CARC

Comunicati e volantini della Direzione Nazionale

Archivio - 2008

 

Comunicato della DN del 18.4.08

Sul risultato delle elezioni del 13 e 14 aprile

 

La disfatta elettorale della sinistra borghese sgombera il campo e segna una svolta. La Sinistra l’Arcobaleno non ha perso per colpa di Veltroni e del suo ricatto sul voto utile (Sansonetti), né perché ha pagato “per tutti gli scontenti del  governo Prodi” (Vendola), né per i ritardi e le resistenze con cui è stata costruita la Sinistra l’Arcobaleno (Bertinotti). Il problema non è neanche, come pensano alcuni compagni del PRC, che non bisognava sciogliersi in una formazione amorfa come la Sinistra l’Arcobaleno. E neanche, come sostengono PCL e PDAC, perché il PRC è entrato nel governo Prodi anziché restare all’opposizione: compagni, questa non è la causa ma solo l’effetto, l’entrata nel governo Prodi ha solo fatto precipitare una crisi che era in corso da tempo! Ed è solo vergognoso che alcuni dirigenti della Sinistra l’Arcobaleno scarichino la colpa del loro tracollo alle masse popolari “pecorone” e “ignoranti” che si sono astenute o che hanno votato per Berlusconi e per la Lega: per quale motivo le masse popolari avrebbero dovuto ancora dargli fiducia e voti dopo che le hanno guidate a cedere pezzo per pezzo quello che avevano conquistato a prezzo di dure lotte e dopo che in due anni di governo Prodi hanno dato una prova provata dell’impotenza e della velleità della loro linea di “condizionare i padroni e i loro governi”?

La disfatta della Sinistra l’Arcobaleno è il tracollo di una sinistra che non ha nessuna linea di uscita dalla crisi alternativa al programma comune della destra vecchia e nuova, non propone alcuna alternativa di società, non concepisce un ordinamento sociale diverso da quello capitalista. E’ il tracollo di una sinistra che è contro i mali del capitalismo, ma non contro il capitalismo che li produce. E’ il tracollo di una sinistra che si dichiara comunista, che pretendeva addirittura di “rifondare” il comunismo, ma non fa che parlare male del comunismo e denigrare la gloriosa esperienza dei primi paesi socialisti. E’ il tracollo di una sinistra che cerca di tenere assieme quello che è incompatibile: gli interessi dei padroni con quelli degli operai, gli interessi delle masse con quelli del Vaticano. E’ il tracollo di una sinistra che si riduce al lamento o alla supplica ai padroni di essere meno voraci. E’ il tracollo di una sinistra che ha come unico programma quello di cercare di diluire l’eliminazione delle conquiste (il “il meno peggio”). E’ il tracollo di una sinistra che “non organizza i lavoratori, ma parla dei lavoratori” e sotto la cui direzione anche gli scioperi e le altre iniziative di lotta si riducono a un rito. E’ il tracollo del riformismo parolaio e del nuovo revisionismo.

Se questa è la malattia, la cura non è tornare a parlare ai lavoratori: i lavoratori non hanno bisogno di parole, ma di organizzazione e di mobilitazione. 

Non è rimettersi a fare un’opposizione nelle piazze e nei posti di lavoro: la lotta nelle piazze e nei posti di lavoro è fondamentale, ma può tornare a vincere su grande scala se alimenta ed è alimentata dalla prospettiva di strappare il potere dalle mani di un pugno di parassiti e padroni che governa il nostro paese, le nostre regioni e le nostre città (e che costituisce il 10% della popolazione), dalla prospettiva che i lavoratori e le masse popolari (che costituiscono il 90% della popolazione) prendano nelle loro mani la direzione della società e riorganizzino tutte le attività in conformità alle loro esigenze.

Non è tornare al progetto originario della rifondazione comunista, al PRC prima del 2005 o del 1996: il progetto originario della rifondazione comunista è quello che passo passo ha portato al tracollo attuale, è stato la prosecuzione sulla strada della liquidazione del glorioso PCI iniziata da Togliatti.

Non è “tornare al PCI di Berlinguer”, come dicono Diliberto e Rizzo: il partito comunista che bisogna ricostruire è quello di Gramsci e della Resistenza.

E neanche l’unità dei comunisti, perché se ci si unisce su una concezione e una linea sbagliate l’unità si trasforma in nuova divisione e nuove sconfitte: lo abbiamo visto tante e tante volte.  

E’ vero, come ci hanno detto tanti compagni di base del PRC, che bisogna rimboccarsi le maniche, ma per far rinascere il movimento comunista!

