Italia. Allo Stato borghese da enormemente fastidio che l’ASP promuova la resistenza  e denunci pubblicamente tutto questo, avvalendosi della libertà di espressione e di informazione sancita dalla stessa Costituzione. Da fastidio la denuncia delle numerose azioni di illegalità che commettono gli apparati repressivi dello Stato. Uno fra i tanti episodi è la partecipazione dei servizi segreti italiani al rapimento a Milano, nel 2004, dell’Imam Abu Omar organizzato dalla CIA e coperto dal segreto di Stato, dall’allora governo reazionario Berlusconi e il silenzio assenso dell’opposizione capeggiata da Prodi. Una collaborazione dello Stato, che alimenta le prigioni segrete della CIA  e quelle come Guantanamo in cui si pratica sistematicamente la tortura contro i prigionieri e che i carabinieri del Generale Ganzer conoscono bene per esserci stati a fare interrogatori diretti.

 

Ai governi Berlusconi, come ai governi di centro sinistra dell’epoca Prodi, è scomodo che l’ASP denuncia pubblicamente, come hanno fatto decine e decine di associazioni e organismi politici, i mandanti delle operazioni repressive sanguinarie delle manifestazioni di piazza di Napoli e Genova 2001, che l’ASP smascheri e denunci politicamente i responsabili e i mandanti delle torture commesse contro centinaia di persone nella caserma Ranieri di Napoli e nelle scuola Diaz e Bolzaneto a Genova. Ai governi borghesi non va giù il fatto che l’ASP denunci le innumerevoli operazioni repressive e i numerosi arresti basati su congetture, teoremi e accuse inventate di terrorismo contro tutti coloro che vengono ritenuti pericolosi per l’ordinamento sociale vigente, per il fatto che rappresentano centri di promozione e organizzazione delle lotte politiche e sociali. Come le numerose inchieste giudiziarie avviate contro i gruppi politici (Sud Ribelle, A manca pro s’Indipendentzia in Sardegna, Proletari Comunisti, Iniziativa Comunista e i numerosi gruppi di anarchici), contro lo SLAI Cobas per il sindacato di classe, contro cittadini di religione islamica ecc.. Allo Stato non va giù il fatto che si denuncino le azioni repressive nei posti di lavoro, dei licenziamenti sindacalisti di fabbrica come alla FIAT di Pomigliano o di Melfi.

 

Allo Stato Italiano da fastidio che l’ASP porti avanti battaglie politiche come quella contro l’estradizione dei due prigionieri comunisti turchi Avni Er e Zeynep Kilic, minacciati di estradizione ed espulsione verso la Turchia. L’ASP denuncia il tentativo del governo italiano di scambiare per affari, questi prigionieri comunisti con un paese noto per l’attività della violazione dei diritti umani e per la pratica della tortura sempre denunciata dalle maggiori associazioni internazionali dei diritti umani.

 

L’ASP è scomoda allo Stato perché denuncia la violazione del diritto di difesa dei perseguitati politici come, ad esempio, avviene con gli arrestati del 12 febbraio 2007, dell’inchiesta milanese del PM Boccassini contro i militanti o presunti tali, del partito comunista politico-militare. A questi comunisti e sindacalisti viene negata la possibilità di comunicare fra loro per potersi difendere e per oltre un anno sono stati tenuti ingiustificatamente in stato d’isolamento. Alle Autorità da fastidio il fatto che l’ASP abbia denunciato, sempre in relazione all’inchiesta milanese, la persecuzione di alcuni sindacalisti che avevano espresso solidarietà per gli arrestati.

 

E ancora allo Stato da fastidio il fatto che Solidarietà Proletaria abbia denunciato la persecuzione degli antifascisti che a Milano erano scesi in piazza a marzo 2006 per impedire un corteo illegale del neo fascismo di Forza Nuova a cui le Autorità locali e nazionali avevano dato permesso e appoggio.

 

L’ASP è ritenuta scomoda perché mette in evidenza come la giustizia borghese tratta con due pesi e due misure da un lato i prigionieri politici e i detenuti proletari e dall’altro lato qualche “malcapitato” borghese. Mentre ai politici prigionieri e ai proletari detenuti si riservano condizioni di detenzioni disumane, ai faccendieri, ai politici borghesi si concedono benefici e comodi arresti domiciliari nelle loro case di lusso come ai Tanzi, ai Previti, ecc..

Da anni dunque, per questi motivi, l’ASP è stata oggetto di criminalizzazione con l’obbiettivo di fermare la sua attività che effettivamente costituisce un grave danno per l’ordinamento borghese che è chiaramente intriso di ingiustizie sociali.

 

Per ora non ho altro da aggiungere. Ma non ho alcuna intenzione di rinunciare alla mia facoltà di pensare che il comunismo è la via giusta da contrapporre con orgoglio e forza allo stato delle cose che sono la causa dei peggiori mali dell’umanità.