La cura è la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato. Non è vero che adesso non ci sono più i comunisti in Parlamento: i comunisti non stavano in Parlamento già da un bel po’ di tempo, da quando i revisionisti alla Togliatti e Berlinguer hanno preso la direzione del glorioso PCI della vittoria della Resistenza e lo hanno trasformato nella sinistra dello schieramento politico borghese, hanno trasformato il partito che guidava e organizzava gli operai e le masse popolari a “fare come in Russia”, cioè a prendere in mano la direzione del nostro paese, nel partito del “compromesso storico” con gli Andreotti, i Cossiga e i Moro! La forza delle masse popolari, la riscossa dei lavoratori, la difesa delle loro conquiste e la tutela dei loro diritti non dipende dai voti al PRC, al PdCI e affini, basta vedere cosa è successo in due anni di governo Prodi quando di voti ne avevano 4 milioni (e decine di parlamentari), né dai voti della Sinistra l’Arcobaleno! Le loro conquiste e diritti i lavoratori e le masse popolari li hanno strappati con dure lotte quando il movimento comunista era forte in Italia e nel mondo e ci sono riusciti perché i padroni, il Vaticano e i loro governi avevano paura di perdere tutto. Quando i revisionisti hanno preso la direzione del movimento comunista i lavoratori hanno iniziato a perdere quello che avevano conquistato: i padroni e i loro governi hanno pian piano ripreso il sopravvento, non avevano più bisogno di cedere qualcosa ai lavoratori perché il movimento comunista non era più una minaccia ed era più difficile cedere qualcosa perché nel mondo capitalista era iniziata una nuova crisi generale. A quel punto per i lavoratori le cose hanno iniziato ad andare male, nei paesi imperialisti come nei paesi socialisti, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti e che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle.

La forza delle masse popolari, la loro riscossa, la difesa delle loro conquiste e la tutela dei loro diritti dipende dalla rinascita del movimento comunista. Che cosa vuol dire rinascita del movimento comunista? Vuol dire, come indica con chiarezza il (n)PCI, “ricostruire quel tessuto di organizzazioni di massa anticapitaliste che rendevano forti i lavoratori e le altre classi delle masse popolari. Che contrapponevano la rete di solidarietà dei lavoratori alla forza economica, politica e culturale dei padroni e del clero. Che costituivano il veicolo e lo strumento per la crescita culturale delle masse popolari, per la loro emancipazione ideologica dalle classi dominanti, per la loro liberazione dall'oscurantismo clericale, per la formazione di una coscienza politica più avanzata. Quel tessuto di organizzazioni di massa che costituiva il terreno in cui si diffondevano l'influenza e la direzione dell'avanguardia della classe operaia, del partito comunista e da cui esso attingeva la sua forza, le sue risorse, le sue reclute. Insomma quel tessuto di organizzazioni che costituiva il sistema nervoso del nuovo potere dei lavoratori nato dalla Resistenza antifascista e che per anni ha innervato il complesso delle masse popolari e in qualche misura si contrapponeva al potere dei capitalisti, del clero e delle altre classi dominanti. (…) Un nuovo potere che si contrapponga al potere delle attuali classi dominanti, (…) un potere che in qualche misura nel nostro paese per due volte si è già formato fino a un certo livello di forza. La prima volta all'inizio del secolo scorso (Biennio Rosso 1919-1920): ma i suoi dirigenti non avevano una coscienza adeguata delle condizioni e delle forme del suo sviluppo, non riuscì quindi a passare dalla prima alla seconda fase della guerra popolare rivoluzionaria quando esso stesso ne aveva creato le condizioni e la borghesia, il clero e le altre classi reazionarie lo stroncarono tramite il fascismo. La seconda volta a metà del secolo scorso alla conclusione vittoriosa della lotta contro il fascismo (1945): questa volta fu corroso e corrotto dall'interno dai revisionisti moderni fino a dissolversi. Rinascita del movimento comunista vuol dire ricostruire quel potere, ovviamente però

1. con il proposito che questa volta, a differenza di quello che avvenne nelle due volte precedenti, questo nuovo potere sia pienamente animato dalla volontà di soppiantare completamente il potere della borghesia imperialista e di imporsi come unico potere in tutto il paese,

2. che sia fin da oggi guidato da una concezione del mondo e da una linea adeguata a questo obiettivo.

Rinascita del movimento comunista vuole quindi dire una cosa chiara e semplice, pratica e del tutto possibile: ricostruire qualcosa che abbiamo già costruito due volte e della cui necessità ognuno può facilmente convincersi, ricostruirlo armati degli insegnamenti delle due sconfitte che abbiamo subito: un esercito che impara dalle sue sconfitte è destinato a vincere”.

E’ la rinascita del movimento comunista quello che occorre per “trasformare gli operai e il resto delle masse popolari da folla di individui dispersi, ognuno più o meno strettamente dipendente e influenzato dai capitalisti, dal clero e dagli altri notabili di regime, in operai organizzati e in masse popolari organizzate”.

Compagni, i comunisti non sono quelli che parlano e stanno a fianco degli “ultimi”, i comunisti sono quelli che si pongono “alla testa dei combattenti di oggi, dei membri dei mille comitati di resistenza popolare in lotta contro i misfatti del regime (dalla base USA Dal Molin ai rifiuti che inquinano e uccidono in Campania), dei sindacalisti onesti che costituiscono la sinistra sindacale nella FIOM, negli altri sindacati della CGIL, negli altri sindacati di regime e nei sindacati alternativi, di tutti quelli che lottano per porre fine al marasma sociale e ambientale in cui la borghesia, la sua Repubblica Pontificia e le sue Autorità ci hanno infognato e ogni giorno un po’ più ci sprofondano e alla guerra di aggressione in cui ci hanno coinvolto e sempre più cercano di coinvolgerci, dal Libano all’Afghanistan, al Kosovo, alla Palestina”.

Compagni, il compito dei comunisti non è contrattare con i padroni le elemosine per i “ceti deboli”, ma far diventare “l’aspirazione e il bisogno di un nuovo mondo socialista, nutriti e alimentati nelle masse popolari dallo stato presente delle cose, un obiettivo politico supportato da una mobilitazione di masse popolari organizzate tanto vasta da essere capace di spazzare via l’attuale ordinamento sociale marcio e assassino, con le sue istituzioni, con le idee e i sentimenti ad esso connessi”.

E’ questa la lezione di prospettiva che bisogna tirare non solo dall’esito delle elezioni del 13 e 14 aprile, ma da tutta la storia del movimento comunista e popolare del nostro paese. E’ questa la strada da prendere, non per risollevare le sorti elettorali della Sinistra l’Arcobaleno o del PRC, ma per aprire la strada alla riscossa delle masse popolari e, con essa, anche alla difesa e all’ampliamento delle loro conquiste e dei loro diritti! E’ su questa strada che i comunisti possono e devono unirsi! E’ a questa strada che i comunisti devono dedicare le loro energie in ogni campo, compreso quello della lotta politica borghese!

 

La rinascita del movimento comunista è l’unica via d’uscita dal marasma attuale. L’esito delle elezioni è la dimostrazione del livello raggiunto dalla crisi politica nel nostro paese ed è destinato a renderla ancora più acuta. Il ritorno della banda Berlusconi mostra che la divisione tra i gruppi della borghesia imperialista è profonda e acuta, tanto che non sono riusciti a concordare una soluzione unitaria di ricambio del governo Prodi: da una parte alla Confindustria e agli imperialisti europei non è riuscito il tentativo di procedere alla successione del governo Prodi con l’operazione Partito Democratico e dall’altra parte il Vaticano, la criminalità organizzata, gli imperialisti USA e sionisti non hanno trovato niente di meglio che rimettere l’accozzaglia di fascisti, mafiosi, razzisti, clericali e speculatori raccolta intorno a Berlusconi alla direzione del paese.

Il nuovo governo Berlusconi non darà né maggiore stabilità al potere della borghesia imperialista né soluzione ai problemi delle masse popolari, ma darà impulso allo sviluppo della mobilitazione reazionaria, aumenterà le contraddizioni tra le masse popolari e spremerà da esse forze e risorse per contribuire alle guerre condotte dagli imperialisti USA nel mondo. Le prime mosse, in particolare l’apertura all’ingresso nel nuovo governo di esponenti del Partito Democratico e le assicurazioni sul carattere bipartisan delle nomine dei funzionari di vari enti pubblici, insieme alle pressioni che vengono da parte borghese perché non si vada allo scontro sociale come nel 2001-2006, fanno presumere che non sarà un governo “radicale” ma in qualche modo di larghe intese (più o meno camuffate). D’altra parte però dovrà fare i conti con le spinte antisistema che la Lega ha alimentato e grazie alle quali ha raccolto voti anche tra i lavoratori.

E’ indicativo che tra alcuni esponenti borghesi “lungimiranti” prevalga la preoccupazione anziché il compiacimento: Cossiga ha paura che si apra “una nuova stagione di turbolenze politiche e di piazza” e avverte del pericolo “che si creino le condizioni per la rinascita del terrorismo brigatista”; lo segue a ruota Confalonieri (il fido di Berlusconi) secondo il quale “il fatto che la sinistra radicale sia rimasta fuori dal Parlamento non è una bella cosa. Bertinotti aveva guidato quell’area con intelligenza (nell’area delle istituzioni e dei salotti bene, diciamo noi). Ora c’è il rischio che si verifichi quanto paventa Cossiga. E prima ancora di un rigurgito del terrorismo, penso alle tensioni sociali, ai disordini di piazza”; anche Ciampi sostiene che “l’uscita di scena di partiti che offrivano, se non una vera e propria camera di compensazione del conflitto sociale, comunque un riferimento di rappresentanza per le frange più estreme, rischia di aprire incognite pericolose”. In sostanza dicono chiaramente qual è il vero ruolo della sinistra borghese: raccogliere, dare una parvenza di rappresentanza e tenere buona la parte più avanzata e decisa delle masse popolari; quella parte che non è disposta a inchinarsi alle esigenze dei padroni e al loro programma di miseria, devastazione e guerra, per uscire dalla crisi generale del sistema capitalista. Quindi una parte della classe dirigente del nostro paese teme che la scomparsa della sinistra borghese dal Parlamento renda più difficile l’attuazione del programma comune e crei le condizioni perché la parte avanzata dei lavoratori e delle masse popolari si liberi dalla direzione della sinistra borghese e si metta sulla strada della lotta per la rinascita del movimento comunista: e questo per la borghesia imperialista sarebbe un guaio serio. Su questo devono riflettere tutti quelli che il crollo dei voti alla Sinistra l’Arcobaleno ha gettato nella disperazione e nello sconforto.

 

Per quanto riguarda il campo delle masse popolari, il ritorno della banda Berlusconi al governo è la conferma che la rinascita del movimento comunista nel nostro paese è solo ai primi passi, è la conferma, come dice il (n)PCI, che “il Nuovo Potere, alternativo a quello della borghesia imperialista, portatore di un nuovo ordinamento sociale, fondato sulle masse popolari organizzate e sulla direzione della classe operaia e del suo partito comunista, non ha ancora raggiunto la forza necessaria per essere un'alternativa reale. È ancora poco più che un'alternativa potenziale”.

L’esito delle elezioni indica che i comunisti devono avanzare con più decisione sulla strada della rinascita del movimento comunista e, per quanto riguarda il terreno elettorale, nella costruzione del Blocco Popolare di tutte quelle forze contrarie al programma comune della borghesia e che aspirano a costruire un nuovo mondo socialista, raccogliendo i risultati del lavoro fatto con le Liste Comuniste per il Blocco Popolare e con le altre liste autonome dalla sinistra borghese per porre le basi di un'irruzione più efficace nella lotta politica borghese.

E’ un obiettivo possibile, come dimostra la vittoria elettorale del Partito Comunista (maoista) in Nepal.

E’ un obiettivo che dipende completamente dai comunisti di oggi e dai lavoratori avanzati che via via uniremo a noi, dalla capacità di superare i nostri limiti ideologici, politici e organizzativi che frenano l’adesione alla lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista delle forze comuniste e anticapitaliste liberate dalla crisi della sinistra borghese.   

 

La nostra proposta è autentica, onesta, concreta. Unire tutte le forze sane delle masse popolari, i comunisti, gli antifascisti, gli anticapitalisti, i sinceri democratici, i comitati di lotta, le organizzazioni progressiste e di lotta degli immigrati, le sezioni “dissidenti” del PRC, PdCI in un Blocco Popolare che promuova e sostenga la mobilitazione contro il programma comune della borghesia imperialista, per il programma comune delle masse popolari e per fare dell’Italia un nuovo paese socialista.

Un Blocco Popolare che unisca le lotte nelle piazze, nelle scuole e nei posti di lavoro con le irruzioni nel “teatrino della politica borghese” per assediare fin dentro i palazzi del potere i padroni e i loro rappresentanti e non lasciargli libertà di manovra neppure nel loro terreno.

Un Blocco che lotta per il “programma comune” dei lavoratori, degli studenti, dei pensionati, delle casalinghe e dei disoccupati:

1. mobilitarsi e lottare per difendere, consolidare ed estendere i diritti e le conquiste strappate negli anni passati in ogni campo e per la salvaguardia dell’ambiente;

2. mobilitarsi e lottare contro tutte le forme di oppressione e discriminazione razziale, sessuale e culturale;

3. mobilitarsi e lottare contro le guerre di aggressione e il saccheggio dei paesi oppressi;

4. promuovere e diffondere la solidarietà di classe e internazionalista.

 

Il programma comune delle masse popolari si può affermare solo nell’ambito della lotta contro l’attuale sistema economico, politico e sociale (il sistema capitalista) e per fare dell’Italia un nuovo paese socialista.

 

Fare dell’Italia un nuovo paese socialista è l’unica via di uscita possibile dalla crisi e dal marasma in cui la borghesia imperialista ha gettato la nostra società, l’unica via positiva per le masse popolari e alternativa a quella della borghesia.

 

 

I risultati del voto

Non è la destra borghese che ha vinto, ma la sinistra borghese che ha perso!

Il vecchio schieramento della destra reazionaria. La “nuova” banda Berlusconi ha avuto meno della metà dei voti validi: 17.063.000 su 36,4 milioni di voti (il 46,7% dei voti) e grazie alla legge elettorale truffa ottiene 340 seggi alla camera (il 55%). Tutti gridano al grande trionfo di Berlusconi anche se in realtà ha raccolto grossomodo gli stessi voti delle scorse elezioni: nel 2006, infatti, assieme all’UDC aveva avuto il 49,7% e circa 19 milioni di voti; se togliamo i 2 milioni di voti ottenuti in queste elezioni dall’UDC, i voti ottenuti dalla banda Berlusconi sono sempre 17 milioni (dobbiamo comunque considerare che c’è stato un 3% in meno di votanti a circa 1,2 milioni  di voti in meno). Quindi c’è stato un leggero aumento quasi completamente dovuto all’exploit della Lega che passa da 1,7 milioni di voti del 2006 (4,6%) ai 3 milioni attuali (8,3%). 

Nel campo della destra fascista c’è da registrare un magro bottino per La Destra di Storace (885 mila voti, il 2,4%) e per Forza Nuova (108 mila voti, il 0,3%; nel 2006, quando stava in AS insieme alla Mussolini che ora è passata con il PDL, aveva avuto 255 mila voti e lo 0,67%). In totale per questo schieramento hanno votato circa 18 milioni di elettori.

I nuovi arrivati nello schieramento della destra borghese (il PD & C). Il PD ha preso 12.092.000 di voti (il 33,2%) e IdV 1.593.000 (il 4,4%). Il totale di questo schieramento ha ottenuto 13.686.000 voti (il 37,5%). Nel 2006 l’Ulivo (DS+ Margherita) aveva avuto 11.930.000 voti (il 31,2%) e l’IdV 877.000 (il 2,3%), a questo bisogna aggiungere la Rosa nel Pugno (ora confluita nel PD) che avevano ottenuto 990.000 voti (il 2,6%), per un totale di 13.797.000. Quindi anche questo schieramento ha mantenuto suppergiù la stessa quantità di voti, con uno spostamento a favore dell’IdV che quasi raddoppia i suoi voti.

I residui della sinistra borghese (la Sinistra l’Arcobaleno). Questa ha subito il vero tracollo passando da almeno 3.900.000 (escludendo i possibili voti di Mussi & C che nel 2006 erano nell’Ulivo) con il 10,2% a 1.124.000 (il 3,1%), perdendo più di due terzi di elettori e finendo così fuori dal Parlamento. Per capire l’entità della disfatta basta dire che il PRC da solo nel 2006 aveva avuto 2.230.000 voti (il 5,8%), mentre il PdCI aveva avuto 884.000 (il 2,3%) e i Verdi 784.000 (il 2%).

E’ il  segnale forte e chiaro che le masse popolari hanno dato alla sinistra borghese e al suo capo Bertinotti che più di altri si era speso per assicurare l’attuazione del programma comune della borghesia da parte del governo Prodi. Un chiaro segnale politico alla classe di politicanti che dirige questo schieramento visto che invece alle amministrative il PRC non ha subito lo stesso tracollo.

I partiti che si sono staccati dalla sinistra borghese

Insieme i due partiti (PCL e SC) che si presentavano su tutto il territorio nazionale hanno avuto circa 370 mila voti: 208.000 il PCL (0,57%) e 167.000 SC (0,46%). Il PdAC, presente in un collegio, ha preso 2.000 voti, il PCML, presente in un collegio della Campania, ha ottenuto 8.000 voti. Quindi circa 400.000 compagni e compagne hanno votato la falce e martello.

Gli astenuti e schede nulle e bianche. Gli astenuti sono aumentati del 3%: da 7 milioni e 850 mila nel 2006 a 9 milioni e 100 mila nel 2008 (tornando come quantità al numero di astenuti del 2001). Le schede bianche e nulle alla Camera sono state 1.386.151 su 37.936.692 voti, quindi il 3,65%; al Senato sono state 1.674.886 su 33.047.941 voti, quindi il 4,82%. Nel 2006 alla Camera erano state circa 1.100.000.